In Italia oltre un quarto delle donne lascia il lavoro dopo la maternità
Indagine di Manageritalia: mentre nel resto d'Europa, Spagna e Grecia compresa, l'abbandono dopo la nascita di un figlio è una curva a 'U' che risale dopo tre anni, in Italia l'inversione non arriva mai
Rosaria Amato
| Sanremo, sempre più lontani i veri Big |
 |
 |
|
|
 |
 |
| di MARINELLA VENEGONI |
 |
Una volta negli Anni Ottanta Gianni Ravera, patron incontrastato di quei Festival, mi confessò che spinto da innumerevoli polemiche e critiche, aveva deciso che a scegliere il vincitore fossero veramente, per una volta, i voti popolari che arrivavano come da regolamento, invece che lui in persona (e in sordina) come sempre. «L’anno di Tiziana Rivale, il 1983. Fu una meteora: la bravura non basta per durare, ci vuole preparazione, un progetto, personalità»: ricordo ancora le parole, avara confessione di un’epoca democristiana quasi disinvolta quanto questa, ma con un’educazione alla preservazione del potere che teneva conto anche della credibilità e della materia artistica.
Certo è un ricordo che fa senso anche oggi, quando le eventuali pastette vanno a esclusivo danno della manifestazione già più amata dagli italiani, riducendone a zero la credibilità e la formula, causando gesti mai visti in natura come la protesta dell’Orchestra del Festival per il secondo posto di Pupo&C.
Il metodo di votazione importato dalle belle faccette di Miss Italia si è rivelato sulla Riviera un clamoroso boomerang. Il direttore artistico Gianmarco Mazzi che pure ha scelto qualche bella canzone, si ritira senza gloria e lascia in eredità al prossimo patron - dopo soli due anni - un format di eclatante successo televisivo ma senza prospettive artistiche, che terrà sempre più lontani nomi e volti della canzone italiana di qualche spessore o importanza, cioè i non vincitori dei talent.
Ha vinto un ragazzetto spaurito, privo di carisma, al limite della sufficienza, seguìto da un volpone come Pupo con il decisivo talismano del Principe suo compagno di tv; in quanto a Mengoni, sarà pure un figo come dice Mina: ma pure lei fece gavetta per educare il suo talento brado, e nessuno la chiamò al Festival quando si faceva chiamare Baby Gate.
Era impossibile comunque non prevedere una simile deriva, alla luce della vittoria del primo «amicisiano», l’anno scorso. Bisogna vedere in quale conto sarà tenuta ora, dai dirigenti Rai, la materia artistica. Abbiam sperato in tanti che l’epoca anacronistica del Festival finisse, per poter entrare anche noi in Europa; sta a vedere che ci tira le cuoia proprio adesso che è di moda la musica popolare in tv.
|
Emanuele perfetto arcitaliano |
 |
 |
|
|
 |
 |
| di MATTIA FELTRI |
 |
Quelli convinti che l’Italia fosse dei sei e mezzo, dei bravini ma non bravissimi, devono cambiare idea, visti i successi di Emanuele Umberto Reza Ciro René Maria Filiberto di Savoia: l’Italia è dei sei meno meno. Secondo a Sanremo dopo essere stato il primo dei non eletti alle elezioni Politiche, e dopo essere passato per la vittoria danzante a «Ballando con le stelle», il principe si dimostra un incapace a tutto, e per di più poliedrico.
Non è vero: si è troppo cattivi. Non è un incapace a tutto. E’ un garbato mestierante. Ha una voce impreparata al karaoke ma, come è stato detto, stona meno di molti professionisti. Balla come lo zio Gino con la zia Gina.
Ma tira fuori il passo del blasone, alla Vittorio Gassman con la servetta veneta.
E se si candida al Parlamento, vabbè, insomma, come si dice: sarà un nano, ma qui di giganti non se ne vedono.
Se si tratta di tv – o se si trattasse della Camera dei Deputati – è in fondo comprensibile il credito di cui gode questo erede a un trono che non c’è. E infatti non stupisce tanto il secondo posto del principe al Festival della canzone italiana, quanto invece stupisce il vorrei ma non posso degli orchestrali di Sanremo (di Sanremo, non della Berliner), che gettano sul palco gli spartiti appallottolati in protesta per l’eliminazione dei loro beniamini, e mettendola incredibilmente sul piano della qualità. A Sanremo.
Ecco, qui siamo davanti agli orchestrali che vorrebbero un’etica sanremese (togliamo ex post le vittorie a Toto Cutugno?), oppure siamo davanti alle trasmissioni resistenziali, dove il moralista dice cretino all’immoralista, e l’immoralista dice deficiente al moralista, e siamo in un (appassionante) pianeta, e non è soltanto della televisione, dove quell’altro è sempre un mascalzone prezzolato, se va bene. E allora spunta questo ex ragazzo quasi quarantenne, col suo faccino inoffensivo, che si intasca tutti i fischi del mondo, e fischi preventivi, mica da giudizio analitico a posteriori, e non perde mai le coordinate della buona creanza. Ringrazia i contestatori quanto i sostenitori, e sarà pure affettato, ma quanto sollievo dà un po’ di educazione, anche fosse messa su con le impalcature, vista la bolgia livorosa cui siamo ridotti.
Forse è che la tv è deficiente, ma i telespettatori lo sono fino a un certo punto: se la tv è deficiente, non facciamo tutti i fenomeni. Si reagisce al linciaggio. Si premia la filastrocca paracula perché in fondo lo è senza infingimenti, e quella di Simone Cristicchi, per esempio, che cosa era? Che cosa era la dedica a Marco Travaglio? Che cosa era l’opposizione a questo sistema che non va, e da cui Cristicchi (a che titolo?) si tira fuori?
