You are here : Home politica

politica

Il governo dovrebbe avere più energia nel conronto con le parti sociali

E-mail Stampa PDF

Mario Monti, dopo avere riformato le pensioni, si trova alle prese con un ostacolo ancora più difficile ed impegnativo. Dovesse riuscire a superarlo c'è da esserne, come italiani, soddisfatti per una serie di ragioni. In primo luogo perchè un governo non può essere ostaggio dei veti incrociati (da una parte l'opposizione del sindacato, dall'altra quella del partito che maggiormente ha voluto, dopo la autocaduta di Berlusconi, che un governo tecnico affrontasse tutti quei nodi irrisolti che nè il mago di Arcore, nè Prodi, nè Amato,  (n.d.r.)nè D'Alema prima sono riusciti a sbrogliare), c'è da considerare anche la posizione della Confindustria e dei cani sciolti seduti in parlamento (Scilipoti, Razzi, Alessandra Mussolini, ecc.  In secondo luogo perchè è preciso compito di un governo adottare tutti i provvedimenti che ritiene indispensabili per perseguire le finalità per cui è stato prescelto e votato con una straordinaria maggioranza dalle due Camere. Per rilanciare l'economia è necessario riformare un ingessato mercato del lavoro. Due economisti, tra i più apprezzati, i professori Alberto Alesina e Francesco Giavazzi, espongono le loro valutazioni sul Corriere della Sera. Monti dovrebbe avere più coraggio, perchè in questa congiuntura internazionale assai poco favorevole essere prudenti è poco saggio. (n.d,r).

A meno di due mesi dal suo insediamento, il nuovo governo spagnolo ha varato una riforma del mercato del lavoro che affronta alcune delle questioni che sono sul tavolo anche in Italia, a cominciare dalla situazione dei giovani. In Spagna la disoccupazione totale è molto più alta che in Italia (23% rispetto a 9%), ma il rapporto tra la disoccupazione dei giovani (28% in Italia e 48% in Spagna) e quella degli anziani è più grave nel nostro Paese. In Spagna il tasso di disoccupazione dei giovani è il doppio di quello dei lavoratori più anziani. In Italia il triplo.

La nuova legge spagnola accorcia la distanza fra contratti a tempo determinato e indeterminato modificando questi ultimi: il costo, per un'impresa, di licenziare un lavoratore a tempo indeterminato scende da un compenso corrispondente a 45 giorni lavorativi per ogni anno di servizio, a 33 giorni. Quindi, chi aveva un contratto a tempo indeterminato e lavorava da solo 6 mesi riceverà un ammontare equivalente a 16,5 giorni di lavoro. Se lavorava da dieci anni, un ammontare equivalente a 330 giorni (il compenso massimo è di due anni). Se poi l'impresa dimostra che il licenziamento non avviene per ragioni disciplinari, ma economiche (ad esempio se l'impresa non riesce più a vendere i suoi prodotti), il compenso si riduce a 20 giorni per anno di servizio con un massimo corrispondente a 12 mesi di retribuzione netta.

La strada spagnola è quella giusta: far pagare alle imprese una parte dei sussidi di disoccupazione fa sì che esse ci pensino bene prima di licenziare un dipendente, tanto più quanto più a lungo è durato il rapporto di lavoro. Agevolarle se il licenziamento dipende da motivi economici evita che si tengano artificialmente in vita imprese decotte, come invece avviene in Italia quando si prolunga oltre misura la cassa integrazione.

Vincoli simili a quelli imposti dall'articolo 18 del nostro Statuto dei lavoratori erano stati eliminati in Spagna già nel 1997. Nei dieci anni successivi la disoccupazione scese di circa dieci punti: dal 17,8% all'8,3. Ciò che il governo di Mariano Rajoy non ha invece avuto il coraggio di fare è introdurre un contratto unico. Come in Italia, anche a Madrid l'opposizione al contratto unico è venuta dai sindacati e dall'associazione delle imprese. I primi (come mostrano Juan Dolado e Samuel Bentolila, Economic Policy 1994), perché la presenza di lavoratori precari segmenta il mercato del lavoro e consente di mantenere più elevato il salario di chi ha un contratto a tempo indeterminato; le imprese perché i contratti a tempo indeterminato offrono flessibilità a costo zero.

Fino ad oggi una riforma del mercato del lavoro che elimini le disparità fra giovani e anziani è stata un tabù in Italia. Ora, fortunatamente, pare non lo sia più. Il presidente del Consiglio Monti e il ministro del Lavoro Fornero sembrano pronti ad affrontare sia il tema dei contratti che quello dei sussidi, due riforme che vanno fatte insieme perché (come abbiamo spiegato in un articolo del 22 gennaio) non si può riformare il mercato del lavoro senza rivedere il sistema di sussidi alla disoccupazione. E non si tratta solo di riformare il sistema di protezione per chi perde il lavoro.

I dati dell'Ocse mostrano che l'Italia detiene (insieme a Messico e Turchia) il record nella percentuale di giovani che né lavorano né partecipano ad attività formative, in una scuola, un'università, o all'interno di un'azienda. Una situazione molto diversa da quella tedesca, dove non c'è praticamente alcuna differenza fra il tasso di disoccupazione dei giovani e quello dei lavoratori più anziani (7% contro l'8% dei giovani). Ciò che fa la differenza in Germania (e modalità analoghe esistono in Austria, Svizzera e Olanda) è un sistema che consente ai giovani di inserirsi molto presto nel mondo del lavoro. Terminata la scuola elementare, le famiglie tedesche devono scegliere, per i loro figli, fra tre strade distinte: una scuola simile al nostro liceo, che non prevede formazione professionale; la Realschule in cui si alternano periodi di formazione generale e periodi di esperienza in azienda; e la Hauptschule che prevede un graduale inserimento in azienda già a partire dai 15-16 anni. Non sono scelte irreversibili: previa verifica del suo rendimento scolastico, uno studente può passare da una scuola all'altra.

Un'impresa tedesca su tre offre esperienze di apprendistato e metà dei ragazzi che fanno questa esperienza vengono poi assunti dalla stessa impresa con un contratto a tempo indeterminato. In Italia le imprese usano l'apprendistato come un modo per assumere lavoratori precari e le attività di formazione sono spesso fasulle. Il risultato è che i giovani apprendisti il più delle volte non imparano nulla e alla fine del contratto vengono lasciati a casa (si leggano Pietro Garibaldi e Tito Boeri «Un nuovo apprendistato contro lo spreco di capitale umano» sul sito lavoce.info ). E così ci si continua a illudere che la laurea sia l'unica strada per trovare lavoro: il risultato è che a un anno dalla laurea triennale tre giovani su dieci non hanno ancora trovato un lavoro, e uno su due a un anno dalla laurea specialistica (dati di AlmaLaurea). Anche perché, durante gli anni dell'università, in Italia, diversamente da quanto avviene in altri Paesi, le imprese non fanno alcuno sforzo per avvicinare i giovani al mondo del lavoro, anche solo con stage estivi, e le università sono fabbriche di esami organizzate in modo tale che gli studenti non hanno mai due mesi liberi.

