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Trichet: graduale exit strategy. Nel 2010 ripresa discontinua

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La Lega marcia su Torino

Il candidato imposto da Bossi scontenta il Pdl. La Bresso soffre gli autogol della sinistra. La sfida nella regione chiave del Nord tra tensioni e disordini di Marco Damilano
Parenti, indagati, transfughi e vip: ecco le liste di Angela Frenda e Monica Guerzoni

Nomi, sondaggi e il 'governatometro'

Regione per regione i nomi, l'elenco delle liste e i programmi in gara nelle elezioni del 28-29 marzo. E diversi spazi interattivi per esprimere il vostro gradimento sui candidati e le giunte uscenti. Un gioco per capire qual è la vostra posizione rispetto agli aspiranti governatori

Trucchi, errori, incompetenza. Se il dato economico è «falsato»

«Dopo le Regionali cambio tutto»

Lo sconforto di Berlusconi con i suoi: se potessi chiudere il partito lo farei di Marco Galluzzo

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Stretta anti-corruzione, slitta il piano del governo. Varata bozza

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Protezione civile, sì al decreto "corretto"
Le novità
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Il Cavaliere agli alleati: "Politica pulita come nel '94" (l.m.)

Giustizia, il codice della volpe di Giuseppe D'Avanzo


Ogni tanto una bella storia
di Giancarlo Pagliarini

Senta Pagliarini, io i suoi articoli li leggo tutti. Anzi, li ritaglio e li tengo. Lei mi interessa ma allo stesso tempo mi deprime. Per una volta nella sua “politica da mangiare” può scrivere qualcosa che ci dia la speranza di un paese migliore? Sono sicura che se ci prova qualcosa di buono lo trova anche nella
politica italiana.
Nadia Santucci, via e-mail

Cara signora, lei mi chiede una cosa difficile. Però a pensarci bene una bella storia ce l’ho. E’ la storia di un cittadino coraggioso. Provo a sintetizzarla in dieci punti.
Primo.Si chiama Giorgio Fidenato. E’ un imprenditore nato a Mereto di Tomba (Udine) e residente ad Arba (Pordenone), un bel comune che più Friulano non si può. Belle case, come le facevano una volta, e un sito internet chiaro e trasparente. Ha 48 anni, ha la testa dura, è presidente della associazione Agricoltori Federati della Provincia di Pordenone ed è fondatore,assieme all’editore di Treviglio Leonardo Facco, del Movimento Libertario.
Secondo. Tra i costi della sua azienda ci sono anche le fatture dell’esperto del lavoro. Infatti Fidenato deve lavorare “a gratis” per lo stato e operare come “sostituto di imposta” dei suoi sei dipendenti, versando le loro tasse e i loro contributi sociali. Questo ormai è diventato un vero e proprio lavoro e quasi ogni mese ci sono nuove “racole” e adempimenti burocratici da tenere presenti. In Italia in media i cittadini dedicano al fisco 360 ore all’anno (45 giorni) . In Svizzera le ore sono 63 (8 giorni). Fonte : Doing Business 2008. Una follia!
Terzo.In tutto il mondo i libertari sono pochi. Per forza sono pochi:non sono in ginocchio, non obbediscono, non baciano gli anelli dei padrini e non cercano di “fare carriera”. Li riconosci subito perché sono quelli
che non mettono in galera i loro pensieri e dicono sempre quello che pensano. Leggono molto e in Italia poi, con un editore come Facco alle spalle, sono delle enciclopedie: i “testi sacri” li conoscono tutti e loro stessi ne scrivono di nuovi. Fidenato conosce la storia dell’imprenditrice US Vivienne Kellems che negli
anni 40 aveva cercato di dimostrare che era incostituzionale che lo stato la obbligasse a lavorare gratuitamente per lui. E conosce anche la Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea: il secondo comma dell’articolo 5, mi ha ricordato l’ultima volta che l’ho sentito al telefono, dice che “nessuno può
essere costretto a compiere un lavoro forzato o obbligatorio”.
Ma lo stato italiano, con la sua legge sui “sostituti di imposta”, obbliga gli imprenditori a lavorare per lui.
Quarto. Dal primo di gennaio ’09 Fidenato ha deciso di mettere nella busta paga dei dipendenti tutto il loro stipendio lordo, ricordandogli che devono versare le loro tasse e i contributi sociali. Fidenato non evade nemmeno un centesimo di Euro.
Quinto. In questo modo i suoi dipendenti sono più consapevoli perché: a) sanno quanto è il loro vero costo per la ditta e b) “toccano con mano” il costo delle Pubbliche Amministrazioni e il peso e le complicazioni
della burocrazia.
Sesto. I dipendenti hanno provato a versare le tasse e i contributi, ma non è facile perché l’agenzia delle entrate da loro non vuole i soldi: li vuole incassare dal “sostituto d’imposta”. Hanno pagato tutto, fino all’ultimo centesimo, con dei libretti al portatore inviati all’Agenzia delle entrate, ma l’Agenzia li ha fatti convocare dai Carabinieri per restituirli.
Settimo.E adesso viene il bello della storia.
Dopo alcuni avvisi “bonari” l’INPS ha iscritto a ruolo i contributi e il 23 Luglio 09 ha mandato la cartella esattoriale a Fidenato, che così finalmente ha potuto portare la questione in tribunale. Il suo ricorso è lungo 23 pagine, è serio, non è ideologico, e cerca di dimostrare che la figura del “sostituto di imposta “ è incostituzionale.
Ottavo. La comparsa di risposta dell’INPS per me è stata una vera sorpresa. Poteva cercare di dimostrare che Fidenato aveva torto, oppure poteva dichiarare che in teoria aveva ragione ma la Repubblica italiana e l’INPS hanno grossi problemi di bilancio. Invece confesso che le cinque pagine del documento INPS
mi sono sembrate sul piano della “lesa maestà”. La ricostruzione legislativa di Fidenato è definita “una via di mezzo tra l’innovativa e la bizzarra”. Sono citati Woody Allen e il film “il dittatore dello stato libero di Bananas”, gli attentati alle Twin Towers, la bolla immobiliare e i mutui subprime. Riconosce il “marasma normativo che è ormai diventato il nostro ordinamento giuridico nel suo complesso” ma poi gli suggerisce di “istruire al proprio interno un impiegato capace di redigere buste paga e quant’altro serve per i rapporti con l’Agenzia delle Entrate e gli Enti previdenziali”.
Già, ma chi lo paga?
Ma questi signori hanno una vaga idea dei problemi dei piccoli imprenditori italiani???
Nono. Il 19 Novembre il tribunale del lavoro di Pordenone ha sospeso l’esecutività delle cartelle esattoriali dell’INPS ed ha rinviato la discussione al 28 gennaio. Io farò tutto il possibile per essere a Pordenone quel giorno, perché questa mi sembra una giusta battaglia di coerenza, coraggio e civiltà. Le tre “c” di un friulano per bene.
Fine della bella storia.
Cosa ne pensa signora? Mi dia retta: appena ha in mano l’agenda del 2010 la apra sul 28 Gennaio e
segni “A Pordenone per Fidenato”.
La saluto.