Meglio, mille volte meglio Emanuele Filiberto, che non insegna a nessuno a stare al mondo, torna qui dopo un incomprensibile esilio, va alle elezioni, balla sotto le stelle, canta dall’Ariston, è più italiano di me e di te, poiché niente è peggio di un italiano che si sente migliore degli italiani. Persino a Sanremo. |
VIAGGIO ATTRAVERSO IL PAESE (150 ANNI DOPO)
Noi italiani senza memoria
Era questo il Paese che sognavano Ernesto, Luigi, Enrico e Giovanni Cairoli e tutti gli altri ragazzi morti perché noi italiani stessimo insieme? E’ questa l’«Italia redenta, pura di ogni macchia di servitù e di ogni sozzura d’egoismo e corruzione» che immaginava Mazzini nella lettera alla madre Adelaide («Voi che li avete veduti sparire a uno a uno…») dove si diceva certo che la memoria di quei fratelli sarebbe rimasta in eterno «simbolo a tutti del dolore che redime e santifica»? Mah… Centocinquanta anni dopo, il nostro è uno strano Paese che non conosciamo bene. Un Paese che, lasciandosi alle spalle secoli di povertà, violenza e degrado che ancora a metà dell’Ottocento spinsero Charles Dickens a scrivere pagine cupe in Visioni d’Italia, ha vissuto tra mille contraddizioni decenni di recupero e sviluppo fino al formidabile boom che ci portò ai primissimi posti nel mondo. Un Paese dai paesaggi bellissimi e insieme sfregiato da orrori urbanistici. Traboccante di intelligenze, ma il più delle volte sprecate. Ricco come nessun altro di opere e città d’arte ma incapace di sfruttare questo immenso patrimonio. Un Paese nel quale la burocrazia soffoca le imprese, dove le tasse sono fra le più alte del pianeta, dove la classe dirigente, anziana e aggrappata al potere, ostacola il ricambio. E dove il razzismo strisciante avvilisce la nostra storia di emigranti. Un Paese pieno di energia ma anche impaurito, capace di straordinari slanci di solidarietà come dopo il terremoto a l’Aquila ma anche esposto alle tentazioni di barricarsi, dal Nord al Sud, in egoismi sovente gretti e suicidi che rischiano di portare alla disgregazione.
Un Paese spaesato. Che fa sempre più fatica a riconoscere le ragioni dello stare insieme. Che giorno dopo giorno, liberandosi di certe forzature retoriche sabaude e poi fasciste che avevano impomatato una certa idea di patria («Ed essa faremo co’petti, co’carmi / superba nell’arti, temuta nell’armi / regina nell’opre del divo pensier ») sembra aver buttato via l’unica epopea che aveva. Quella del Risorgimento. Il grande romanzo culturale, militare e sociale (pieno di colpi di scena e avventure umane e tradimenti e slanci ideali e lutti e pathos ed errori e leggendari esempi di dedizione) che altri avrebbero sbandierato con l’orgoglio di chi mostra la storia di terre e genti divise da secoli che in pochi anni sanno diventare una nazione. Dove va un Paese che non ama la propria storia?
Un Paese timoroso del suo futuro e infastidito quasi dal suo passato, come dimostrano le incertezze e le insofferenze nella programmazione del Centocinquantenario? E’ quello che cercheremo di scoprire con un lungo viaggio attraverso i luoghi della nostra memoria collettiva. Scopriremo che i campi di battaglia sono diventati aree industriali forse oggi un po’ ammaccate ma floride, che dove attraccarono i Mille ci sono ombrelloni e villette abusive, che a due passi da dove Garibaldi disse «Obbedisco» comanda la camorra o si batte coraggioso un prete di frontiera. E magari scopriremo anche che non solo l’Italia è un Paese vivo pronto a ricominciare ma che nella storia risorgimentale ci sono ancora molte cose da raccontare, che forse vengono ignorate dai libri ma sono nel cuore e nella pancia delle persone e rappresentano la ricchezza delle comunità locali. Una ricchezza da preservare e tramandare.
Questioni di stile
L'ultima trasgressione nella scelta del colore
Si è sposata in bianco, la ragazza che ha fatto della trasgressione il suo stile di vita. Carlà nota per avere il lato B più bello del mondo, per intenderci il fondo schiena. Carlà nota per cantare e praticare la festosa molteplicità degli amori. Carlà che si fidanza con un papà ma poi scappa con il figlio. Carlà chiamata dalle sue rivali: rubamariti, sfascia famiglie e terminator. Carlà, musa e cantora della rive gauche, si è sposata in bianco. Trasgressiva fino alla fine. Nessuna signorina con un passato sfavillante di amori come i fuochi d'artificio di fine millennio avrebbe osato tanto. Ma lei Carlà può tutto poiché si suppone sia una delle uniche donne che non ha detto: «sposami». Ma si è trovata di fronte il gigante conservatore della destra che le ha detto implorante: «per favore sposami». Poiché notoriamente tutti gli uomini rifuggono dal vincolo questa differenza è talmente sostanziale che Carlà poteva osare tutto: anche sposarsi in bianco con i suoi ex amori vestiti da paggetti dietro. Sicuramente i due si amano da pazzi: cosa c'è di più bello per due egocentrici di un'avventura di cui parla il mondo? A lei piace farsi amare, lui, dopo l'abbandono di Cecilia, aveva un bisogno pubblico e privato di essere amato. Il loro «per sempre» può durare anche un attimo ma è quell'attimo mediatico che lo ha riabilitato. Lei in una canzone lo chiama «la mia droga» solleticando i francesi che dai loro capi di Stato esigono anche il successo femminile. Forse è tutto combinato: serve all'immagine del presidente. Però quella gaffe dell'abito bianco a noi dispiace, ma piace perché azzera ogni moralità e assolve i peccati d'amore. Questo «per sempre», considerata la ragazza, può durare un attimo. Però che attimo.