Monti e Fornero possono seguire due strade: procedere con cautela, cambiare pochissimo, cercare il consenso della Confindustria e dei sindacati, e così evitare scontri. Oppure attuare una riforma vera, che parta dal contratto unico a tempo indeterminato per tutti, con la possibilità di terminare il rapporto di lavoro (per tutti, anche i dipendenti pubblici) con i dovuti costi per le imprese o per lo Stato.

Noi pensiamo che vada abbandonata ogni cautela e che si debba avere il coraggio di chiamare «riforma» solo una modifica sostanziale dei contratti, dei sussidi e delle modalità di inserimento dei giovani nel mercato del lavoro. Limitarsi a qualche aggiustamento marginale è peggio che non far nulla: si creerebbe l'illusione che un problema è stato risolto, quando invece non è vero. Lo scoprirà anche la Spagna che si è fermata a metà strada. Oggi la prudenza non è segno né di saggezza né di lungimiranza.

Alberto Alesina e Francesco Giavazzi - Corriere della Sera - 20 febbraio 2012

Il discredito dei partiti è al top

E-mail Stampa PDF

I partiti sono moriti, viva i partiti! Beh, non pare proprio così. La cosiddetta seconda repubblica ha fatto il suo tempo. La crisi del governo Berlusconi, che ha avuto il suo battesimo nel giorno del violento battibecco tra l'allora premier e il presidente della Camera, Gianfranco Fini, e che si è trascinata per mesi e mesi, ha segnato la fine dei partiti personali, dei partiti proprietari e, in fondo, della politica, con crescente disaffezione dei cittadini dalla casta, anzi, dalle caste. Oggi la credibilità di chi fa politica è giunta a livelli bassissimi. Queste le considerazioni del prof. Ilvo Diamanti su Repubblica (n.d.r.)

Non è facile prevedere che ne sarà dei partiti e del sistema partitico italiano, dopo il governo Monti. (Mi accontento di prevedere il passato. E non sempre mi riesce bene.) Tuttavia, mi sentirei di avanzare un'ipotesi. Facile. Nulla resterà come prima. L'esperienza del governo tecnico, infatti, sta mettendo a dura prova la tenuta dei principali partiti, ma anche  -  soprattutto  -  delle alleanze e delle coalizioni precedenti.

Oggi, d'altronde, appare in crisi la legittimazione stessa dei partiti in quanto tali. La fiducia nei loro confronti è, infatti, scesa a livelli mai toccati in passato (4%: Demos, gennaio 2012). D'altronde, non può essere privo di conseguenze, il fatto che la gestione della crisi sia stata affidata a un governo di "tecnici". Segno dell'incapacità dei partiti di assumere responsabilità  -  di governo ma anche di opposizione  -  di fronte agli elettori. Da ciò deriva la "popolarità" di questo governo (una settimana fa l'Ipsos la stimava intorno al 60%), in grado di prendere decisioni "impopolari". Mentre i partiti sostengono le decisioni del governo tecnico  -  oppure vi si oppongono  -  al "coperto". Dietro le quinte. In Parlamento. Nulla resterà come prima, nei partiti e nel sistema partitico, dopo Monti. Perché questa fase di "sospensione" ne accentua le difficoltà.
Quanto alla dimensione organizzativa e al rapporto con la propria base, basti osservare quel che sta succedendo nei principali partiti  -  Pdl e Pd. Il Pdl ha avviato una fase congressuale per affrontare il dopo-Berlusconi. Ma ciò che sta avvenendo in numerose province  -  sia del Sud che del Nord (in Veneto e a Vicenza, ad esempio)  -  dimostra quanto il partito sia esposto alle pressioni  -  non sempre lecite  -  di lobby locali. Non a caso il segretario del partito, Angelino Alfano, alcuni giorni fa, ha dovuto precisare  -  e minacciare  -  che "non faremo svolgere i congressi se si riscontrano situazioni gravi, nelle quali non vediamo chiaro".

D'altra parte, nel Pd, le tensioni e le divisioni, a livello nazionale e locale, sono diffuse ed evidenti. E hanno prodotto effetti non desiderati  -  per quanto prevedibili. Soprattutto nella selezione dei candidati alle prossime elezioni amministrative, mediante le "primarie". Le quali continuano ad essere utilizzate "à la carte". Talora a livello di partito, altre volte di coalizione. Con il risultato, in alcuni casi, da ultimo a Genova (e prima in Puglia, a Milano e a Cagliari), di favorire il candidato di un altro partito (seppure alleato). Da ciò il paradosso. Le primarie, "mito fondativo del Pd", secondo Arturo Parisi (forse il primo a concepirle), hanno legittimato leader di altri partiti  -  alleati ma anche concorrenti. E indebolito, di conseguenza, la leadership del Pd nel Centrosinistra. Locale e nazionale.

Ma altrettanto critica appare la questione dei rapporti e delle alleanze tra i partiti. Nell'attuale maggioranza, solo l'Udc e il Terzo Polo appaiono "organici" al governo Monti. Voluto e imposto dal Presidente Napolitano. I principali partiti della maggioranza, Pdl e Pd, considerano questa coabitazione "necessaria", quasi "coatta". Ma incoerente con la loro base elettorale e con la loro storia politica.

Elettori e dirigenti del Pdl, in particolare, vedono il governo Monti come il soggetto che ha "scalzato" il Centrodestra, guidato da Berlusconi. Per questo stesso motivo il governo Monti piace agli elettori del Pd. I quali, tuttavia, ne avversano alcune importanti scelte  -  dalle pensioni al mercato del lavoro e all'art. 18. Le considerano coerenti con le politiche del Centrodestra. Pdl e Pd, inoltre, si vedono "sfidati" dai loro tradizionali alleati  -  la Lega a centrodestra, Idv e Sel, a centrosinistra. I quali, a loro volta, da soli, rischiano di divenire periferici. Alle elezioni amministrative che incombono. Tanto più in quelle politiche, del prossimo anno.