GIANCARLO PAGLIARINI
LA POLITICA  DA MANGIARE
redazione@dituttonews.it
 
 

 

 

Dall'analisi della Ragioneria generale emerge un quadro sconcertante: differenze macroscopiche nella spesa per abitante, non di rado senza relazione con la qualità dei servizi offerti ai cittadini

Le venti Italie della spesa regionale

di LUISA GRION

 

ROMA - C'è chi spende tanto e offre buoni servizi pubblici e chi investe altrettanto con minori risultati; c'è chi riceve dallo Stato una montagna di trasferimenti e chi fa i conti con un budget decismente più ristretto. Anche quando si parla di qualità del welfare e costo per il bilancio pubblico, il paese si spacca: c'è chi sta bene e chi sta peggio. I cittadini, e quello che ricevono, non sono affatto tutti uguali.

Lo si capisce dall'analisi appena pubblicata dalla Ragioneria Generale sulla spesa statale regionalizzata (dati 2008): oltre trecento pagine di tabelle dalle quali affiora un'Italia dalle mille diversità. Per vederle bisogna andare al di là di quanto le singole amministrazioni ricevono nel loro complesso (le divergenze sono tante: basti pensare che la prima della lista - il Lazio - ottiene 34 miliardi, e l'ultima - la Valle d'Aosta - si ferma ad uno e mezzo appena) e ragionare sulla spesa procapite nelle sue molteplici varianti.

Così facendo la graduatoria spesso s'inverte e si scopre che i cittadini delle varie regioni "costano" allo Stato in termini di servizi pubblici essenziali (dalla scuola, alla sanità, alla sicurezza) cifre estremamente diverse le une dalle altre. In genere si può dire che "conviene" abitare in una regione a statuto speciale, ma non bisogna fare l'errore di considerare il livello di spesa un indice di qualità: nelle regioni del Sud per esempio l'istruzione ha un costo più elevato che altrove, eppure il tasso di abbandono scolastico è ancora troppo elevato. Così è per la sanità: non è detto che le strutture più costose siano quelle che offrono le migliori performances.


Fra le amministrazioni più virtuose e quelle più spendaccione i gap sono, comunque, molto elevati. Se guardiano alla spesa procapite al netto degli interessi sul debito pubblico vediamo infatti che La Valle d'Aosta, ad esempio, spende per ciascuno dei suoi abitanti cinque volte tanto la Lombardia: si va dai quasi 12 mila euro l'anno per la prima ai 2 mila e mezzo appena della seconda. Il Lazio investe quasi il doppio dell'Emilia Romagna. La Sardegna, che pur sta al terzo posto in classifica dopo il Trentino Alto Adige (10.524 euro procapite), più o meno due volte il Piemonte.

Le graduatorie variano ulteriormente a seconda della voce di spesa: quanto alla Sanità, infatti, in testa alla lista della spesa c'è la Sicilia, con 439 euro procapite, seguita dal Lazio con 384 (di cui 30 se ne andrebbero però in ricerca e svluppo), in Lombardia si scende a 110. Ma l'equazione "più mi sposto al Sud, più spendo" non regge: Campania e Calabria stanno agli ultimi posti della classifica con rispettivamente 77 e 43 euro a persona.

Sorprese le riservano anche la scuola e la sicurezza. Un bambino alle elementari in Calabria costa 394 euro, nel Lazio 260 euro, in Lombardia 226, in Veneto, 240. La Campania spende per l'ordine pubblico 266 euro ad abitante, l'Emilia Romagna 171, la Sardegna 284, la Toscana 214. Difficile dire con certezza dove le scuole siano migliori e i cittadini si sentano più sicuri, resta il fatto che le differenze non sempre sono giustificate dalla qualità del servizio.


Spesa delle Regioni in milioni di euro - Per abitante - In % del Pil
Spesa per la sanità - Per l'istruzione - Per rifiuti e ambiente


 

«PRESERVARE IL RUOLO DI MALPENSA»

Vendita Alitalia, AirOne rilancia

«Pronti a presentare in tempi brevi una proposta vincolante con un gruppo di imprenditori italiani»

ROMA - «Siamo pronti a presentare in tempi brevi una proposta vincolante con un gruppo di imprenditori italiani: non solo del nord ma di tutta Italia». Lo afferma AirOne in risposta alle dichiarazioni di oggi del ministro dell'Economia, Tommaso Padoa-Schioppa..

 

(Emmevi)
PRESERVARE MALPENSA -
«In questi giorni - si legge in una nota di Ap Holding - stiamo lavorando per evitare la sciagurata perdita di due leve strategiche del Paese: la Compagnia di bandiera e lo scalo di Malpensa, entrambi fondamentali per lo sviluppo e la crescita della nostra economia e del nostro turismo. E questo non perchè una soluzione italiana sia necessariamente migliore di una straniera, ma perchè la nostra soluzione è l'unica che tutela gli interessi reali di Alitalia, dei suoi lavoratori, dei suoi azionisti, del Paese e di Malpensa». Lo scalo milanese ha per Ap Holding «un ruolo centrale».

