I partiti sono moriti, viva i partiti! Beh, non pare proprio così. La cosiddetta seconda repubblica ha fatto il suo tempo. La crisi del governo Berlusconi, che ha avuto il suo battesimo nel giorno del violento battibecco tra l'allora premier e il presidente della Camera, Gianfranco Fini, e che si è trascinata per mesi e mesi, ha segnato la fine dei partiti personali, dei partiti proprietari e, in fondo, della politica, con crescente disaffezione dei cittadini dalla casta, anzi, dalle caste. Oggi la credibilità di chi fa politica è giunta a livelli bassissimi. Queste le considerazioni del prof. Ilvo Diamanti su Repubblica (n.d.r.)
Non è facile prevedere che ne sarà dei partiti e del sistema partitico italiano, dopo il governo Monti. (Mi accontento di prevedere il passato. E non sempre mi riesce bene.) Tuttavia, mi sentirei di avanzare un'ipotesi. Facile. Nulla resterà come prima. L'esperienza del governo tecnico, infatti, sta mettendo a dura prova la tenuta dei principali partiti, ma anche - soprattutto - delle alleanze e delle coalizioni precedenti.
Oggi, d'altronde, appare in crisi la legittimazione stessa dei partiti in quanto tali. La fiducia nei loro confronti è, infatti, scesa a livelli mai toccati in passato (4%: Demos, gennaio 2012). D'altronde, non può essere privo di conseguenze, il fatto che la gestione della crisi sia stata affidata a un governo di "tecnici". Segno dell'incapacità dei partiti di assumere responsabilità - di governo ma anche di opposizione - di fronte agli elettori. Da ciò deriva la "popolarità" di questo governo (una settimana fa l'Ipsos la stimava intorno al 60%), in grado di prendere decisioni "impopolari". Mentre i partiti sostengono le decisioni del governo tecnico - oppure vi si oppongono - al "coperto". Dietro le quinte. In Parlamento. Nulla resterà come prima, nei partiti e nel sistema partitico, dopo Monti. Perché questa fase di "sospensione" ne accentua le difficoltà.
Quanto alla dimensione organizzativa e al rapporto con la propria base, basti osservare quel che sta succedendo nei principali partiti - Pdl e Pd. Il Pdl ha avviato una fase congressuale per affrontare il dopo-Berlusconi. Ma ciò che sta avvenendo in numerose province - sia del Sud che del Nord (in Veneto e a Vicenza, ad esempio) - dimostra quanto il partito sia esposto alle pressioni - non sempre lecite - di lobby locali. Non a caso il segretario del partito, Angelino Alfano, alcuni giorni fa, ha dovuto precisare - e minacciare - che "non faremo svolgere i congressi se si riscontrano situazioni gravi, nelle quali non vediamo chiaro".
D'altra parte, nel Pd, le tensioni e le divisioni, a livello nazionale e locale, sono diffuse ed evidenti. E hanno prodotto effetti non desiderati - per quanto prevedibili. Soprattutto nella selezione dei candidati alle prossime elezioni amministrative, mediante le "primarie". Le quali continuano ad essere utilizzate "à la carte". Talora a livello di partito, altre volte di coalizione. Con il risultato, in alcuni casi, da ultimo a Genova (e prima in Puglia, a Milano e a Cagliari), di favorire il candidato di un altro partito (seppure alleato). Da ciò il paradosso. Le primarie, "mito fondativo del Pd", secondo Arturo Parisi (forse il primo a concepirle), hanno legittimato leader di altri partiti - alleati ma anche concorrenti. E indebolito, di conseguenza, la leadership del Pd nel Centrosinistra. Locale e nazionale.
Ma altrettanto critica appare la questione dei rapporti e delle alleanze tra i partiti. Nell'attuale maggioranza, solo l'Udc e il Terzo Polo appaiono "organici" al governo Monti. Voluto e imposto dal Presidente Napolitano. I principali partiti della maggioranza, Pdl e Pd, considerano questa coabitazione "necessaria", quasi "coatta". Ma incoerente con la loro base elettorale e con la loro storia politica.
Elettori e dirigenti del Pdl, in particolare, vedono il governo Monti come il soggetto che ha "scalzato" il Centrodestra, guidato da Berlusconi. Per questo stesso motivo il governo Monti piace agli elettori del Pd. I quali, tuttavia, ne avversano alcune importanti scelte - dalle pensioni al mercato del lavoro e all'art. 18. Le considerano coerenti con le politiche del Centrodestra. Pdl e Pd, inoltre, si vedono "sfidati" dai loro tradizionali alleati - la Lega a centrodestra, Idv e Sel, a centrosinistra. I quali, a loro volta, da soli, rischiano di divenire periferici. Alle elezioni amministrative che incombono. Tanto più in quelle politiche, del prossimo anno.
Da ciò emerge una serie di conseguenze rilevanti, in prospettiva futura.