Da ciò emerge una serie di conseguenze rilevanti, in prospettiva futura.
1. Se i partiti della Seconda Repubblica si sono personalizzati, la leadership personale dei partiti si sta rapidamente indebolendo. L'unico leader che mantenga un alto livello di consensi, tra gli elettori, infatti, è Monti  -  intorno al 60%. Tutti i leader di partito, da metà gennaio ad oggi, hanno, infatti, perso consensi e si posizionano molto più in basso.
2. Anche i partiti maggiori, però, hanno perduto consensi. Il Pdl, in particolare, ridotto al 22%. Mentre il Pd, da gennaio (quando aveva superato il 29%), sta declinando, seppure lentamente.
3. Se si valuta la posizione degli elettori sullo spazio politico, però, emerge con chiarezza come la struttura delle coalizioni non sia cambiata. In particolare, la distanza tra gli elettori del Pdl e del Pd si è allargata, per reazione alla coabitazione "coatta".
Tuttavia, i giudizi sulle specifiche questioni politiche e sulle scelte politiche del governo appaiono meno condizionate dall'appartenenza di partito e più dettate dal merito. Quindi meno distanti fra loro.
4. In altri termini, l'esperienza del governo Monti ha ridimensionato la frattura pro-antiberlusconiana. (Anche perché Berlusconi, per ora, se ne sta sullo sfondo.) Ma sta delineando una nuova frattura, o meglio, "distinzione". Pro-antimontiana. Che sta indebolendo i partiti maggiori a favore degli alleati di ieri  -  oggi all'opposizione. Peraltro, incapaci, da soli, di costruire una vera alternativa.

Da ciò la tentazione del Pd e del Pdl: difendersi dalla concorrenza degli alleati  -  oggi all'opposizione  -  con una legge elettorale che renda loro difficile correre da soli. Tuttavia, se i partiti  -  di maggioranza e opposizione  -  non dessero soluzione al loro deficit di rappresentanza sociale e di leadership, difficilmente potrebbero  -  potranno  -  riprendere la guida del Paese. Andare oltre l'emergenza.

Soprattutto se il governo Monti ottenesse i risultati sperati, dal punto di vista economico e istituzionale. Se svelenisse davvero il clima sociale e d'opinione. Allora fra un anno diverrebbe un "soggetto politico" forte. E potrebbe coltivare l'idea di proseguire l'esperienza "in proprio". Oppure, qualcun altro potrebbe occuparne lo spazio, raccoglierne l'eredità. Tecnica ed extra-politica. Cercando autonomamente il consenso elettorale, con il sostegno di una parte, almeno, dell'attuale maggioranza. Dove non mancano coloro a cui non spiacerebbe continuare questo esperimento.
In un Paese che ha conosciuto 50 anni di democrazia bloccata, intorno alla Dc e ai suoi alleati. E che arranca da vent'anni, inseguendo un bipolarismo sin qui ir-realizzato. Si tratterebbe di una Terza Repubblica che, per alcuni aspetti, rammenta e ridisegna la Prima. Con una differenza importante. Non sarebbe fondata "da" e "su", ma "contro" i partiti.

Ilvo Diamanti - la Repubblica - 20 febbraio 2012

Il Disfacimento dei “Grandi” Partiti della “Seconda” Repubblica

Tempo fa scrissi un articolo dove parlavo della linea di continuazione che legava la “Prima” e la “Seconda” Repubblica, affermando-a tal proposito-che tale distinzione nella realtà dei fatti non esisteva.

Sono sì cambiati molti degli attori politici, così come sono cambiati i nomi dei vari partiti. Ma ciò che non risulta essere cambiato, e che anzi unisce le “due” Repubbliche, è l’affarismo che lega la classe politica con quella dell’alta finanza, le logiche clientelari e nepotistiche.

Ma in questi giorni, in quest’ultimo anno, sembra che stia per calare il sipario anche su i soggetti-politici e partiti-che hanno segnato gli ultimi vent’anni della scena politica nel “bel paese”.

Quello che sta tramontando non è solo una lunga stagione “culturale” (o sottoculturale), ma ciò che sta finendo riguarda direttamente coloro che hanno condotto il paese nell’attuale situazione di crisi.

angelino alfano

Ora senza voler approfondire più di tanto la situazione all’interno del Pdl-del quale ho già scritto più volte-è sotto gli occhi di tutti che nel momento in cui il suo “demiurgo” uscirà dalle scene poco spazio avranno chi resterà a raccogliere i cocci dell’ex Forza Italia. Come può essere pensabile che un Partito politico possa essere guidato da un Segretario come Angelino Alfano-mal tollerato tra l’altro-il quale afferma che lui e il suo partito non esisterebbero, ne prenderebbero voti, senza la presenza di Silvio Berlusconi? Come può essere credibile un Segretario il quale dice che il Pdl deve essere il “partito degli onesti” quando, poi, al suo interno ci sono elementi come Dell’Utri e Cosentino? Con quale faccia si può affermare di voler premiare la meritocrazia quando alla guida del  Ministero della Cultura sono stati messi elementi che poco centrano con la cultura come Bondi e Galan? Stando a tale premesse mi sembra ovvio che il Pdl si scioglierà come neve al sole appena il cavaliere abbandonerà le scene politiche.

umberto bossi

Ma il disfacimento del Pdl e del berlusconismo sembra abbia contagiato anche il suo alleato storico, la Lega Nord. Il Partito del “Carroccio” in questi anni dove è stato al governo non ha ottenuto niente di tutto ciò che andava decantando al suo atto di nascita. Il Federalismo non è passato, le autonomia delle ragioni e dei comuni nemmeno, l’immigrazione clandestina-nonostante leggi che sfiorano il razzismo-non è stata debellata, la vecchia politica partitica è più che mai viva, così come la corruzione politica è più che mai viva. Alla luce di questi insuccessi e alla luce di un certo servilismo ad personam verso il cavaliere, il Partito di Bossi nell’ultimo anno è calato-nei consensi-di quasi tre punti percentuali, calo che continua ad aumentare. Ma la cosa più grave per Bossi è che la sua leadership-così come la sua linea politica-non è più vista in modo condiviso da tutti. Le voci di dissenso nel “Carroccio” crescono sempre di più. E oltre al contrasto tra Maroni e Bossi, si iniziano a sentire voci critiche anche tra sindaci e base elettorale. Sino ad arrivare al contrasto di questi giorni tra Calderoli e Maroni a proposito del Referendum sulla Legge Elettorale (mal visto da Calderoli e, per contro, avallato da Maroni). Quello di cui Bossi non si rende conto è che se si ostina a rimanere sul “Titanic” Pdl corre il rischio di affondare assieme al tale “nave”, con la conseguenza di trovarsi senza una coalizione in cui posizionarsi alla prossima tornata elettorale e perdendo molti consensi dalla propria base.

