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Cantiere Università: una vera riforma è ancora molto lontana

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Quando devo spiegare a un collega straniero perché nell'università italiana - unica al mondo! - i voti degli esami sono espressi in trentesimi, gli illustro le nostre regole: la Commissione esaminatrice è composta da tre docenti; ciascuno dei quali, dopo aver interrogato lo studente gli dà, in modo indipendente, un voto da zero a 10; e infine il presidente della commissione - che è l'ordinario della disciplina -somma i tre voti e proclama il risultato.

A quel punto il collega di solito chiede: «Davvero, siete così complicati?». E allora gli devo confessare la verità: «Quella è la legge, ma non mi risulta che sia applicata….sempre. Ogni universita' fa come vuole, pero' gli esami e le lauree hanno lo stesso valore in tutto il Paese». Se dobbiamo, per l'ennesima volta, discutere di università e del valore (legale o meno) dei titoli di studio, consiglierei anzitutto un po' di sano realismo. Parliamo dell'università che c'è o di quella che vorremmo avere? E soprattutto: siamo disposti ad emulare un po' dell'altrui meglio? Dopo tutto, a questo doveva servire l'aumentata mobilità in Europa promossa dalla moneta comune, se davvero vogliamo che l'euro sia utile.

La realtà attuale è indifendibile, soprattutto perché casuale: nell'università italiana - sia come docenti sia come studenti - c'è un po' di tutto, spesso casualmente distribuito. Gli studenti (piu' del 90%!) frequentano l'università più vicina alla casa dei loro genitori, dove studiano e continuano a vivere fino alla laurea ed oltre. Nel corso dei loro studi, possono sostenere gli esami quando vogliono, anche più volte all'anno. È quindi fisicamente impossibile che i loro docenti siano in grado di giudicare il merito di ciascuno, rapportato alla media della classe (questa non essendo mai "intera", il giorno dell'esame). E potrei continuare a lungo, raccontando ciò che tutti ben sappiamo: nella stessa università, come nella stessa aula, possono esserci docenti e studenti ottimi , che tutto il mondo ci invidia, casualmente mescolati a perfetti somari.

Se ci confrontiamo con i Paesi europei che hanno un sistema migliore del nostro, vediamo che ci sono enormi differenze nel quotidiano modo di operare, che spesso non è solo il risultato di leggi migliori, ma soprattutto di una sola diversa regola: la concorrenza. Non solo tra le università, ma anzitutto tra gli studenti. Perché in Finlandia, o nel Regno Unito, gli studenti di solito non imbrogliano agli esami? Perché essendo i voti ordinali (e first a Oxford è ben chiaro!) è ovvio che la vigilanza agli esami è esercitata dagli studenti stessi, ai quali è noto che chi imbroglia danneggia i compagni e non certo i professori. E ciò che vale agli esami vale anche per tutto il resto che la buona concorrenza produce.

Ciò detto, è pensabile che un Governo così pieno di rettori universitari (presenti e passati) possa cambiare - con un decreto-legge di poche righe - tutto ciò?

Ovviamente, no. Anche perché ci vogliono almeno dieci anni per una riforma seria del nostro sistema universitario, che lo faccia assomigliare a quello dei Paesi europei migliori. Però si potrebbe cominciare a introdurre qualche spunto di competizione tra gli studenti e tra le università, ad esempio avviando la costruzione di nuovi collegi nelle sedi che ambiscono attrarre studenti disposti a impegnarsi di più. Come si potrebbe guardare al modo con cui si fanno gli esami nelle università migliori degli altri Paesi europei : una sola sessione a giugno; con voti che sembrano i rating normalmente dati ai Paesi (A, B, etc.),cioe' che esprimono valutazioni comparate.

Dopo tante riforme che si occupavano solo della carriera dei docenti, penso sarebbe utile incominciare ad occuparsi seriamente degli studenti. E quindi, con collegi e molte borse di studio, iniziare ad applicare davvero ciò che la nostra Costituzione (con un articolo che non potrebbe essere scritto meglio) richiede.

Giacomo Vaciago - Il SoLe 24 Ore - 26 gennaio 2012