 

I MOTIVI DEL RITIRO - «Non abbiamo alcun interesse, come paventato da alcuni, a danneggiare Alitalia in nessun modo, piuttosto vogliamo che sia preservata, ristrutturata e rilanciata. Il ritiro di AP Holding lo scorso 17 luglio dalla Procedura di privatizzazione fu una scelta obbligata - spiega la società replicando a quanto affermato da Padoa-Schioppa -. Innanzitutto, nella fase di due diligence, non furono rese disponibili tutte le informazioni sostanziali riguardanti AZ Servizi (gestita da Fintecna), ovvero relative a circa il 50% del Gruppo Alitalia che complessivamente impiega oltre 8 mila persone. Inoltre furono concessi ad Ap Holding soltanto 45 giorni per trovare un accordo con i sindacati contro i 90 richiesti e quindi le negoziazioni sarebbero dovute avvenire tra il 15 luglio ed il 30 agosto. Periodo breve, estivo e certamente non ideale per un lavoro di questo tipo».

 
 

ASPETTI FINANZIARI - Ap Holding precisa inoltre che «per quanto riguarda gli aspetti finanziari fino ad oggi eravamo in una fase non vincolante: le banche possono prendere impegni vincolanti solo nel contesto di un'offerta vincolante. Gli impegni assunti dalle banche internazionali che affiancano Ap Holding, valutati oggi insufficienti, erano altresì stati valutati adeguati nella prima Procedura, al punto tale che il Ministero dell'Economia e delle Finanze ammise Ap Holding alla fase finale di presentazione di una proposta vincolante. Oggi sembrerebbe non essere più così», ricorda la nota, evidenziando come «per Alitalia non si tratta di una vendita di una società privata, ma di un'azienda il cui azionista di riferimento è pubblico e quindi criteri e modalità devono essere resi noti con trasparenza e in partenza, come era avvenuto nella Procedura di inizio anno. Su questo spetterà al Tar pronunciarsi nei prossimi giorni». «L'applicazione di criteri rigorosi e la possibilità anche per Ap Holding di presentare una propria offerta vincolante nota - non implicherebbero tuttavia prolungamenti dei tempi. AP Holding potrebbe infatti presentare la propria offerta vincolante negli stessi tempi concordati per Air France-Klm», sottolinea ancora Ap Holding, osservando come «relativamente alla cessione degli slot non è chiaro il vantaggio di rilasciarli adesso, nel bel mezzo del processo di vendita di Alitalia ed in un momento dove a livello nazionale è chiaro a quasi tutti che si tratterebbe di un grave depauperamento della compagnia».


www.corriere.it 03 febbraio 2008

Mr Prezzi lancia l'allarme inflazione:
servono ribassi a febbraio e marzo

VENEZIA (1 febbraio) - Abbassare i prezzi a febbraio e marzo è l'appello lanciato dal Garante sui prezzi Antonio Lirosi. «Ci attendiamo per martedì prossimo - ha detto Mr.Prezzi oggi a Venezia - un dato statistico sull'inflazione che non sarà confortevole». «Per questo mi sento in dovere - ha aggiunto - di lanciare un appello perché vengano calati i prezzi a febbraio e marzo, due mesi decisivi in questo senso, per creare un effetto virtuoso che si tradurrebbe su buona parte dell'anno». A gravare sulle dinamiche dei prezzi, per Lirosi, è il caro petrolio e il caro grano ma «se si contengono i prezzi ora - ha rilevato - è possibile che in primavera, quando è atteso un calo del prezzo del barile, si potrebbe innescare un fenomeno virtuoso restituendo potere d'acquisto ai cittadini». Per Lirosi «è da rifiutare l'idea che se aumenta il prezzo del petrolio e grano si sia legittimati ad aumentare tutti i prezzi in modo indiscriminato». Per martedì prossimo è atteso dall'Istat il dato preliminare sull'inflazione a gennaio.

www.ilmessaggero.it

 

 
 
 

 


 
 
 

Microsoft lancia Opa su Yahoo! da 44,6 miliardi di dollari

Microsoft lancia la sfida definitiva a Google.
Il colosso di Redmond ha presentato un'offerta ostile di acquisizione sul motore di ricerca Yahoo! a 31 dollari per azione per un controvalore complessivo di 44,6 miliardi di dollari.


Sfondare su Internet e i servizi web di nuova generazione, compreso il «software as a service» è fondamentale per la Casa di Gates. Non a caso ha profuso ingenti risorse in tutte quelle iniziative internettiane che rientrano sotto il cappello «Live». E così, con una manovra che non giunge inattesa, Microsoft risponde a Google, la regina di Internet sempre più aggressiva nei confronti del business del gigante del software. Google infatti ha sfidato più volte Microsoft: per esempio, con i software di produttività personale, quelle Google Apps che minacciano Office, o con iniziative e sevizi che spaziano dalle mappe alla posta elettronica fino alla messaggistica e al social networking e che arrivano fino alla sfida diretta: quella sui motori di ricerca con Msn Search che nei sogni di Microsoft avrebbe dovuto intaccare il predominio della casa di Mountain View . Ma così non è stato
L'offerta rappresenta un premio del 62% rispetto al prezzo di chiusura di ieri sera della compagnia californiana. «L'offerta non è soggetta a nessuna condizione finanziaria - ha reso noto Microsoft - riteniamo che essa possa sviluppare un valore superiore per gli azionisti». Microsoft ha ribadito di aver intavolato trattative con Yahoo! alla fine del 2006 e gli inizi del 2007, senza però arrivare a buon fine. Il colosso informatico ha poi evidenziato come Yahoo! abbia respinto l'ipotesi di una partnership commerciale e di una fusione. «La combinazione delle due compagnie offrirà una scelta competitiva, svilupperà benefici di scala e calmierà i costi per gli inserzionisti». Grazie all'acquisizione Microsoft vede 4 aree di business che genererebbero sinergie per almeno 1 miliardo di dollari l'anno. «Siamo pronti a iniziare le trattative immediatamente - rende noto Microsoft - ci aspettiamo che il cda di Yahoo! esaminerá la proposta».