I tre partiti che hanno segnato la scena politica degli ultimi anni, nella fase politica che viene definita “Seconda” Repubblica, sono Pdl, Lega e Pd (ex, Pci, Pds e Ds). Così come sono al tramonto Pdl e Lega lo stesso rischio corre il Partito guidato da Bersani.

bersani

Più volte ho sottolineato come nel momento di calo del Pdl il Pd non sia mai riuscito a guadagnare molti consensi. Già ho detto su come il Centro Sinistra sia colpevole dell’affermazione del berlusconismo nel paese. Ma il rischio che corre il Pd di scomparire è imputabile elle sua contraddizioni e alle sue logiche affaristiche interne. Il Pd, e il suo Segretario, deve fare chiarezza sul motivo per cui prima parla di tagli ai costi della politica e poi vota contro la cancellazione delle provincie, forse perché al maggior parte delle provincie sono governate da uomini del Partito Democratico? Bersani dovrebbe fare maggiore chiarezza sulla vicenda Penati e sui suoi rapporti con questi, ricordiamo sempre che Penati era il Capo della Segretaria Politica di Bersani-quindi il suo più stretto collaboratore-nel periodo in cui-stando all’accusa-questi commise parte dei reati di cui è accusato. Sempre a proposito di Penati, ma anche di Tedesco, il Pd non può permettersi di essere giustizialista con il “nemico” e garantista con “l’amico”, quindi si farebbe meglio a evitare ogni pubblica difesa dell’ex Presidente della Provincia di Milano. Ma il massimo della “sindrome tafazzi” il Pd-per bocca di Bersani-l’ha toccato in questi giorni, quando il Segretario-di un partito che si dichiara laico e che ha come base elettorale dei laici convinti-dichiara di tenere in considerazione le parole della Chiesa. Quest’ultima affermazione è figlia di due motivi: il primo è che Bagnasco la scorsa settimana ha tenuto una conferenza dove diceva che certi comportamenti di basso profilo etico-morale non erano accettabili da parte di uomini politici, il riferimento era ovviamente a Silvio Berlusconi. Subito il Pd ne ha-come al suo solito-approfittato per cavalcare l’onda populista (e poi Bersani parla di superare il populismo?) accodandosi  anche a opinioni di soggetti lontani culturalmente dal Centro Sinistra. La seconda ragione per cui Bersani ha aperto alla Chiesa è che egli non vuole giocarsi i voti dell’elettorato cattolico, e anche questo non è forse populismo di tipo berlusconiano? Allora, così facendo, il Pd e Bersani devono tenere conto dell’opinione della Chiesa anche quando questa si pronuncia contro l’aborto, la ricerca sulle staminali e la questione del “fine vita”? Bersani rispetta l’opinione della Chiesa anche quando il Vaticano emargina e discrimina gli omosessuali? Il Partito Democratico dovrebbe darsi una mossa e una svegliata-oltre a essere più coerente-se non vuole tramontare anch’egli assieme al berlusconismo, di cui è, prima, responsabile e, poi, vittima.

silvio berlusconi

Ma la verità, volenti o nolenti, è che il grande protagonista della scena politica italiana degli ultimi venti anni è stato Silvio Berlusconi con il suo populismo e sottoculturalismo. E ora che il sipario sta per calare sulla sua stagione è ovvio che si porti tutti dietro con se. Che porti via una classe politica che ha permesso e tollerato la sua anomalia. Che trascini via con se una classe politica contagiata dal suo populismo, dal sua sottoculturalismo e dalle sue logiche clientelari e affaristiche.

www.sfereculturali.it - Francesco Saglioccolo - 03 ottobre 2011

I partiti non vogliono capire, la musica è cambiata

E-mail Stampa PDF

Il Pdl sta precipitando nella bufera. Che sia sempre stato ostaggio di personaggi dediti al malaffare è ampiamente risaputo. Lo stesso inventore del Parito di plastica, Silvio Berlusconi, è da tempo oggetto di particolari attenzioni da parte della magistratura per ragioni che nulla hanno a che fare con la politica. Sosteneva il vecchio Giulio Andreotti: un sospetto è un sospetto, due sospetti sono due sospetti, ma tre sospetti sono certezza. E il buon Silvio di sospetti di connvenza con la malavita ne ha collezionato diciamo parecchi. Ma anche Denis Verdini non scherza, come non scherzano Nicola Cosentino, Marcello Dell'Utri, Cesare Previti e tanti altri esponenti del Partito della Libertà. Che il Pdl non sia un vero partito lo sanno tutti, anche i bambini. E' un partito padronale, per nulla democratico. Provate a chiederlo a Marco Follini, Pierferdiando Casini, Gianfranco Fini (n.d.r.). Ecco quanto sta succedendo all'interno di questo movimento nell'articolo di Giulia Zaccarello e Stefano Santachiara

Sempre più caos nel partito di Berlusconi in Emilia Romagna: la prima mossa è stata togliere i poteri a Isabella Bertolini, l'unica che aveva evidenziato i pericoli dati da un boom di iscritti sospetto. Ma la deputata probabilmente paga anche quel "Silvio fatti da parte" pronunciato pochi giorni prima della caduta del governo: fu lei a guidare quelli che vennero soprannominati "malpancisti"

Il tanto invocato intervento di Alfano alla fine è arrivato e ha tutta l’aria di un terremoto in casa Pdl. Dopo le denunce della deputata Isabella Bertolini, che han gettato l’ombra della camorra sul tesseramento del Pdl modenese, l’ex guardasigilli ha deciso di nominare Denis Verdini commissario del coordinamento provinciale di Modena. Uno smacco per la deputata modenese, che paga con qualche mese di ritardo il tardimento a Berlusconi: fu lei, infatti a pronunciare quel “Silvio fatti da arte” e a guidare i malpancisti che contribuirono alla caduta del governo Berlusconi.

Il commissariamento e l’incarico a Verdini sono stato decisi in accordo con l’avversario numero uno della Bartolini il senatore Carlo Giovanardi.

“Dopo aver parlato con il segretario nazionale del Pdl Angelino Alfano, abbiamo convenuto che la cosa piu’ opportuna per Modena, per troncare finalmente ogni polverone e speculazione sul tesseramento al Pdl, sia la nomina di un commissario – ha spiegato Giovanardi – che sia in grado rapidamente di fare e garantire la celebrazione del congresso il prima possibile”.