L'agente delle star condannato per evasione
Lele Mora pizzicato dal fisco: deve 5,6 milioni
Ha portato a deduzione costi che non erano inerenti all'attività della sua società: ville in affitto, aerei e barche
ROMA -Un viaggio Cuba-Milano per Diego Armando Maradona, un concerto fantasma di Zucchero Fornaciari all'Avana, ville in affitto, aerei e barche a noleggio. Erano tanti, e alcuni molto originali, i modi in cui Lele Mora ha tentato di evadere il fisco. Ma l'agente delle star, già coinvolto in vallettopoli, è stato beccato e quindi dovrà pagare 5,6 milioni di euro. La sua società, la L.M. Management è caduta nella rete dell'Agenzia delle entrate di Treviglio, che aveva rilevato delle irregolarità per gli anni 2003 e 2004. La sentenza, emessa dalla Commissione tributaria provinciale di Bergamo, ha dato ragione agli uffici fiscali secondo cui, tra evasioni e sanzioni, l'agente dei vip dovrà pagare 2,7 milioni per il primo anno e 2,9 milioni per il secondo anno.
VIAGGI E REGALI - Un concerto di Zucchero a Cuba (poi annullato) è stato lo spunto per presentare delle spese in deduzione, per viaggi fatti da persone che però, secondo i controllori del fisco, non avevano nessun rapporto commerciale con la società. Ci sono poi dei piccoli «regali», confessati dallo stesso legale della L.M. Management, come un biglietto aereo per Maradona, oppure una «crociera-regalia» per due persone. In alcuni casi sono fantasiosi i tentativi di evasione, come ad esempio le spese portate in deduzione per l'affitto di una casa in Sardegna, oppure per la manutenzione di una villa a Porto Cervo. Stravagante anche lo sgravio fiscale presentato per il costo di ormeggio di una barca.
PRANZI E FIORI - Purtroppo anche i costosi pranzi, per un totale di 233.000 euro, sono caduti sotto la tagliola dei controlli. È stata infatti ritenuta illegittima la manovra fiscale effettuata sulle spese da ristorante visto che non erano stati registrati i beneficiari dei prelibati banchetti. Molto costosi anche i fiori che Mora ha cercato di portare in deduzione, che insieme a orologi, vestiti e soggiorni in albergo sono arrivati a totalizzare la somma di 535.000 euro circa. Tra le spese che l'agente delle star voleva recuperare ci sono anche noleggi di imbarcazioni, di autovetture, di aerei, l'acquisto di pacchetti ore volo, per un totale di circa 645.000 euro.
SPESE SUPERIORI AI REDDITI DICHIARATI - La società ha poi portato in deduzione degli affitti di case dati gratuitamente al «dipendente» Lele Mora e al «legale rappresentate» Mirko Mora, per un importo però di molto superiore rispetto al reddito dichiarato dai due. I canoni di locazione pagati per Lele Mora sono stati di quasi 90.000 euro, però il suo reddito era di poco superiore ai 10.000 euro. Mentre il reddito di Mirko Mora arrivava poco sopra gli 8.000 euro, mentre l'affitto della casa superava i 70.000 euro. Nella sentenza si chiarisce che le somme non potevano essere dedotte «perché superiori all'importo del reddito dei dipendenti stessi». Sono state ammesse solo in parte, inoltre, le deduzioni di autovetture a noleggio e i canoni di leasing e le relative assicurazioni, visto che i mezzi avevano un uso promiscuo e non esclusivamente strumentale. E per finire la Ctp, nella sentenza che porta la data del 27 novembre 2007, ha stabilito che Mora dovrà pagare anche le spese del processo: altri 30.000 euro.
www.corriere.it
Rapporto annuale di Almalaurea. Gli ingegneri sono i più ricercati
Laureati? 1000 euro al mese E più della metà sono precari
Aumenta il ricorso alla raccomandazione per trovare un impiego
ROMA — Guadagna mille euro al mese, ha un lavoro precario e per trovarlo si affida ancora alla raccomandazione. È questo l'identikit che emerge dall'indagine sulla «condizione occupazionale dei laureati italiani 2005» condotta da Almalaurea, il consorzio che raggruppa 45 atenei e che ha coinvolto 74 mila laureati (comprese, per la prima volta, le matricole che hanno concluso gli studi con una laurea triennale). Il primo dato che emerge dalla ricerca è l'aumento della precarietà: nel 2005, infatti, il 48,5% di chi ha conseguito la laurea l'anno prima ha un cosiddetto contratto atipico, il 7,1% è senza contratto e il 4,8% ne ha uno d'inserimento (formazione lavoro e apprendistato). In pratica solo il 39,2% può vantare un lavoro a tempo indeterminato, situazione quindi notevolmente peggiorata rispetto a quattro anni prima: nel 2001 infatti il 45,7% dei giovani laureati da un anno aveva già in tasca un contratto a tempo indeterminato ed era solo del 37,4% la percentuale degli atipici. A sorpresa, inoltre, si scopre che il contratto a tempo determinato caratterizza il pubblico impiego più del privato (25 laureati su cento contro i 38 su cento nel pubblico).
Anche il contratto di collaborazione prevale ampiamente nel pubblico dove costituisce la forma prescelta per 40 occupati su cento (30 su cento nel privato). E i corsi di laurea che spalancano più rapidamente le porte a chi ha concluso gli studi da un anno? La solita Ingegneria resta sempre al comando, seguita da Insegnamento, Architettura e area chimico-farmaceutica. Ma la vera novità sta nel fatto che i «vituperati» corsi di area umanistica pagano dazio ai corsi di area tecnico-scientifica solo a un anno dalla laurea (60,3% gli occupati scientifici contro il 50,4% degli umanisti) ma a lungo termine, dopo cinque anni, gli umanisti rimontano prepotentemente e raggiungono la parità (86% a testa). Ma almeno, raggiunto l'agognato posto di lavoro, i giovani dottori si ritrovano con una busta paga adeguata? Neanche per idea. A meno di non considerare adeguati i 997 euro (netti) guadagnati in media da chi si è laureato nel 2004. Non certo un capitale, specie se consideriamo che nel 2002 chi si era laureato un anno prima guadagnava in media 1.015 euro netti.