«Crediamo che la nostra fusione porterà maggior valore ai nostri rispettivi azionisti, una maggiore possibilità di scelta e una migliore innovazione ai nostri clienti e ai nostri partner industriali». Così l'amministratore delegato di Microsoft, Steve Ballmer, promuove l'offerta da 44,6 miliardi di dollari del colosso dei software sul Yahoo! «Abbiamo molto rispetto per Yahoo! - prosegue Ballmer nella nota che annuncia l'offerta - e insieme potremo offrire un'ampia gamma di soluzioni per clienti, editori e pubblicitari, posizionandoci in modo migliore per competere nel mercato dei servizi online».

Microsoft giusto un anno fa incassò da Yahoo! un no alla fusione. Ballmer nelle sue dichiarazioni odierne infatti ricorda lo scorso anno ricevette una missiva dal chairman di Yahoo! nella quale veniva indicata la posizione del board. «Ora - si legge nella lettera - non è il momento giusto per i nostri azionisti di avviare colloqui riguardanti una acquisizione». All'epoca i vertici di Yahoo! era no estremanmente fiduciosi sul potenziale di crescita della società grazie alla definizione di nuova strategia.Ballmer afferma tuttavia che a distanza di un anno la situazione «non é migliorata» e sottolinea che oggi il mercato è sempre più dominato da un «player», leggasi Google, che sta rafforzando la sua posizione attraverso acquisizioni. Il ceo di Microsoft sottolinea che le sinergie possono essere sviluppate grazie a economie di scala, espansione della capacità di ricerca e sviluppo, efficienze operative, focalizzazione su sistemi e risorse innovative nel video, nella telefonia mobile, nel commercio online e nei media. Ballmer lancia anche una possibilità di trattativa al board di Yahoo!. «Noi valuteremo l'opportunità di ulteriori colloqui per ottimizzare l'integrazione dei nostri rispettivi business con l'obiettivo di creare un gruppo leader a livello globale».

 


 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
Microsoft lancia la sfida definitiva a Google. Il colosso di Redmond ha presentato un'offerta ostile di acquisizione sul motore di ricerca Yahoo! a 31 dollari per azione per un controvalore complessivo di 44,6 miliardi di dollari. Sfondare su Internet e i servizi web di nuova generazione, compreso il «software as a service» è fondamentale per la Casa di Gates. Non a caso ha profuso ingenti risorse in tutte quelle iniziative internettiane che rientrano sotto il cappello «Live». E così, con una manovra che non giunge inattesa, Microsoft risponde a Google, la regina di Internet sempre più aggressiva nei confronti del business del gigante del software. Google infatti ha sfidato più volte Microsoft: per esempio, con i software di produttività personale, quelle Google Apps che minacciano Office, o con iniziative e sevizi che spaziano dalle mappe alla posta elettronica fino alla messaggistica e al social networking e che arrivano fino alla sfida diretta: quella sui motori di ricerca con Msn Search che nei sogni di Microsoft avrebbe dovuto intaccare il predominio della casa di Mountain View . Ma così non è statoL'offerta rappresenta un premio del 62% rispetto al prezzo di chiusura di ieri sera della compagnia californiana. «L'offerta non è soggetta a nessuna condizione finanziaria - ha reso noto Microsoft - riteniamo che essa possa sviluppare un valore superiore per gli azionisti». Microsoft ha ribadito di aver intavolato trattative con Yahoo! alla fine del 2006 e gli inizi del 2007, senza però arrivare a buon fine. Il colosso informatico ha poi evidenziato come Yahoo! abbia respinto l'ipotesi di una partnership commerciale e di una fusione. «La combinazione delle due compagnie offrirà una scelta competitiva, svilupperà benefici di scala e calmierà i costi per gli inserzionisti». Grazie all'acquisizione Microsoft vede 4 aree di business che genererebbero sinergie per almeno 1 miliardo di dollari l'anno. «Siamo pronti a iniziare le trattative immediatamente - rende noto Microsoft - ci aspettiamo che il cda di Yahoo! esaminerá la proposta». «Crediamo che la nostra fusione porterà maggior valore ai nostri rispettivi azionisti, una maggiore possibilità di scelta e una migliore innovazione ai nostri clienti e ai nostri partner industriali». Così l'amministratore delegato di Microsoft, Steve Ballmer, promuove l'offerta da 44,6 miliardi di dollari del colosso dei software sul Yahoo! «Abbiamo molto rispetto per Yahoo! - prosegue Ballmer nella nota che annuncia l'offerta - e insieme potremo offrire un'ampia gamma di soluzioni per clienti, editori e pubblicitari, posizionandoci in modo migliore per competere nel mercato dei servizi online».Microsoft giusto un anno fa incassò da Yahoo! un no alla fusione. Ballmer nelle sue dichiarazioni odierne infatti ricorda lo scorso anno ricevette una missiva dal chairman di Yahoo! nella quale veniva indicata la posizione del board. «Ora - si legge nella lettera - non è il momento giusto per i nostri azionisti di avviare colloqui riguardanti una acquisizione». All'epoca i vertici di Yahoo! era no estremanmente fiduciosi sul potenziale di crescita della società grazie alla definizione di nuova strategia.Ballmer afferma tuttavia che a distanza di un anno la situazione «non é migliorata» e sottolinea che oggi il mercato è sempre più dominato da un «player», leggasi Google, che sta rafforzando la sua posizione attraverso acquisizioni. Il ceo di Microsoft sottolinea che le sinergie possono essere sviluppate grazie a economie di scala, espansione della capacità di ricerca e sviluppo, efficienze operative, focalizzazione su sistemi e risorse innovative nel video, nella telefonia mobile, nel commercio online e nei media. Ballmer lancia anche una possibilità di trattativa al board di Yahoo!. «Noi valuteremo l'opportunità di ulteriori colloqui per ottimizzare l'integrazione dei nostri rispettivi business con l'obiettivo di creare un gruppo leader a livello globale»

 

 

 

 Mario Cianflone

www.ilsole24ore.it
 
 
  In California la più grande fiera di compravendita di nomi di siti Web

 
L'indirizzo più pagato? www. porn. net, costato 400mila dollar
Arricchirsi con un dominio internet. 
                                A Los Angeles la grande asta mondiale
 

<B>Arricchirsi con un dominio internet<br>A Los Angeles la grande asta mondiale</B>
 
ROMA - Se la crisi dei mutui americani continua a farsi sentire minacciando l'economia di tutto il mondo, le centinaia di persone che hanno partecipato martedì e mercoledì scorsi al "DomainFest" di Los Angeles proprio non dovranno preoccuparsi di tassi d'interesse o imposte sugli immobili. Gli indirizzi che hanno acquistato all'asta, infatti, rischiano di trasformarsi in una vera miniera d'oro e in centinaia di dollari al giorno di guadagni pubblicitari: si tratta, infatti, di indirizzi internet.