A pesare sul congresso dei pidiellini modenesi (che sarebbe previsto il 25 febbraio), il rischio di un’inchiesta della magistratura dopo le accuse su tesseramenti dubbi tra l’area dei Popolari liberali di Giovanardi (che candida il consigliere regionale Enrico Aimi, ex An) e quella della coordinatrice uscente Isabella Bertolini (candidata Claudia Severi), mentre come terzo incomodo è  in campo il consigliere comunale Michele Barcaiuolo.

Ma chi è l’uomo che dovrebbe salvare il Pdl a Modena, ma non solo? Si chiama Denis Verdini (nella foto), banchiere e politico di lungo corso, fra i forzisti considerati fedelissimi di Silvio Berlusconi. Artefice della fusione tra Forza Italia e Alleanza nazionale nel Pdl, è rimasto in sella nonostante gli scandali che lo hanno coinvolto, come quello del Credito cooperativo fiorentino e della cosiddetta ‘P3′.

Originario di Fivizzano, ai tempi in cui Bondi era sindaco comunista, militava nelle fila del Partito Repubblicano. Con la vittoria di Berlusconi è saltato sul carro di Forza Italia per non scendervi più. Economista uscito dall’università Luiss di Roma, considera il conflitto d’interesse un non-problema. Editore del Giornale della Toscana e socio al 15% della società editrice de Il Foglio, nel 1997 sostenne Giuliano Ferrara nella campagna elettorale del Mugello che portò all’elezione dell’ex Pm Antonio Di Pietro. Per anni presidente e consigliere del Cda del Credito Cooperativo fiorentino, si è dimesso solo nel luglio 2010 a causa dell’inchiesta sulla cricca che lo vede indagato per corruzione e violazione della legge Anselmi sulle società segrete. Mentre l’istituto cooperativo veniva commissariato, la Banca d’Italia contestò a Verdini un conflitto d’interessi da 60 milioni di euro.

La Procura di Firenze accusa il forzista toscano e Marcello Dell’Utri, i vertici della Btp di Riccarco Fusi e l’intero cda del Credito cooperativo fiorentino di finanziamenti e crediti milionari concessi senza le garanzie. Ma i guai per il berlusconiano d’acciaio non sono finiti: oltre all’iscrizione sul registro degli indagati per concorso in corruzione circa gli appalti del G8 alla Maddalena, in primavera è coinvolto nell’inchiesta romana sulla cosiddetta P3 che porta all’arresto del faccendiere piduista Flavio Carboni e vede indagato il governatore Pdl della Sardegna Ugo Cappellacci per appalti nel settore eolico. Fra l’altro nel settembre 2009 a casa di Verdini si sarebbe svolto un incontro con Carboni, Marcello Dell’Utri, il sottosegretario alla Giustizia Giacomo Caliendo e il capo degli ispettori Arcibaldo Miller e Raffaele Lombardi.

Una loggia che secondo i Pm Giancarlo Capaldo e Rodolfo Sabelli avrebbe esercitato pressioni per indurre la Corte costituzionale ad approvare il Lodo Schifani sull’immunità delle alte cariche dello Stato poi bocciato per palese incostituzionalità: la loggia segreta si sarebbe data da fare “per realizzare una serie indeterminata di delitti di corruzione, abuso d’ufficio, illecito finanziamento dei partiti, diffamazione e violenza privata, creando allo scopo una fitta rete di conoscenze nel mondo della magistratura, in quello politico e in quello imprenditoriale”.

Giulia Zaccariello e Stefano Santachiara - Il Fatto Quotidiano - 17 febbraio 2012

Perchè i parlamentari non devono rivelare i loro redditi?

E-mail Stampa PDF

Trasparenza sui redditi dei parlamentari

I redditi dei deputati spagnoli saranno consultabili dai cittadini, annuncia Público. Infatti dall'8 settembre le dichiarazioni dei redditi dei parlamentari saranno accessibili sui siti della Camera e del Senato. Per il quotidiano, che fa notare come l'interesse del pubblico abbia provocato il blocco parziale dei siti per alcune ore, questa iniziativa costituisce una prova di trasparenza "necessaria e importante", ma dovrebbe estendersi a tutte le funzioni che dipendono dal bilancio dello stato, "a cominciare dalla famiglia reale fino ai consiglieri comunali comunali".

A due mesi dalle elezioni politiche del 20 novembre, i cittadino possono quindi sapere che il candidato socialista Alfredo Pérez Rubalcaba dichiara un reddito vicino al milione di euro, mentre il suo rivale conservatore, Mariano Rajoy, non va oltre i 600mila. Il primo ministro uscente José Luis Rodriguez Zapatero dichiara solo una casa in costruzione nella sua città natale di León, un patrimonio di 158mila euro e un reddito di 66mila euro all'anno, conclude Público.

Perché un italiano dovrebbe ignorare il nome di chi regala coperto dall'anonimato fino a 50 mila euro (in cambio di cosa?). Che fatica, la trasparenza. La riluttanza con cui tanti esponenti del governo Monti, così spicci su altre cose, hanno percorso scalciando il cammino verso la diffusione online dei patrimoni fino a sforare i termini e a costringere il premier a dare loro un ultimatum e una proroga fino a martedì, la dice lunga sulla strada ancora da fare. Non è così, da altre parti. Ce lo dicono esempi come il sito di David Cameron dove è annotato non solo che come «leader del partito conservatore» è membro onorario del «Carlton Club» (un benefit da 1.125 sterline l'anno) ma che il personal trainer Matt Roberts (difficile, per il premier, rispettare gli orari delle palestre) gli ha fatto omaggio di 25 sedute di allenamento, che lui ha ripagato donando ad una associazione benefica 3.250 sterline.

Ce lo dice l' Open Budget Index, lo studio dei bilanci curato dall'International Budget Partnership che, analizzando l'accessibilità a otto documenti fondamentali, stila una classifica dei Paesi più o meno trasparenti. Nell'ultima (2010) che vede svettare in ordine Sud Africa, Nuova Zelanda, Regno Unito, Francia, Norvegia, Svezia e Stati Uniti, l'Italia è indietro. E viene dopo perfino Paesi come lo Sri Lanka, l'India, la Russia, la Mongolia o la Romania.

Una questione di cultura e tradizioni? Anche. Per molto tempo, da noi, i cittadini sono stati considerati da chi governava, fossero i Savoia o il Duce o altri ancora, come un po' meno cittadini di quelli di altri Paesi. La stessa Chiesa, come si sono incaricati di dimostrare alcuni episodi recenti quali i rapporti oscuri dello Ior raccontati da Gianluigi Nuzzi in Vaticano S.p.A. sulla base dell'archivio del sacerdote Renato Dardozzi, arranca faticosamente sulla strada della trasparenza.