Naturalmente l'aspetto retributivo si modifica quando si va a verificare che cosa cambia considerando il sesso e l'area geografica: gli uomini guadagnano 1.136 euro al mese e le donne 885; inoltre a cinque anni dal titolo i guadagni mensili netti dei laureati (senza distinzione di genere) che lavorano al Nord (1.366 euro) sono più elevati rispetto a quelli di chi lavora nel Centro (1.281 euro) e soprattutto al Sud (1.191) euro. Infine le modalità d'ingresso nel mondo del lavoro. In tempi di riforma del mercato occupazionale, di agenzie interinali e collocamento privato a quale sistema ricorrono i laureati? Per lo più (il 47,6%) all'iniziativa personale e al contatto attraverso la segnalazione di parenti e amici. A ciò bisogna aggiungere un 6% (era il 2,1 nel 2001) che richiede esplicitamente di essere segnalato ai potenziali datori di lavoro. Insomma un inno alla raccomandazione. Del resto, l'Italia è nettamente in testa alla classifica Ue come il Paese che usa di più la raccomandazione come modalità di ingresso nel mondo del lavoro. «Alla luce di questa indagine — fa notare Andrea Cammelli, direttore di Almalaurea — emerge un quadro particolare: in Italia avremmo bisogno di più laureati per allinearci alle altre realtà europee e mondiali. Per capirci, abbiamo una percentuale di laureati inferiore a quella del Messico e appena superiore a quella della Turchia. Ma se dovessimo raddoppiare la quota di laureati, il nostro mercato del lavoro, che già annaspa, sarebbe in grado di assorbirli?».
Isidoro Trovato
23 febbraio 2006
Il cardinale Carlo Maria Martini. Già arcivescovo di Milano, ora vive a Gerusalemme
 |
| Cardinal Carlo Maria Martini |
Chi è per me Dio? Fin da ragazzo mi è sempre piaciuta l'invocazione, che mi pare sia di San Francesco d'Assisi, «mio Dio è mio tutto». Mi piaceva perché con Dio intendevo in qualche modo una totalità, una realtà in cui tutto si riassume e tutto trova ragione di essere.
Cercavo così di esprimere il mistero ineffabile, a cui nulla si sottrae. Ma vedevo anche Dio più concretamente come il padre di Gesù Cristo, quel Dio che si rende vicino a noi in Gesù nell'eucarestia. Dunque c'era una serie di immagini che in qualche maniera si accavallavano o si sostituivano l'una con l'altra: l'una più misteriosa, attinente a colui che è l'inconoscibile, l'altra più precisa e concreta, che passava per la figura di Gesù. Mi sono reso conto ben presto che parlare di Dio voleva dire affrontare una duplicità, come una contraddizione quasi insuperabile. Quella cioè di pensare a una Realtà sacra inaccessibile, a un Essere profondamente distante, di cui non si può dire il nome, di cui non si sa quasi nulla: e tutto ciò nella certezza che questo Essere è vicino a noi, ci ama, ci cerca, ci vuole, si rivolge a noi con amore compassionevole e perdonante. Tenere insieme queste due cose sembra un po' impossibile, come del resto tenere insieme la giustizia rigorosa e la misericordia infinita di Dio. Noi non scegliamo tra l'una e l'altra, viviamo in bilico (...). Come dice il catechismo della Chiesa cattolica, la dichiarazione «io credo in Dio» è la più importante, la fonte di tutte le altre verità sull'uomo, sul mondo e di tutta la vita di ogni credente in lui. D'altra parte il fatto stesso che si parli di «credere » e non di riconoscere semplicemente la sua esistenza, significa che si tratta concretamente di un atto che non è di semplice conoscenza deduttiva, ma che coinvolge tutto l'uomo in una dedizione personale. Su questo punto, come su tanti altri relativi alla conoscenza di Dio, c'è stata, c'è e ci sarà sempre grande discussione. Per alcuni la realtà di Dio si conosce mediante un semplice ragionamento, per altri sono necessarie anche molte disposizioni del cuore e della persona (...).
È dunque possibile conoscere Dio con le sole forze della ragione naturale? Il Concilio Vaticano I lo afferma, e anch'io l'ho sempre ritenuto in obbedienza al Concilio. Ma forse si tratta della ragione naturale concepita in astratto, prima del peccato. Concretamente la nostra natura umana storica, intrisa di deviazioni, ha bisogno di aiuti concreti, che le vengono dati in abbondanza dalla misericordia di Dio. Dunque non è tanto importante la distinzione tra la possibilità di conoscenza naturale e soprannaturale, perché noi conosciamo Dio con una conoscenza che viene e dalla natura, dalla grazia e dallo spirito Santo, che è riversata in noi da Dio stesso. Bisogna dunque accettare di dire a riguardo di Dio alcune cose che possono apparire contraddittorie. Dio è Colui che ci cerca e insieme Colui che si fa cercare. È colui che si rivela e insieme colui che si nasconde. È colui per il quale valgono le parole del salmo «il tuo volto, Signore, io cerco», e tante altre parole della Bibbia, come quelle della sposa del Cantico di Cantici: «Sul mio letto, lungo la notte, ho cercato l'amato del mio cuore; l'ho cercato, ma non l'ho trovato. Mi alzerò e farò il giro della città; per le strade e per le piazze voglio cercare l'amato del mio cuore. L'ho cercato ma non l'ho trovato. Da poco avevo oltrepassato le guardie che fanno la ronda quando trovai l'amato del mio cuore...» (3,1-4). Ma per lui vale anche la parola che lo presenta come il pastore che cerca la pecora smarrita nel deserto, come la donna che spazza la casa per trovare la moneta perduta, come il padre che attende il figlio prodigo e che vorrebbe che tornasse presto. Quindi cerchiamo Dio e siamo cercati da lui. Ma è certamente lui che per primo ci ama, ci cerca, ci rilancia, ci perdona. A questo punto, sollecitati anche dalle parole del Cantico «ho cercato e non l'ho trovato», ci poniamo il problema dell'ateismo o meglio dell'ignoranza su Dio.