Il "DomainFest" non è altro che un raduno mondiale di esperti del settore e, ovviamente, anche di privati cittadini con qualche soldo da investire, che discutono di economia e strategie di vendita, ma che soprattutto mettono mano al portafogli scambiando siti a centinaia di migliaia di dollari alla volta. Le aste si sono susseguite per tutta la giornata di martedì e mercoledì, con centinaia di uomini d'affari e esperti del settore che, dati e previsioni alla mano, hanno cercato di prevedere quali fossero i domini più convenienti da acquistare.

Il sito più ambito e più pagato? È "Porn. net", venduto per 400mila dollari (l'equivalente di 276mila euro). A seguire, "Bookmarks. com" ("bookmark" in inglese significa "segnalibro" e con la stessa parola s'identifica la funzione presente nei browser per "appuntarsi" le pagine Web interessanti o di maggiore consultazione), venduto per 300mila dollari. A seguire anche "Alimony. com" (che significa "alimenti", nel senso legale del termine, ed è un sito che dà consigli sulle pratiche di divorzio) per 75mila dollari, "Butcher. com" (che significa "macellaio", ed è un sito attualmente non ancora costruito ma evidentemente con grandi potenzialità) per 50mila dollari e, infine, "Satinpanties. com" (che suona un po' come "mutande di raso") venduto per 10mila dollari. Tra gli altri domini strapagati, anche "Dude. com", "Natural. com", "Authorize. com", "Face. com", "Checkout. com", "Porn. net", "Neighborhood. com" e "NewYork. net".

Gli intervenuti, che sono arrivati a pagare anche la bellezza di 995 dollari (l'equivalente di 690 euro) per partecipare a tutte le giornate della conferenza, hanno avuto anche l'occasione di poter assistere a una lezione di Frank Shilling, guru dell'acquisto di domini internet. Un uomo che ha iniziato a collezionare indirizzi Web quasi per gioco e ora ne ha accumulati oltre trecentomila, valutati in più di cento milioni di dollari. Una storia, la sua, che affascina molti tra ingegneri, manager, consulenti e altri "esperti del settore" che vorrebbero tentare la fortuna attraverso la compravendita di domini: si dice che Shilling lavori nella veranda della propria casa alle Cayman Islands con davanti il mar dei Caraibi e al lato uno dei più grandi televisori del mondo.

Ma come si fa a diventare un esperto in compravendita di domini? Le basi del mestiere non sono cambiate. Basta avere un po' di fantasia nel comporre nomi o fiutare l'affare, pensando ad esempio a un prodotto nuovo di un'azienda. Poi, con pochi euro, basta registrare il dominio, creare un sito anche molto rudimentale e metterci sopra la pubblicità. Se siamo fortunati, qualche azienda interessata all'acquisto ci contatterà per trovare un eventuale accordo; se, invece, siamo meno fortunati, possiamo comunque sfruttare i proventi della pubblicità e dei navigatori che capiteranno "per caso", grazie ai motori di ricerca, sul nostro dominio.

Ci sono, inoltre, due teorie contrapposte su come guadagnare da un dominio internet e renderlo più "appetitoso": la prima è quella di utilizzare al meglio il sito, curandolo, inserendoci oltre alla pubblicità tanto materiale, video e informazioni: gli utenti saranno attratti dalle informazioni e accorreranno in massa. L'altro, invece, è quello di lasciare il sito completamente vuoto mettendo una grande pubblicità al centro della pagina. Gli utenti capitati sul sito, così, non potranno fare altro che fare click proprio sulla pubblicità, facendoci guadagnare qualche soldino. Ovviamente, più il dominio è costituito da una parola comune, più saranno le possibilità di guadagno o di vendita.

Un'altra pratica largamente utilizzata, e altrettanto condannata, è quella dell'"assaggio del dominio". Secondo la legge, le aziende che offrono servizi di registrazione di nuovi domini devono dare all'utente cinque giorni di tempo per ripensarci (in fase di registrazione, ad esempio, potrebbero verificarsi degli errori di ortografia). Così, trafficanti di domini senza scrupoli approfittano di questa clausola per registrare ogni giorno decine e decine di siti inserendo al loro interno semplicemente un banner pubblicitario; dopodiché analizzano il tipo di guadagno che riescono ad ottenere in quei cinque giorni e alla fine rimandano indietro i domini che non soddisfano il loro interesse, mantenendo ovviamente i più remunerativi. Addirittura, secondo una statistica dell'Icann, l'ente internazionale che ha l'incarico della gestione della Rete, nel 2006 circa il 90 per cento dei domini registrati ogni giorno era di questa natura.

Ma quali sono i siti che storicamente hanno fruttato di più? Ovviamente "Sex. com", venduto per più di dodici milioni di dollari (l'equivalente di 8,2 milioni di euro) nel 2006. A seguire "Porn. com", venduto lo scorso anno per 9 milioni di dollari, e ancora Beer. com, Diamond. com e Business. com, scambiati per 7 milioni di dollari.
Daniele Semeraro
www.repubblica.it

(24 gennaio 2008)

                        Classifica mondiale di «Wine Spectator»
                Il miglior vino del 2007? E' frances
        
E' lo Chateauneuf-du-Pape 2005 prodotto da Clos des

       E' francese il miglior vino del mondo: lo Chateauneuf-du-Pape 2005 prodotto da Clos des Papes ha infatti scalato la classifica stilata dalla prestigiosa rivista di settore «Wine Spectator», aggiudicandosi il primo posto nella «Top 100 of 2007». L'annuncio è stato dato online sul sito della rivista. I 100 vini del 2007, provenienti da tredici Paesi, sono stati selezionati fra oltre 15 mila prodotti in tutto il mondo.