L'idea che il denaro sia lo sterco del diavolo, condivisa a lungo da comunisti e cattolici, ha fatto sì che fossero vissute come provocatorie vanità molto yankee come quella di Silvio Berlusconi (peraltro meno trasparente sulle società anonime) nel definirsi «un tycoon da six billion dollars ». Insomma, le tradizioni «opache» pesano senz'altro. Il guaio è che, anno dopo anno, via via che negli altri Paesi occidentali cresceva il rispetto per il diritto dei cittadini a sapere com'è amministrato il «loro» denaro, fino al punto di spingere la regina Elisabetta a rivelare online perfino quante bottiglie ha in cantina e quanto valgono, la storica ritrosia alla trasparenza della nostra politica è apparsa sempre più insopportabile. Perché mai, se in America sono sul sito dell' authority che vigila su Wall Street (www.sec.gov) le prebende incassate dai grandi manager di Merrill Lynch o Viacom, da noi dovrebbero essere soggette a privacy le retribuzioni di chi guida società miste con dentro soldi pubblici?

Perché un italiano dovrebbe ignorare il nome di chi regala coperto dall'anonimato fino a 50 mila euro (in cambio di cosa?) a un partito, se David Cameron «deve» per legge segnalare agli inglesi di avere ricevuto 1.250 sterline (tutto pubblico, sul sito) dal marchese di Headfort? Perché da noi i voli blu pagati dai contribuenti dovrebbero essere coperti dal segreto (che Mario Monti ha finora lasciato intatto) se nel Regno Unito è tutto sul web dal 1997, volo per volo, passeggero per passeggero?
E non sono segretati solo i voli di Stato, da noi. Come ha denunciato la Corte dei Conti, vengono coperti dal comodo timbro « top secret » perfino certi servizi di pulizia o di lavanderia che finiscono per essere sottratti a ogni forma di controllo. Tanto che i magistrati contabili sono stati costretti a ricordare che anche in quei casi, salvo eccezioni, valgono esattamente le regole per gli appalti imposte al resto del comparto pubblico.

Le cronache sono piene di esempi sconcertanti. Come certi decreti di spesa della Regione Calabria che perfino nei bollettini ufficiali vedono alla voce «destinatario» la parola «omissis». O come certi rendiconti ufficiali della Regione Sicilia dove nelle tabelle più importanti manca la casella degli anni precedenti, così che nessuno possa fare dei confronti e magari scandalizzarsi. O come certi bilanci mostruosi quali quello di previsione del Comune di Roma per il 2010: 1.779 pagine in burocratese stretto, praticamente inespugnabili.
Lo stesso bilancio di Palazzo Chigi (rintracciabile solo sul sito della Gazzetta Ufficiale e solo da navigatori esperti e assai pazienti) contiene voci oscure a chi non faccia il commercialista o non sia esperto di amministrazione pubblica. Ce n'è una, molto ricca (50 milioni) che si chiama «Fondo unico di presidenza». Cosa sarà? Dai e dai, dopo avere posto mille volte la domanda, arriva dal sindacato interno la risposta: sono soldi che servono per i «salari accessori» dei dipendenti. Se è così, perché tanta vaghezza? Come può un cittadino capire? Boh...
«Chi accetta un ruolo importante nella società», ha detto a Radio Vaticana Antonio Maria Baggio, «deve "rassegnarsi" per il bene della democrazia e della funzione di controllo, a vedere la propria privacy ridotta». Ma la battaglia della radicale Rita Bernardini e degli animatori del sito «Openpolis» per spingere deputati e senatori a mettere online le loro dichiarazioni patrimoniali, è andata finora così così.

Ieri sera, avevano fatto il passo in 224 su 945: meno di uno su quattro. Gli altri preferiscono attaccarsi alla lettera alla legge depositando solo la dichiarazione cartacea. Sapendo che la consultazione, tra le scartoffie di un ufficio apposito, è così complicata e ottocentesca (proibito fotocopiare, proibito fotografare, proibito registrare...) da scoraggiare ogni cittadino che non abbia la pazienza di Giobbe. Vuoi la trasparenza? Te la faccio sudare...

- Corriere della Sera - 16 febbraio 2012

Un disperato appello a Monti, servono leggi contro la corruzione

E-mail Stampa PDF
Mani Pulite 20 anni dopo: 'Monti combatta davvero la corruzione'. Intervista al pm Francesco Greco, unico "superstite" del Pool di Milano. "Abbiamo un governo che

 vuole rispettare gli impegni con la Ue? Allora intervenga con leggi contro mazzette e evasione” CORTE DEI CONTI: 'IN ITALIA DILAGANO ILLEGALITA' E MALAFFARE, 36% DI IVA NON PAGATA'

“Vent’anni dopo Mani Pulite, abbiamo un governo che dice di dover e voler rispettare gli obblighi con l’Europa e con la comunità internazionale. Bene, allora non si capisce perché non si sia ancora intervenuti per adeguare la nostra legislazione alle richieste degli organismi europei e agli impegni che l’Italia stessa ha preso con la comunità internazionale. Soprattutto non si capisce perché non si voglia intervenire con leggi che contrastino seriamente le due principali cause del declino del Paese e della diseguaglianza sociale: la corruzione e l’evasione fiscale. Cioè la criminalità economica che, se continua a essere tollerata e dunque incoraggiata, costringe i poveri e gli onesti a seguitare a mantenere i ricchi e i disonesti”. Francesco Greco, procuratore aggiunto, è l’unico pm superstite del pool storico di Mani Pulite alla Procura di Milano. E, in questa intervista al Fatto, lancia la sfida ai tecnici e ai politici che li sostengono

Corruzione, il pm Francesco Greco (nella foto) al Fatto “Subito cinque leggi contro le mazzette”. Il procuratore aggiunto della Procura di Milano è l'unico pm 'superstite' del pool storico di Mani Pulite. Dopo vent'anni da Mani Pulite, lancia la sfida ai tecnici e ai politici che li sostengono. "Perché governo e Bce ignorano il sistema di tangenti?"

“Vent’anni dopo Mani Pulite, abbiamo un governo che dice di dover e voler rispettare gli obblighi con l’Europa e con la comunità internazionale. Bene, allora non si capisce perché non si sia ancora intervenuti per adeguare la nostra legislazione alle richieste degli organismi europei e agli impegni che l’Italia stessa ha preso con la comunità internazionale. Soprattutto non si capisce perché non si voglia intervenire con leggi che contrastino seriamente le due principali cause del declino del Paese e della diseguaglianza sociale: la corruzione e l’evasione fiscale. Cioè la criminalità economica che, se continua a essere tollerata e dunque incoraggiata, costringe i poveri e gli onesti a seguitare a mantenere i ricchi e i disonesti”. Francesco Greco, procuratore aggiunto, è l’unico pm superstite del pool storico di Mani Pulite alla Procura di Milano. E, in questa intervista al Fatto, lancia la sfida ai tecnici e ai politici che li sostengono.