1. Se i partiti della Seconda Repubblica si sono personalizzati, la leadership personale dei partiti si sta rapidamente indebolendo. L'unico leader che mantenga un alto livello di consensi, tra gli elettori, infatti, è Monti - intorno al 60%. Tutti i leader di partito, da metà gennaio ad oggi, hanno, infatti, perso consensi e si posizionano molto più in basso.
2. Anche i partiti maggiori, però, hanno perduto consensi. Il Pdl, in particolare, ridotto al 22%. Mentre il Pd, da gennaio (quando aveva superato il 29%), sta declinando, seppure lentamente.
3. Se si valuta la posizione degli elettori sullo spazio politico, però, emerge con chiarezza come la struttura delle coalizioni non sia cambiata. In particolare, la distanza tra gli elettori del Pdl e del Pd si è allargata, per reazione alla coabitazione "coatta".
Tuttavia, i giudizi sulle specifiche questioni politiche e sulle scelte politiche del governo appaiono meno condizionate dall'appartenenza di partito e più dettate dal merito. Quindi meno distanti fra loro.
4. In altri termini, l'esperienza del governo Monti ha ridimensionato la frattura pro-antiberlusconiana. (Anche perché Berlusconi, per ora, se ne sta sullo sfondo.) Ma sta delineando una nuova frattura, o meglio, "distinzione". Pro-antimontiana. Che sta indebolendo i partiti maggiori a favore degli alleati di ieri - oggi all'opposizione. Peraltro, incapaci, da soli, di costruire una vera alternativa.
Da ciò la tentazione del Pd e del Pdl: difendersi dalla concorrenza degli alleati - oggi all'opposizione - con una legge elettorale che renda loro difficile correre da soli. Tuttavia, se i partiti - di maggioranza e opposizione - non dessero soluzione al loro deficit di rappresentanza sociale e di leadership, difficilmente potrebbero - potranno - riprendere la guida del Paese. Andare oltre l'emergenza.
Soprattutto se il governo Monti ottenesse i risultati sperati, dal punto di vista economico e istituzionale. Se svelenisse davvero il clima sociale e d'opinione. Allora fra un anno diverrebbe un "soggetto politico" forte. E potrebbe coltivare l'idea di proseguire l'esperienza "in proprio". Oppure, qualcun altro potrebbe occuparne lo spazio, raccoglierne l'eredità. Tecnica ed extra-politica. Cercando autonomamente il consenso elettorale, con il sostegno di una parte, almeno, dell'attuale maggioranza. Dove non mancano coloro a cui non spiacerebbe continuare questo esperimento.
In un Paese che ha conosciuto 50 anni di democrazia bloccata, intorno alla Dc e ai suoi alleati. E che arranca da vent'anni, inseguendo un bipolarismo sin qui ir-realizzato. Si tratterebbe di una Terza Repubblica che, per alcuni aspetti, rammenta e ridisegna la Prima. Con una differenza importante. Non sarebbe fondata "da" e "su", ma "contro" i partiti.
Ilvo Diamanti - la Repubblica - 20 febbraio 2012
Tempo fa scrissi un articolo dove parlavo della linea di continuazione che legava la “Prima” e la “Seconda” Repubblica, affermando-a tal proposito-che tale distinzione nella realtà dei fatti non esisteva.
Sono sì cambiati molti degli attori politici, così come sono cambiati i nomi dei vari partiti. Ma ciò che non risulta essere cambiato, e che anzi unisce le “due” Repubbliche, è l’affarismo che lega la classe politica con quella dell’alta finanza, le logiche clientelari e nepotistiche.
Ma in questi giorni, in quest’ultimo anno, sembra che stia per calare il sipario anche su i soggetti-politici e partiti-che hanno segnato gli ultimi vent’anni della scena politica nel “bel paese”.
Quello che sta tramontando non è solo una lunga stagione “culturale” (o sottoculturale), ma ciò che sta finendo riguarda direttamente coloro che hanno condotto il paese nell’attuale situazione di crisi.

Ora senza voler approfondire più di tanto la situazione all’interno del Pdl-del quale ho già scritto più volte-è sotto gli occhi di tutti che nel momento in cui il suo “demiurgo” uscirà dalle scene poco spazio avranno chi resterà a raccogliere i cocci dell’ex Forza Italia. Come può essere pensabile che un Partito politico possa essere guidato da un Segretario come Angelino Alfano-mal tollerato tra l’altro-il quale afferma che lui e il suo partito non esisterebbero, ne prenderebbero voti, senza la presenza di Silvio Berlusconi? Come può essere credibile un Segretario il quale dice che il Pdl deve essere il “partito degli onesti” quando, poi, al suo interno ci sono elementi come Dell’Utri e Cosentino? Con quale faccia si può affermare di voler premiare la meritocrazia quando alla guida del Ministero della Cultura sono stati messi elementi che poco centrano con la cultura come Bondi e Galan? Stando a tale premesse mi sembra ovvio che il Pdl si scioglierà come neve al sole appena il cavaliere abbandonerà le scene politiche.