L'anno scorso a conquistare la vetta era stato invece un vino italiano, il Brunello di Montalcino Tenuta Nuova 2001, prodotto da  Casanova  di  Neri.

Quest'anno, come nel 2006, sono due gli italiani che si sono piazzati nella top ten (leggi): il Tignanello 2004 di Antinori, al quarto posto, e il Bolgheri Superiore Ornellaia 2004 prodotto dalla Tenuta dell'Ornellaia, al settimo. Due anche i vini australiani e altrettanti i californiani mentre sono complessivamente 4 i vini francesi nei primi dieci.

Il prezzo medio delle migliori bottiglie di quest'anno è di 42 euro, rispetto ai 49 del 2006, a fronte di una qualità invariata rappresentata da un punteggio medio di 93.

www.corriere.it
16 novembre 2007

         Einaudi, la casta e l’Italia del ’19
     Una polemica contro i «padreterni»

«A Roma spadroneggia un piccolo gruppo di padreterni, i quali si sono persuasi, insieme con qualche ministro di avere la sapienza infusa nel vasto cervello». Non sono parole di Beppe Grillo, né di Guglielmo Giannini, né di quel Corrado Tedeschi che inventò il Partito della bistecca e neppure di Umberto Bossi ai tempi in cui tuonava «mai più soldi agli stronzi romani».
L'atto di accusa è di Luigi Einaudi, oggi venerato come uno dei padri della Patria e una delle figure più limpide della nostra storia anche da quanti un tempo lo consideravano un
avversario.

Era il primo febbraio 1919, la Grande Guerra era finita da poche settimane, Guglielmo II era fuggito nei Paesi Bassi, a Berlino erano stati appena rapiti e uccisi Rosa Luxemburg e Karl Liebknecht, a Parigi s'era aperta la Conferenza di pace e da noi, dove Luigi Sturzo aveva appena f
ondato il Partito Popolare, cominciava quel «biennio rosso» che si sarebbe concluso con una dura sconfitta delle sinistre e l'avvento del fascismo. Alla guida del governo c'era Vittorio Emanuele Orlando, agli Esteri Sidney Sonnino, al Tesoro Bonaldo Stringher, alla Giustizia Luigi Facta. Gente che Einaudi considerava, per usare un eufemismo, in larga parte inadeguata. Come dimostra appunto quanto scrisse sul Corriere in uno degli articoli oggi raccolti dalla Mondadori nei bellissimi «Meridiani» dedicati al «Giornalismo italiano ». Il futuro capo dello Stato, al fianco degli industriali «inferociti», accusava l'esecutivo: «Non mantiene le promesse, impedisce con i suoi vincoli il movimento a coloro che avrebbero voglia di agire, fa perdere quei mercati che gli industriali italiani erano riusciti a conquistare, prepara disastri al Paese, accolla sempre nuovi oneri alle industrie...». Perché? Per la mania di mettere le mani su tutto, immaginare «monopoli che non sa poi come amministrare», rivendicare compiti che poi non sa assolvere impedendo insieme che «provvedano i privati».

Per non dire di lacci e lacciuoli come gli «istituti dei consumi, grazie a cui magistrati, professori, segretari di prefettura, postelegrafici perderanno il proprio tempo ad annusar formaggi e negoziar merluzzi». O della scelta di «sovracaricare i proprietari di case di nuovi balzelli sperequati e impedir loro un parziale adattamento delle pigioni ». Basta, scriveva: «Bisogna licenziare questi padreterni orgogliosi (...) persuasi di avere il dono divino di guidare i popoli nel procacciarsi il pane quotidiano. Troppo a lungo li abbiamo sopportati. I professori ritornino ad insegnare, i consiglieri di Stato ai loro pareri, i militari ai reggimenti e, se passano i limiti d'età, si piglino il meritato riposo».

Insomma: «Ognuno ritorni al suo mestiere». E «si sciolgano commissioni, si disfino commissariati eMinisteri » così che «un po' alla volta tutta questa verminaia fastidiosa sia spazzata via. Coloro che lavorano sono stanchi di essere comandati dagli scríbacchiatori di carte d'archivio» superiori alla società governata «soltanto per orgoglio e incompetenza ». Parole durissime. Che non salvavano pressoché nulla e nessuno. Era un qualunquista, Luigi Einaudi? Un demagogo? Un populista? Un «giullare della Suburra»? Meglio andarci piano, sempre, con le etichette insultanti. Forse, se i politici «padreterni» di allora lo avessero ascoltato senza fare spallucce, tre anni dopo ci saremmo evitati la Marcia su Roma.