Dottor Greco, non le bastano i blitz anti-evasione dell’Agenzia delle Entrate?
No: quei blitz, pure sacrosanti, rischiano di essere fumo negli occhi, se non sono accompagnati da una seria riforma delle leggi di contrasto all’evasione fiscale. E anche da una cultura di ampio respiro, che consenta di collegare l’evasione alla corruzione: l’ultimo report dell’Ocse richiama pesantemente le Agenzie delle Entrate degli Stati membri a cercare negli accertamenti non solo l’evasione, ma anche le tangenti. L’Ocse ha addirittura compilato un “Manuale di sensibilizzazione alla corruzione a uso dei verificatori”.

Il ministro Paola Severino ha anche istituito una commissione per studiare una legge anticorruzione.
Queste commissioni ministeriali sono sempre più divertenti. Mi viene in mente quella istituita nel 1995 dall’allora presidente della Camera Violante: produsse un’ottima relazione del professor Sabino Cassese che, temo, abbiamo letto in due o tre, e giace in qualche cassetto del Parlamento, irrintracciabile. Il fatto è che tutti sanno benissimo quel che bisogna fare contro la corruzione e l’evasione. Basterebbe volerlo…

Ecco, che cosa dovrebbe fare il governo per essere credibile su questi fronti?
Le convenzioni internazionali, regolarmente sottoscritte dallo Stato italiano, alcune mai ratificate dal Parlamento italiano, da quella di Merida sulla criminalità organizzata del 2003 a quella di Strasburgo del 1999 sulla corruzione, ma anche le raccomandazioni dell’Ocse, impegnano gli Stati a intervenire su cinque punti fondamentali: trasparenza dei flussi contabili, trasparenza dei flussi finanziari, sistema della prescrizione, “enforcement” (efficacia d’intervento degli organi preposti alla repressione), corruzione privata nazionale e internazionale.

Cominciamo dalla trasparenza dei flussi contabili. Che cosa bisogna fare?
Se il denaro per operazioni illecite si sposta clandestinamente dalla società A alla società B come un fiume carsico, per scoprirlo bisogna intervenire quando affiora sopra il pelo dell’acqua: cioè al momento dell’uscita da A o da B. Per farlo uscire illegalmente vengono falsificati i bilanci e costruite operazioni fittizie per giustificare quelle uscite (tipo i pagamenti di fatture gonfiate o per operazioni inesistenti). Ecco la necessità di punire le opacità dei flussi contabili e di quelli finanziari. E noi siamo sguarniti su entrambi i fronti. Su quello contabile, la legge Berlusconi del 2002 ha, di fatto, depenalizzato il falso in bilancio quantitativo, mentre quello qualitativo (che non altera i grandi numeri economici della società, ma nasconde tangenti che, se scoperte, distruggerebbero la società stessa) l’ha depenalizzato anche de jure. Bisogna tornare almeno alla legge pre-2002, che punisca entrambi i falsi in bilancio, aumentando però le pene e i termini di prescrizione, anche per consentire intercettazioni e custodia cautelare.

Secondo: trasparenza dei flussi finanziari.
Anzitutto, occorre riformare il diritto penale tributario. Le soglie quantitative di evasione non penalmente rilevante sono assurdamente alte: decine di migliaia di euro sfuggono al controllo penale. E anche le norme che puniscono l’evasione e la frode sono complicatissime, con l’aggravante di pene troppo basse, che fanno scattare la prescrizione dopo appena 7 anni e mezzo: siccome l’Agenzia delle Entrate ci segnala evasioni e frodi dopo 4-5 anni da quando sono avvenute, a noi restano 2-3 anni per fare indagini e tre gradi di giudizio. Con prescrizione assicurata. Poi ci sono altre assurdità, come le pene previste per l’evasore totale, che sono addirittura inferiori rispetto a chi evade un po’ con le fatture false. Insomma, un sistema che sembra fatto apposta per salvare gli evasori. E forse lo è.

L’altro sistema per nascondere i flussi finanziari illeciti è il riciclaggio. Perché in Italia si fanno così pochi processi per questo reato?
Perché l’Italia – caso unico al mondo assieme alla Cina e a qualche paese africano – non punisce l’autoriciclaggio: cioè il reato di chi accumula denaro illegalmente con tangenti, evasioni o altri traffici illeciti e poi lo ripulisce da sé. Tant’è che oggi, nei tribunali italiani, il reato di riciclaggio serve solo a punire i taroccatori di auto rubate, cambiando la targa o il numero di matricola. Sui flussi finanziari della grande criminalità organizzata ed economica, non serve a nulla: non si riesce a fare un solo processo. Anche perché oggi il vero riciclaggio non è tanto quello di chi lava soldi sporchi reinvestendoli in attività pulite; ma quello di chi fa l’opposto: sporca soldi puliti, nascondendoli all’Erario e/o ai soci di minoranza. I soldi puliti divenuti occulti hanno un grande valore sul mercato criminale: perché uno dovrebbe reinvestirli in attività lecite? Sarebbe ora di istituire anche da noi il reato di autoriciclaggio, peraltro previsto dalla Convenzione di Strasburgo.

Ogni tanto c’è qualche colpo di fortuna, come la lista Falciani dei grandi evasori-riciclatori…
Guardi, noi magistrati non riceviamo mai segnalazioni di esportazioni di capitali illeciti. Le sole indagini che si fanno in materia riguardano i pochi casi che scopriamo noi pm, spesso grazie alla Guardia di Finanza, o che riceviamo da fuori come la lista Falciani. Ma anche lì abbiamo le mani legate dalla legge. Non esistono soggetti iscritti all’albo dei riciclatori: le norme sul riciclaggio non si applicano, perché di solito il riciclatore è anche un complice del reato presupposto, cioè dell’evasione o dell’appropriazione indebita commesse per occultare i soldi. Dunque chi ricicla partecipa all’autoriciclaggio, che da noi non è punito. Intanto il procuratore di New York processa per riciclaggio la banca svizzera Wegelin, con l’accusa di avere ricevuto i soldi di evasori americani, e le sequestra cifre da capogiro.