Nessuno di noi è lontano da tale esperienza: c'è in noi un ateo potenziale che grida e sussurra ogni giorno le sue difficoltà a credere. Su questo principio si fondava l'iniziativa della «Cattedra dei non credenti» che voleva di per sé «porre i non credenti in cattedra» e «ascoltare quanto essi hanno da dirci della loro non conoscenza di Dio». Quando si parla di «credere in Dio» come fa il catechismo della Chiesa cattolica, si ammette espressamente che c'è nella conoscenza di Dio un qualche atto di fiducia e di abbandono. Noi sappiamo bene che non si può costringere nessuno ad avere fiducia. Io posso donare la mia fiducia a un altro ma soltanto se questi mi sa infondere fiducia. E senza fiducia non si vive (...). L'adesione a Dio comporta un'atmosfera generale di fiducia nella giustezza e nella verità della vita, e quindi nella giustezza e nella verità del suo fondamento.
Come dice Hans Küng «che Dio esista, può essere ammesso, in definitiva, solo in base a una fiducia che affonda le sue radici nella realtà stessa». Molti e diversi sono i modi con cui ci si avvicina al mistero di Dio. La nostra tradizione occidentale ha cercato di comprendere Dio possibilmente anche con una definizione. Lo si è chiamato ad esempio Sommo Bene, Essere Sussistente, Essere Perfettissimo... Non troviamo nessuna di queste denominazioni nella tradizione ebraica. La Bibbia non conosce nomi astratti di Dio, mai ne enumera le opere. Si può affermare che ciò che la Bibbia dice su Dio viene detto anzitutto con dei verbi, non con dei sostantivi. Questi verbi riguardano le grandi opere con cui Dio ha visitato il suo popolo. Sono verbi come creare, promettere, scegliere, eleggere, comandare, guidare, nutrire ecc. Si riferiscono a ciò che Dio ha fatto per il suo popolo. C'è quindi un'esperienza concreta, quella di essere stati aiutati in circostanze difficili, dove l'opera umana sarebbe venuta meno. Questa esperienza cerca la sua ragione ultima e la trova in questo essere misterioso che chiamiamo Dio. D'altra parte ha qualche ragione anche la tradizione occidentale. Infatti tutte le creature hanno ricevuto da Dio tutto ciò che sono e che hanno. Dio solo è in se stesso la pienezza dell'essere e di ogni perfezione, e colui che è senza origine e senza fine. Tuttavia nel mistero cristiano la natura di Dio ci appare gradualmente come avvolta da una luce ancora più misteriosa. Non è una natura semplicemente capace di tenere salda se stessa, di essere indipendente, di non aver bisogno di nessuno. È una realtà che si protende verso l'altro, in cui è più forte la relazione e il dono di sé che non il possedere se stesso. Per questo Gesù sulla croce ci rivela in maniera decisiva l'essere di Dio come essere per altri: è l'essere di Colui che si dona e perdona.
Carlo Maria Martini
16 novembre 2007
Ho fatto un sogno....
Ho sognato un Paese pulito, dove la gente rispetta le leggi. La delinquenza organizzata, che ne turba estese zone, è sconfitta. Nessuno si permette di taglieggiare i negozianti e gli usurai vengono arrestati.
Ho sognato un Paese dove i corrieri della droga, sono individuati e scoperti i mandanti. Chi pretende tangenti sulle opere pubbliche viene colpito. I lavori progettati, consegnati alla data ed al prezzo stabiliti e il materiale da costruzione corrisponde a quello previsto nei capitolati d’appalto.
Ho sognato un Paese dove la gente mantiene la parola, il senso di ospitalità viene ripristinato e il senso civico ritrova la sua dimora. Ciascuno rispetta le code negli uffici, pochi si azzardano in sorpassi pericolosi, i motorini sono silenziosi e nessuno si azzarda a gettare carta, mozziconi di sigarette o altre cose dai finestrini della auto e fare gesti incivili.
Ho sognato un Paese dove le costruzioni abusive sono davvero vietate e, se già realizzate, demolite; dove nelle città il verde pubblico è sempre di più; dove per ogni alloggio costruito vengono piantato dieci alberi; dove non vi sono aree abbandonate.
Ho sognato un Paese dove gli ospedali funzionano. Dove i processsi durano un anno, le carceri diventano ambienti vivibili, i trasporti pubblici efficienti e rispettosi dell’ambiente.
Ho sognato un Paese dove i politici attendono al bene comune, dimentichi degli interessi elettorali. Dove i valori laici, condivisibili da tutti, e quelli religiosi ritrovano dimora.
Ho sognato un Paese dove gli uomini addetti al controllo esplicano il loro compito non più impauriti dai prepotenti di turno nè allettati da corruttori.
Dove la superficialità lascia il posto al rigore, il vojamoce bene ad un’autentica solidarietà. Dove i razzismi e i pregiudizi di qualunque tipo vengono superati, le regole valgono per tutti e sono fatte rispettare.
Ho sognato un Paese di serie A. Mi sveglio e vedo un Paese di serie B.
Issige
Continua il sogno...
Ho visto la finanziaria prodiana.
Una delusione. Non
affronta i veri problemi del
Paese. Tira a campare,
direbbe il buon vecchio
Giulio Andreotti... e io continuo
a sognare.
Ho sognato un Paese in cui
l’inquinamento da fumi
diminuisce, grazie ad un
uso intelligente di fonti di
energia alternativa e rinnovabili;
quello elettromagnetico
viene eliminato da un
utilizzo più saggio dei telefonini;
le auto vengono
usate solo quando è necessario;
il lavoro a domicilio è
favorito dal diffondersi dell
nuove tencnologie.
Ho sognato un Paese che
attribuisce maggiore
importanza alla cultura,
effettua stanziamenti per
l’univer so scuola, non si
dimentica della ricerca,
consapavole della sicura
ricaduta in termini di progresso
scientifico, tecnologico,
di nuovi brevetti.
Ho sognato un Paese dove
la segnaletica stradale è
precisa, dove le strade sono
sicure.
Ho sognato un Paese con
gente orgogliosa della propria
italianità, che non si
entusiasma in modo parossistico
per le vittorie della
sua squadra del cuore, ma
nemmeno si deprime quando
va incontro a una sconfitta,
acquista in primis
prodotti nostrani, siano
automobili o altro; un
Paese che non permette di
“regalare”, svendere, gruppi
industriali a imprenditori
stranieri, pena il precipitare
nel limbo del Quarto
Mondo, priva com’è l’Italia
di risorse naturali.