Gian Antonio Stella
www.corriere.it






     Eurispes: le famiglie italiane in difficoltà dal 20 del mese
 
www.ilsole24ore.it  
25 gennaio 2008
 
 
Peggiorano le condizioni economiche e le previsioni degli italiani per il futuro. Crescita complessiva dell'inflazione e perdita del potere di acquisto delle retribuzioni portano le famiglie a stringere sempre più le cinghia per arrivare alla fine del mese, con le prime difficoltà che iniziano a sorgere già dalla "terza settimana". Mai così tanto pessimismo nel corso degli ultimi 6 anni, soprattutto sul fronte del lavoro, con salari sempre più bassi e impieghi flessibili e precari. Forte il senso di insicurezza e precarietà dei nostri concittadini, fotografato dal solco sempre più profondo tra politica e società, diventati ormai due veri e propri "separati in casa". E' questa, in sintesi, la diapositiva scattata dal rapporto Italia 2008, presentato, a Roma, dall'Eurispes che analizza, in sei distinte sezioni tematiche, lo stato di salute del Belpaese dall'economia al lavoro passando attraverso legalità, politica, ambiente e comunicazione. "Ciò che serve al Paese e che i cittadini chiedono – spiega il presidente dell'Eurispes Gian Maria Fara – è una politica che si assuma la responsabilità di decidere, di compiere scelte, di elaborare progetti, di immaginare il futuro". Per Fara, poi, primo passo è restituire alle Istituzioni e allo Stato autorevolezza e credibilità, ma soprattutto che ci si difenda dall'idea che il destino di milioni di cittadini possa essere affidato alla globalizzazione o alla mano invisibile del mercato.Dal rapporto emerge una vera e propria caduta libera della situazione economica delle famiglie italiane. Solo poco più di un terzo (38,2%) riesce ad arrivare a fine mese e l'aumento generalizzato dei prezzi, avvertito dal 90,3% della popolazione, rafforza l'abitudine ad acquistare prodotti in saldo o la disponibilità a cambiare marca di un bene se conveniente. Sempre più spesso si cerca aiuto nella famiglie di origine, destinate ad assumere il ruolo di vere e proprie "erogatrici di servizi" Il peggioramento delle condizioni economiche, spinge, poi, gli italiani verso il sommerso, che, nel 2007, evidenzia l'Eurispes, ha generato almeno 549 miliardi di euro di fatturato. Secondo l'Istituto, grazie al lavoro nero, si riesce a integrare il reddito delle famiglie di 1.330 euro mensili. Forte, anche, il ricorso al credito al consumo (1.495 euro pro capite): vi fa ricorso un italiano su quattro. Ciò dimostra come per arrivare a fine mese si prova davvero di tutto di più.

di Claudio Tucci

www.ilsole24ore.it

     Bankitalia ci fa i conti in tasca: stipendi fermi e più debiti


Dal 2000 ad oggi, nessuna novità Bankitalia fa i conti in tasca alle famiglie italiane e scopre, ma forse diretti interessati lo sapevano già, che nelle case dei lavoratori dipendenti, dal 2000 al 2006, il reddito «è rimasto sostanzialmente stabile». Non certo il costo della vita. Nel 2006, per la precisione, il reddito mensile medio delle famiglie italiane tocca i 2.649 euro netti: in rapporto all’aumento dei prezzi, gli stipendi sono cresciuti solo dello 0,3%, mentre chi fa un lavoro autonomo, sempre secondo le stime della Banca d’Italia, ha aumentato le sue entrate del 13,1%. «Negativo» invece il saldo per le famiglie dove i lavoratori sono atipici o liberi professionisti.

Cresce così tristemente il numero delle famiglie indebitate: rispetto al 2004 aumenta dell’1,5 percento il numero delle famiglie che ha qualche rata da pagare a fine mese. Principali voci in capitolo dei conti in rosso sono soprattutto i beni di consumo, mentre sono più arri i casi di indebitamento sui mutui.

Tra i dati sul 2000-2006 pubblicati da Bankitalia c’è anche una rilevazione insolita, quella che vede crescere il reddito familiare medio più al Sud che a Nord. Motivo dell’inversione di tendenza è che è cresciuto il «numero medio di percettori per famiglia»: anche al Sud e nelle Isole, in sostanza, si lavora sempre di più in due, mentre negli anni scorsi erano ancora frequenti i casi di famiglie monoreddito. Per questo la crescita dei redditi famigliari medi al Sud supera il 5%, mentre cala al 3,5% al centro e scende addirittura allo 0,7% al Nord, dove già in passato si lavorava in due, e dove i salari non si sono mossi di una virgola.

 


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Tariffe dei servizi locali

 

       In 10 anni sono aumentate fino al triplo dell'inflazione.
                     Su anche i trasporti urbani

 


TORINO - Le tariffe dei servizi locali sono enormemente rincarate negli ultimi dieci anni: tutti gli aumenti di prezzo sono abbondantemente a due cifre, globalmente si sfiora il +50%. E se in cambio di questa mazzata sui bilanci familiari le forniture della luce e del gas, dell’acqua, della raccolta dei rifiuti e dei trasporti urbani sono migliorate in qualche cosa che possa giustificare un tale maggiore esborso, lo giudichino i consumatori. A tratteggiare questa situazione sconfortanti, del resto già percepibile - se non quantificabile con precisione - da parte dei cittadini, è una ricerca di Unioncamere, l’associazione delle Camere di commercio. Il numero da mettere come sfondo a tutti gli altri è la crescita dell’inflazione in questo decennio: cumulativamente, secondo l’Istat, è ammontata al 25% fra il 1997 e il 2006; invece il complesso dei servizi erogati dalle società controllate dagli enti locali è rincarato del 48,9% cioè quasi il doppio. In cifre assolute, nel 2006 la spesa totale dei consumatori per i principali servizi di pubblica utilità ha raggiunto i 39,017 miliardi di euro.

Scendendo nel dettaglio, si nota che l’acqua è il bene che è rincarato di più, il 61,4% che corrisponde a poco meno del triplo dell’inflazione. Il secondo balzo è stato quello delle tariffe del gas +45%, seguito dal rincaro delle spese per i rifiuti +43% e da quello per i trasporti urbani +35%. Invece sembra quasi moderata la crescita delle tariffe elettriche, un +20,8% che risulta inferiori all’inflazione. È possibile questo dato quasi positivo in confronto agli altri (comunque non lieve perché si tratta comunque di un forte rincaro) abbia beneficiato di quella minima misura di concorrenza che ha interessato il settore elettrico, e senz’altro c’è stato il ruolo positivo e calmieratore svolto dall’Authority dell’energia.

Il salasso per le tasche dei consumatori preoccupa Unioncamere, perché sono soldi che vengono a mancare per i consumi. «In una fase contraddistinta dal un tendenziale ristagno del reddito disponibile - lamenta l’associazione - gli aumenti tariffari hanno avuto un impatto particolarmente pesante sui bilanci delle famiglie». I ricercatori di Unioncamere non si limitano a segnalare il fenomeno ma abbozzano una spiegazione. «Le tariffe hanno mostrato una significativa accelerazione a partire dai primi anni 2000, cioè a cavallo del changeover dalla lira all’euro»: con questi rincari sincronizzati l’Italia sembra aver cercato di «mettersi in pari» con il resto d’Europa.