Terzo punto, la prescrizione: altro record tutto italiano.
Non c’è convenzione internazionale che non ci chieda di mettere mano a questo scandalo. Ora, visto che il ritornello dei nostri politici e del governo tecnico è “ce lo chiede l’Europa”, perché non fanno nulla contro la prescrizione, visto che ce lo chiedono tutte le convenzioni e gli organismi europei? E’ vero: le indagini non possono durare in eterno, infatti bisogna prevedere una drastica causa di decadenza dopo sei mesi se il pm sta fermo; ma se compie atti investigativi (interrogatori, sequestri, rogatorie, consulenze tecniche), questi interrompono la decadenza e consentono di indagare fino a 1-2 anni al massimo. Poi basta. Ma, alla richiesta di rinvio a giudizio, quando esercitiamo l’azione penale, la prescrizione deve fermarsi, come in Francia e altri paesi. Oggi invece la prescrizione è un’amnistia ingiusta perché selettiva: fatta apposta per rendere impunita la criminalità economica, mentre chi commette reati di strada, perlopiù delinquente abituale, col moltiplicatore della recidiva introdotto dall’ex-Cirielli finisce dentro con pene altissime e prescrizione lunghissima: si butta la chiave. Intanto il colletto bianco, di solito incensurato, colleziona prescrizioni e diventa un “incensurato a vita”.

Quarto punto: l’ “enforcement”.
Organismi e convenzioni internazionali insistono nel pretendere dagli Stati una capacità organizzativa degli organi preposti perché siano in grado di combattere efficacemente la criminalità economica. Da noi ciascuno va per la sua strada, senza coordinamento: Forze dell’ordine, Agenzia delle Entrate, Consob, Banca d’Italia e Uif (l’ufficio informazione finanziaria di Bankitalia). Quest’ultimo riceve le segnalazioni di operazioni sospette dagli intermediari finanziari e le trasmette alla Gdf: alle Procure, delle 50 mila segnalazioni ricevute nel 2011 dall’UIF, ne sono arrivate poche decine, quasi tutte in odore di evasione, elusione e frode, quasi nessuna di riciclaggio. Siccome l’Italia, sull’ “enforcement”, è inadempiente con l’Ocse, per fingere di fare qualcosa il governo Berlusconi si inventò l’Autorità anticorruzione, che è subito fallita e alla fine è stata sciolta perché era diventata il solito poltronificio. La Procura di Milano si era permessa di suggerire come presidente Gherardo Colombo, che aveva appena lasciato la magistratura: naturalmente invano. Un’Autorità di coordinamento dei vari organismi statali preposti a lottare contro la criminalità economica è necessaria per superare le gelosie reciproche, armonizzare le competenze, favorire lo scambio di informazioni e far sì che chiunque scopra notizie di reato sia obbligato a girarle subito alla magistratura. Cosa che oggi è lasciata alla buona volontà dei singoli e spesso avviene dopo anni, allo scadere della prescrizione. Ma, per funzionare, l’Autorità dev’essere svincolata dai partiti e dai ministeri, per sottrarre la lotta a evasione e corruzione al controllo del governo e della maggioranza del momento.

L’ “enforcement” riguarda anche la magistratura?
Certo. La Procura di Milano è sotto organico del 10 per cento per i magistrati e del 40 per cento per il personale amministrativo. La commissione Mastella, di cui facevo parte, elaborò un progetto per usare il denaro recuperato con le indagini e con le cauzioni sulle impugnazioni per autofinanziare il servizio Giustizia. Tremonti ne ha fatto tesoro e ha istituito il Fondo Unico Giustizia, che gestisce una giacenza media di 2 miliardi, ma purtroppo è diventato un bancomat del ministero dell’Economia: non un euro finisce alla Giustizia, che avrebbe bisogno di un’organizzazione al passo coi tempi, niente carta o notifiche a mano, tutto via computer e via mail. Perché gli uffici legislativi del ministero, invece di fare leggi ad personam, non progettano la Giustizia del futuro? Poi c’è l’Agenzia dei beni confiscati alle mafie: funziona male ed è diventata una dependance del ministero dell’Interno. Occorrono norme sulla confisca dei beni anche per la corruzione e per l’evasione, oggi praticamente impossibili visto che i processi finiscono regolarmente in prescrizione.

Ultimo punto: la corruzione privata.
Anche questa è prevista dalla Convenzione di Strasburgo, eppure siamo praticamente i soli a non prevederla come reato. Nei nostri processi è una costante: è impressionante il numero dei manager infedeli che derubano le loro società, tanto da diventare una delle prime cause del degrado dell’economia reale. Anche perché chi lavora contro la sua società ha tutto l’interesse a renderla sempre più opaca. E poi il reato di corruzione privata ci eviterebbe i salti mortali per punire i tangentari delle società pubblico-private, delle municipalizzate, delle joint-venture, che si trincerano dietro la loro natura di Spa anche se sono a capitale interamente o parzialmente pubblico. Si travestono da società private e negano che i loro dirigenti siano pubblici ufficiali: così, se rubano, rischiano ogni volta di farla franca. Lo stesso avviene nella corruzione internazionale, dove il sistema del “general contractor” rende difficilissimo individuare la figura del pubblico ufficiale tra gli amministratori.

Se è tutto così chiaro e risaputo, perché il governo Monti è tanto reticente su questi temi? Davvero la riforma del mercato del lavoro è più importante della lotta a corruzione ed evasione?
Bè, non credo che l’articolo 18 ci costi più dei 60 miliardi all’anno di corruzione e dei 150 miliardi all’anno di evasione. Ma, visto che in Italia si continua a parlare d’altro, mi domando perché la famosa lettera della Bce al nostro governo, firmata da Trichet e Draghi e diventata una sorta di Vangelo, non abbia messo al primo posto la lotta alla criminalità economica, questa enorme zavorra che, oltre ai danni che fa all’economia e allo sviluppo, inquina tutto il tessuto politico, culturale e civile. In una parola: la nostra democrazia. Draghi e Trichet non hanno citato la lotta alla corruzione e all’evasione perché la danno per scontata, come una precondizione di esistenza di uno Stato democratico? O perché per loro non conta? Avrei preferito se ci avessero imposto, assieme a tutto il resto, anche di adeguarci agli impegni che abbiamo preso con gli organismi a cui liberamente abbiamo scelto di aderire, per ricondurre finalmente evasione e corruzione da livelli patologici a livelli fisiologici. In ogni caso questo governo che vuole “salvare l’Italia” e “sviluppare l’Italia” deve partire da lì. Altro che articolo 18.

Lei è ottimista?
Le rispondo con la frase di un ragazzo di Zuccotti Park: “Sorrido perché il potere delle persone è molto più forte delle persone al potere”.

Marco Travaglio -  Il Fatto Quotidiano - 16 febbraio 2012

  di Marco Travaglio

Pagina 1 di 7