Non ho molta fiducia nella
classe che governa questo
Paese. Se il passato insegna
qualcosa, c’è da stare poco
allegri. Si auspica una
buona nuova elettorale che
faccia piazza pulita di
incomprensibili (ai più)
comportamenti di numerosi
uomini politici, di sinistra,
di destra, di centro.
Non vorrei, un domani,
sognare di vivere di un
Paese di serie... C.
Issige
I City Angels, boy scout del Duemila
Il Card. Ersilio Tonini li ha definiti “”; il Sindaco di Milano ha conferito loro l’Ambrogino d’Oro, la massima onorificenza cittadina. Sono i City Angels, volontari di strada d’emergenza. Fondati a Milano nel 1994 da Mario Furlan, circolano con la loro divisa – basco blu e giubba rossa – per essere ben riconoscibili: un punto di riferimento per i cittadini e un deterrente visivo contro i malintenzionati.
Operano soprattutto nelle zone più degradate e “a rischio” di Milano, Torino, Roma e Tirana, capitale dell’Albania, soprattutto nelle ore notturne. Assistono senzatetto ed emarginati, prestando il primo soccorso (distribuzione di cibo, sacchi a pelo e vestiti) e inserendoli in strutture di recupero. Inoltre, in collaborazione con le istituzioni, svolgono un servizio di scorta per gli anziani che ritirano la pensione e di prevenzione del crimine nei quartieri e sui mezzi pubblici.
Le loro attività sono molteplici. Si va dall’assistenza quotidiana a domicilio a centinaia di anziani, al sostegno ai detenuti e agli extracomunitari, fino ai City Angels juniores: ragazzini che fanno compagnia agli ospiti delle case di riposo. Ottantenni e adolescenti insieme per portare conforto ai primi e per insegnare ai secondi il valore dell’anziano. Un modo per contribuire alla crescita di una nuova generazione migliore.
Li puoi riconoscere dal basco o berretto blu, simbolo delle forze Onu portatrici di pace, e dalla giubba o maglietta rossa con sopra il logo degli angeli, un'aquila che protegge la città.
Dice Mario Furlan: " Abbiamo voluto aiutare i più deboli sulla strada, senzatetto, tossicomani, vittime della violenza, e fornire un esempio positivo ai cittadini. Il 30% degli "Angeli" stranieri: siamo orgogliosi di essere un'associazione multirazziale, multietnica e multireligiosa, con Angeli da tutto il mondo che lavorano in armonia per il bene della loro città. L'età media è tra i 20 e i 40 anni. L'Angelo più anziano ha oltre 70 anni".
Dopo lo stupro di una quarantenne ad opera di un immigrato magrebino, alcune donne si sono rivolte ai City Angels chiedendo di essere scortate nelle ore notturne. Si tratta sia di ragazze, sia di signore mature.
Continua Furlan: "Aiutiamo gli emarginati a ritrovare fiducia in loro stessi e ad inserirsi nella società. Distribuiamo loro cibo, vestiti e coperte, prestiamo soccorso, troviamo una sistemazione e a volte un lavoro per queste persone. A Milano circoliamo ogni notte con un furgone (unità mobile) per distribuire cibo e bevande calde, vestiti, coperte e sacchi a pelo.
Con il nostro basco o berretto blu e giubba o maglietta rossa siamo un deterrente visivo nei confronti della microdelinquenza. Come qualunque cittadino possiamo arrestare un malvivente in flagranza di reato. Se qualcuno è in difficoltà non ci voltiamo dall'altra parte: interveniamo".
Dal sito:www.cityangels.it
Quando gli immigrati eravamo noi italiani...
Era una bambina italiana che a cavallo tra gli anni Sessanta e Settanta, quando la sindachessa di Milano era già grande, viveva in Svizzera illegalmente. Fuorilegge. Clandestina. Quando mamma e papà andavano al lavoro, la chiudevano dentro a chiave. Uscì fuori per la prima volta quando aveva tredici anni. Di bambini come lei, ancora a metà degli anni Settanta, quando Letizia era già assistente universitaria, ne avevamo in Svizzera almeno 30.000: trentamila. Portati dai genitori calabresi e veneti, siciliani e lombardi, violando la legge e l' odio di James Schwarzenbach, promotore di tre referendum contro l' «invasione» degli italiani e feroce nemico del loro disperato desiderio di portar con sé i vecchi, le mogli, i figli: «Sono braccia morte che pesano sulle nostre spalle. Che minacciano nello spettro d' una congiuntura lo stesso benessere dei cittadini svizzeri. Dobbiamo liberarci del fardello. Dobbiamo, soprattutto, respingere dalla nostra comunità quegli immigrati che abbiamo chiamato per i lavori più umili e che nel giro di pochi anni, o di una generazione, dopo il primo smarrimento, si guardano attorno e migliorano la loro posizione sociale». Marina Frigerio e Simone Burgherr, due studiosi elvetici, hanno scritto un libro sui nostri bambini costretti a vivere chiusi in casa come Anna Frank. Si intitola Versteckte Kinder, «Bambini nascosti». E racconta storie incredibili come quella di una piccola che, un giorno, cadde in casa e si incrinò due costole: fino al rientro dei genitori non fece un lamento. O come quella di Anna: «Di giorno resta chiusa in casa. Le rare volte che può scendere in cortile non deve parlare con nessuno: sa solo l' italiano e i vicini possono accorgersi della diversità. Per spaventarla, la madre le racconta che basta una parola, una sola e arriva la polizia a punirla. (...) Non sa cos' è l' altalena. Non ha mai sfiorato la sabbia con le dita. Non riesce a correre perché le manca il fiato. Quando esce dal nascondiglio e può andare a scuola, ha otto anni». Erano così tanti quei bambini, racconta la Frigerio, che «qua e là, protette in genere da qualche parrocchia o qualche comunità religiosa, esistevano perfino delle scuole clandestine. Elementari. Anche medie. E sono andate avanti fino agli anni Ottanta». Quando la Moratti aveva passato la trentina. E certo non sapeva che perfino qualche consolato aveva allestito scuole clandestine per i nostri bambini clandestini. Legga, legga... Magari le verrà il dubbio che c' è clandestinità e clandestinità. E che un conto è colpire con mano durissima la delinquenza, e qui siamo con lei, un altro i bambini wop, cioè without-papers, senza documenti in ordine, come chiamavano in America i «nostri» tantissimi clandestini tra i quali va contato perfino Giovanni Crisostomo Martino, il trombettiere del generale Custer noto come John Martin. I delinquenti «vogliono» rimanere clandestini e mandare i figli a elemosinare, rubare, scippare. Chi manda i figli a scuola, in genere, ha un sogno: uscire dalla clandestinità. Come quei nostri bambini emigrati in Svizzera dei quali, non fosse nata miliardaria, Letizia avrebbe potuto essere la madre.