Ma il disfacimento del Pdl e del berlusconismo sembra abbia contagiato anche il suo alleato storico, la Lega Nord. Il Partito del “Carroccio” in questi anni dove è stato al governo non ha ottenuto niente di tutto ciò che andava decantando al suo atto di nascita. Il Federalismo non è passato, le autonomia delle ragioni e dei comuni nemmeno, l’immigrazione clandestina-nonostante leggi che sfiorano il razzismo-non è stata debellata, la vecchia politica partitica è più che mai viva, così come la corruzione politica è più che mai viva. Alla luce di questi insuccessi e alla luce di un certo servilismo ad personam verso il cavaliere, il Partito di Bossi nell’ultimo anno è calato-nei consensi-di quasi tre punti percentuali, calo che continua ad aumentare. Ma la cosa più grave per Bossi è che la sua leadership-così come la sua linea politica-non è più vista in modo condiviso da tutti. Le voci di dissenso nel “Carroccio” crescono sempre di più. E oltre al contrasto tra Maroni e Bossi, si iniziano a sentire voci critiche anche tra sindaci e base elettorale. Sino ad arrivare al contrasto di questi giorni tra Calderoli e Maroni a proposito del Referendum sulla Legge Elettorale (mal visto da Calderoli e, per contro, avallato da Maroni). Quello di cui Bossi non si rende conto è che se si ostina a rimanere sul “Titanic” Pdl corre il rischio di affondare assieme al tale “nave”, con la conseguenza di trovarsi senza una coalizione in cui posizionarsi alla prossima tornata elettorale e perdendo molti consensi dalla propria base.
I tre partiti che hanno segnato la scena politica degli ultimi anni, nella fase politica che viene definita “Seconda” Repubblica, sono Pdl, Lega e Pd (ex, Pci, Pds e Ds). Così come sono al tramonto Pdl e Lega lo stesso rischio corre il Partito guidato da Bersani.

Più volte ho sottolineato come nel momento di calo del Pdl il Pd non sia mai riuscito a guadagnare molti consensi. Già ho detto su come il Centro Sinistra sia colpevole dell’affermazione del berlusconismo nel paese. Ma il rischio che corre il Pd di scomparire è imputabile elle sua contraddizioni e alle sue logiche affaristiche interne. Il Pd, e il suo Segretario, deve fare chiarezza sul motivo per cui prima parla di tagli ai costi della politica e poi vota contro la cancellazione delle provincie, forse perché al maggior parte delle provincie sono governate da uomini del Partito Democratico? Bersani dovrebbe fare maggiore chiarezza sulla vicenda Penati e sui suoi rapporti con questi, ricordiamo sempre che Penati era il Capo della Segretaria Politica di Bersani-quindi il suo più stretto collaboratore-nel periodo in cui-stando all’accusa-questi commise parte dei reati di cui è accusato. Sempre a proposito di Penati, ma anche di Tedesco, il Pd non può permettersi di essere giustizialista con il “nemico” e garantista con “l’amico”, quindi si farebbe meglio a evitare ogni pubblica difesa dell’ex Presidente della Provincia di Milano. Ma il massimo della “sindrome tafazzi” il Pd-per bocca di Bersani-l’ha toccato in questi giorni, quando il Segretario-di un partito che si dichiara laico e che ha come base elettorale dei laici convinti-dichiara di tenere in considerazione le parole della Chiesa. Quest’ultima affermazione è figlia di due motivi: il primo è che Bagnasco la scorsa settimana ha tenuto una conferenza dove diceva che certi comportamenti di basso profilo etico-morale non erano accettabili da parte di uomini politici, il riferimento era ovviamente a Silvio Berlusconi. Subito il Pd ne ha-come al suo solito-approfittato per cavalcare l’onda populista (e poi Bersani parla di superare il populismo?) accodandosi anche a opinioni di soggetti lontani culturalmente dal Centro Sinistra. La seconda ragione per cui Bersani ha aperto alla Chiesa è che egli non vuole giocarsi i voti dell’elettorato cattolico, e anche questo non è forse populismo di tipo berlusconiano? Allora, così facendo, il Pd e Bersani devono tenere conto dell’opinione della Chiesa anche quando questa si pronuncia contro l’aborto, la ricerca sulle staminali e la questione del “fine vita”? Bersani rispetta l’opinione della Chiesa anche quando il Vaticano emargina e discrimina gli omosessuali? Il Partito Democratico dovrebbe darsi una mossa e una svegliata-oltre a essere più coerente-se non vuole tramontare anch’egli assieme al berlusconismo, di cui è, prima, responsabile e, poi, vittima.

Ma la verità, volenti o nolenti, è che il grande protagonista della scena politica italiana degli ultimi venti anni è stato Silvio Berlusconi con il suo populismo e sottoculturalismo. E ora che il sipario sta per calare sulla sua stagione è ovvio che si porti tutti dietro con se. Che porti via una classe politica che ha permesso e tollerato la sua anomalia. Che trascini via con se una classe politica contagiata dal suo populismo, dal sua sottoculturalismo e dalle sue logiche clientelari e affaristiche.
www.sfereculturali.it - Francesco Saglioccolo - 03 ottobre 2011