Gian Antonio Stella
www.corriere.it
Suore cercano prostituta per ragazzo malato
Nick Wallis, colpito da una grave forma di distrofia muscolare, voleva almeno una volta nella vita provare a «fare sesso»
LONDRA - «Voglio fare sesso almeno una volta nella vita». A Oxford, in risposta a questo pressante desiderio, le suore di un ospizio hanno partecipato alla ricerca di una prostituta per un ragazzo che rischia di non arrivare ai trent'anni a causa di una grave forma di distrofia muscolare e che era deciso ad avere almeno una volta nella vita un rapporto intimo con una donna.
«Siamo arrivati alla conclusione che era nostro dovere sostenere Nick sotto il profilo emozionale e aiutarlo a garantirsi la sua sicurezza fisica», spiega suor Frances. Non è stata una scelta facile. A capo di Douglas House Hospice, un ospizio da lei fondato nella celebre città universitaria inglese per l'assistenza a bambini e ragazzi affetti da devastanti malattie, la religiosa ha raccontato alla Bbc che in un primo tempo si è sentita totalmente spiazzata quando uno dei giovani invalidi - Nick Wallis, un ragazzo di 22 anni costretto alla carrozzella dalla distrofia muscolare - ha chiesto il loro aiuto nella ricerca di una prostituta. Suore, medici, infermieri, amministratori dell'ospizio hanno dibattuto a lungo
sul che fare. Hanno innanzitutto esaminato se rischiavano di commettere qualche reato assecondando la richiesta di Nick e aiutandolo a organizzare un incontro erotico a pagamento. Su questo versante hanno ricevuto risposte rassicuranti.
Il 'comitato etico' dell'ospizio è stato anch'esso sondato e non ha avanzato obiezioni sostanziali quando è stato informato che le condizioni mediche non permettevano a Nick di farsi una fidanzata e di poter quindi conoscere le gioie di un'intimità basata su un legame di amore e di reciproca attrazione. «Nick - racconta Suor Frances alla Bbc che sulle storie umane dell'ospizio ha girato una serie di documentari-verità - desiderava provare un'esperienza sessuale prima di morire e ha deciso che lo poteva fare soltanto a pagamento. Era pronto ad andare avanti con o senza il nostro sostegno e siamo giunti alla conclusione che era nostro dovere morale assisterlo».
Un'infermiera dell'ospizio, Chris Bloor, ha materialmente collaborato con Nick per trovare via Internet una prostituta all'altezza del compito. L'incontro è avvenuto a casa del ragazzo, con un'infermiera del Douglas House Hospice e un secondo adulto in 'standy' in un'altra stanza «in caso di bisogno». Nick ha detto alla Bbc che tutto è andato per il meglio: «Lei si è rivelata una donna affascinante, intelligente e piacevole di quasi trent'anni. Sapeva come fare con le persone nervose. Le due ore sono passate in fretta e in modo soddisfacente. Emozionalmente non è stata un'esperienza al cento per cento appagante ma mi ha dato fiducia e un certo grado di normalità».
Il ragazzo non esclude la possibilità di un bis: «Non credo che necessariamente ripeterò l'esperienza ma nemmeno scarto quest'ipotesi». Suor Frances è contenta di quanto è successo e della pubblicità che il caso sta avendo: «Nick - afferma - ha messo la società di fronte ad un tabù. Anche le persone portatrici di handicap vogliono amore a pieno titolo ma troppo spesso sono vittime di pregiudizi sociali».
La dottoressa del sesso divide il mondo arabo
Debutto tra le polemiche: «Programma troppo esplicito»
Sulla rete satellitare al Mahwar esperta di problematiche sessuali risponde alle domande del pubblico: 70 mila messaggi a puntata
IL CAIRO (EGITTO) - S'intitola "Big Talk" (la grande discussione) e all'apparenza sembra uno dei tanti talk show che impazzano sulle tv arabe: in realtà è il primo programma televisivo in cui una sessuologa musulmana parla apertamente di sesso con giovani uomini e graziose ragazze arabe. Lo show ha conseguito ottimi indici di ascolti, ma ha anche diviso la società araba
SESSO - La conduttrice si chiama Heba Kotb, è una sessuologa che lavora in una clinica di Il Cairo e ogni settimana sul canale satellitare egiziano "Al Mehwar" discute di problemi sessuali. Lo scopo del programma oltre a quello di educare sessualmente i giovani arabi e cercare di rompere quei tanti taboo che regnano nella società mediorientale. E a quanto sembra i telespettatori apprezzano il linguaggio senza peli sulla lingua della dottoressa Kotb: dopo ogni episodio la sessuologa riceve più di 70.00 messaggi e email nelle quali i telespettatori fanno domande sui rapporti sessuali e sulla vita di coppia (il suo blog)
TEMI - I temi più ricorrenti sono "le diverse posizioni sessuali", "l'orgasmo femminile" e alcuni problemi ricorrenti come l'impotenza, tutti affrontati con una "prospettiva islamica": la Kotb infatti non vuole contrapporsi all'Islam, anzi tutti i suoi suggerimenti sono dati in base alla dottrina religiosa. Ad esempio la sua linea sull'omosessualità è molto conservatrice: alla fine definisce l'essere gay "una malattia". Alla sua trasmissione spesso invita personaggi religiosi e dottori che spiegano che non c'è nulla di vergognoso nel sesso, se questo è praticato dopo il matrimonio.
EQUIVOCI - Gli equivoci intorno al sesso sono ricorrenti nel Medio Oriente tanto che spesso la dottoressa deve spiegare anche le leggi basilari della biologia. Una madre, nell'ultima puntata, ha chiamato per sapere come spiegare a sua figlia cosa significasse essere lesbica. Secondo la sessuologa il Corano parla e insegna esplicitamente il sesso: quando studiava sessuologia all'Università in Florida, la futura dottoressa fu colpita dalle assonanze tra le ricerche dei suoi professori in materia di sesso e orgasmo femminile e ciò che diceva il Corano. "Nell'Islam, le donne come gli uomini hanno il diritto di provare piacere attraverso i rapporti sessuali" dice decisa la dottoressa. "Molte donne non sanno niente del loro corpo, non parlano di sesso e pensano che questo sia unicamente un piacere maschile, mentre per la donna è qualcosa di sporco"
CRITICHE - Secondo la Kotb l'80% dei divorzi che avvengono nel mondo arabo sono causati da problemi sessuali. Recentemente ha fatto scandalo una sua dichiarazione: la dottoressa aveva consigliato ai ai microfoni della "Associated Press" nell'Università del Cairo, dove insegna medicina legale. "I miei studi dimostrano quanto l'Islam sia avanti in tutte le questioni sessuali. Grazie ai miei studi ho compreso infatti che l'Islam ha compreso il sesso molto prima del resto del mondo" suoi telespettatori di non rinunciare al sesso durante il mese santo del Ramadan. Naturalmente affermazioni come queste non fanno altro che alimentare la divisione nella società islamica e l'odio nei suoi confronti da parte dei musulmani più radicali. Sheikh Youssef al-Badri, un religioso fondamentalista ha sottolineato che il suo show "invade la privacy delle nostre stanze da letto e inoltre accresce il numero di pervertiti sessuali". Ma la dottoressa non dà importanza alle critiche e crede nella sua missione: "Sono molto orgogliosa della mia religione" dichiara la Kotb
Francesco Tortora
www.corriere.it
Tempo per leggere... sarà tempo rubato?
Protagonisti i lavoratori del pubblico impiego
“Nel frattempo, a scuola, (come dicevano in corsivo i fumetti belgi della loro generazione) i genitori: “Sa, mio figlio...mia figlia... i libri...” Il professore di lettere ha capito: l’allievo in questione
“non ama leggere”. “E la cosa è tanto più sorprendente in quanto da piccolo leggeva molto... li divorava, addirittura, i libri, vero, caro, dire si può dire che li divorava? “
II caro annuisce: li divorava. “C’è da dire che gli abbiamo proibito la televisione” (Ecco un’altra possibilità: l’interdizione assoluta della tivù. Risolvere il problema sopprimendo l’enunciato, la ennesima gran trovata pedagogica !).
E vero, niente televisione durante l’anno scolastico, è un principio sul quale non abbiamo mai voluto transigere! Niente televisione, ma pianoforte dalle cinque alle sei, chitarra dalle sei alle sette, danza il mercoledì, judo, tennis, scherma il sabato, sci di fondo ai primi fiocchi di neve, corso di vela ai primi raggi di sole, ceramica i giorni di pioggia, viaggio in Inghilterra, ginnastica ritmica... Nessunissima possibilità lasciata al più piccolo quarto d’ora di faccia a faccia con se stesso.
Guerra al sogno! Dagli alla noia! La bella noia... La lunga noia... Che rende possibile la creazione Facciamo che non debba mai annoiarsi. (Poveretto...) Ci teniamo, come dire, ci teniamo che abbia una formazione completa... Utile, sopratutto, cara, direi piuttosto utile.”
Altrimenti non saremmo qui. Per fortuna i suoi risultati in matematica non sono male’. Sa com’è, lettere... Oh, il povero, triste, patetico
sforzo che imponiamo al nostro orgoglio di andare sconfitti a consegnarci nelle mani professore di lettere, che ascolta, il professore, e
dice sì-sì, e vorrebbe illudersi, almeno una volta nella sua lunga vita di prof, solo una piccola illusione... e invece no: Lei pensa che con un’insufficienza in lettere si possa essere bocciati? Sì, ma a quale dei miei compagni rubare quest’ora di lettura quotidiana? Agli amici?
Alla tivù? agli spostamenti? alle serate in famiglia? Ai compiti? Dove trovare il tempo per leggere? Grave problema.
Che non esiste. Nel momento in cui mi pongo il problema del tempo per leggere, vuol dire che quel che manca è la voglia.
Poiché, a ben vedere, nessuno ha mai tempo di leggere.
Né i piccoli, né gli adolescenti, né i grandi. La vita è un perenne ostacolo alla lettura. Leggere? Vorrei tanto, ma il lavoro, i bambini, la casa, non ho più tempo... Come la invidio, lei, che ha tempo per leggere! E perché questa donna, che lavora, fa la spesa, si occupa dei bambini, guida la macchina, frequenta il dentista, trasloca la settimana prossima, trova il tempo per leggere e quel casto scapolo che vive di rendita, no? II tempo per leggere è sempre rubato. Come il tempo per scrivere, d’altronde, o il tempo per amare.
Rubato a cosa? Diciamo, al dovere di vivere. E forse questa la ragione per cui la metropolitana - assennato simbolo del suddetto dovere - finisce per essere la più grande biblioteca del mondo.
Il tempo per leggere, come il tempo per amare, dilata il tempo per vivere. Se dovessimo considerare l’amore tenendo conto dei nostri impegni, chi ci si arrischierebbe? Chi ha tempo per essere innamorato? Eppure, si è mai visto un innamorato non avere tempo per amare? (Tratto dal volume Come un romanzo di Daniel Pennac - Idee / Feltrinelli).
Scelta operata da Marco Ilapi |