Va peraltro notato che a dispetto dei super-rincari in Italia le tariffe dell’acqua, dei rifiuti e dei trasporti urbani risultano ancora inferiori a quelle degli altri paesi dell’Ue. Il costo del biglietto dei mezzi di trasporto pubblico, ad esempio, nelle nostre città è in genere di 1 euro a fronte di valori europei che oscillano tra 1 e 2,20 euro. «Proprio perché alcuni Paesi europei sono partiti da livelli più elevati rispetto all’Italia - nota Unioncamere - l’insieme dell’area euro presenta in media tassi di crescita più contenuti per la tariffe praticate alle famiglie, ad eccezione di quella del gas che è rincarata notevolmente soprattutto per effetto del sensibile rialzo dei listini in Germania». Secondo i dati Eurostat, nell’ultimo decennio il prezzo del gas naturale ha segnato nell’Unione monetaria un aumento del 70,2%, quello dei rifiuti urbani del 42,8%, quello dell’acqua del 28% e quello dell’energia elettrica del 15%. Ai dati di Unioncamere il Codacons aggiunge un altro allarme, sui prezzi in genere: secondo il presidente Carlo Rienzi negli stessi dieci anni sono cresciuti dell’80%, e questo porta migliaia di famiglie a un passo dalla bancarotta. «Al tasso folle di crescita delle tariffe - dice Rienzi - si aggiungono i rincari selvaggi dei prezzi. Un boom che ha avuto il suo picco con l’introduzione dell’euro, quando si è assistito ad arrotondamenti selvaggi dei listini in tutti i settori. Nei prossimi 2 anni un gran numero di famiglie italiane sprofonderà nella fascia di povertà».
Luigi Grassia
www.lastampa.it

Maggiori entrate fiscali per effetto della dinamica dei prezzi alla pompa dei carburanti
Elaborazione dell'Ufficio studi CGIA Mestre su dati Ministero dello Sviluppo Economico. All’erario un extragettito di quasi 10 miliardi di euro
Da anni l’Ufficio Studi della Confederazione Artigiani di Mestre fa le pulci, meritoriamente, ai conti dello Stato ma non solo. A finire nel mirino degli analisti mestrini, questa volta, è stato il caro-benzina. Le sorprese non mancano. La più importante e significativa è che il famoso tesoretto, di cui tanto si è parlato, sovente anche a sproposito, è stato determinato in via esclusiva dall’aumento dei prezzi dei carburanti e, in particolare, dall’effetto “imposta su imposta”, della cui legittimità molti analisti dubitano.
(u.p.)

Venezia-Mestre - Secondo una stima della CGIA di Mestre tra il 2002 e il 2007, a fronte dell'aumento del prezzo alla pompa di benzina e gasolio, l'Erario italiano ha incassato quasi 10 miliardi di euro di maggiori entrate fiscali provenienti dall' Iva e dalle accise.

Se negli ultimi anni il caro carburante ha alleggerito i portafogli degli automobilisti e dei trasportatori italiani, per le casse dello Stato le cose sono andate diversamente. Secondo una stima effettuata dall'Ufficio studi della CGIA di Mestre tra il 2002 e il 2007, a fronte dell'aumento del costo della  benzina e del gasolio che è stato rispettivamente del  23,6% e del 34,9%, l'Erario italiano ha incassato un extragettito di quasi 10 miliardi di euro (per la precisione 9,718 miliardi) per la maggiore incidenza che ha avuto sul prezzo alla pompa sia l'iva sia le accise. Di questi 9,7 miliardi di euro, 6,970 miliardi sono riconducibili all'iva e 2,748 miliardi alle accise. Ma come si è giunti a questo risultato ? Innanzitutto, sottolineano dalla CGIA di Mestre,  si è sterilizzato l'effetto dovuto all'aumento dei consumi che si è registrato in questi ultimi 5 anni. In questa simulazione, infatti, sono stati bloccati i consumi di carburante (benzina e gasolio) registrati nel 2002 e si è ipotizzato di mantenere gli stessi per tutto il periodo analizzato. Questo per poter osservare in maniera più precisa solo l'aumento delle entrate fiscali derivanti dall'incremento dei prezzi alla pompa. Dopodiché si è analizzato mese per mese gli aumenti di prezzo e i relativi maggiori incassi fiscali annuali registrati dall'Erario italiano.  Se nel 2002 il gettito complessivo delle imposte sul carburante ha portato nelle casse dello Stato 30,102 miliardi di euro (7,579 dall'Iva più 22,523 dalle accise) nell'anno successivo il gettito complessivo è stato di 30,246 miliardi di euro. Ciò vuol dire che tra il 2002 e il 2003 l'aumento del prezzo alla pompa della benzina e del gasolio ha procurato un extragettito di 144 milioni di euro ( risultato che si ottiene facendo la sottrazione tra 30,246 miliardi di euro e 30,102 miliardi). Tale operazione è stata ripetuta per gli anni successivi avendo sempre come base di riferimento l'anno 2002. Pertanto, nel 2004, rispetto al 2002, i maggiori incassi sono stati pari a 1,024 miliardi di euro. Nel 2005 sono stati 2,422 miliardi, nel 2006 si è arrivati a 2,987 miliardi di euro ed infine, nei primi nove mesi del 2007 il fisco italiano ha incassato 3,142 miliardi di euro in più rispetto al 2002. La somma di queste differenze temporali dà il risultato finale. Ovvero, tra il 2002 e il 2007 - a fronte di un aumento medio del 23,6% del prezzo alla pompa della benzina e di un incremento del + 34,9% del gasolio  - l'incidenza dell'Iva e delle accise ha portato 9,718 miliardi di euro di extragettito.
Il ragioniere guadagna più di Napolitano. Il barbiere più di un cattedratico. Ecco i privilegi dei dipendenti di Camera e Senato

Privilegiati sì, ma a caro prezzo

Si ricredano gli scettici: "Noi in Parlamento portiamo alta professionalità. E la professionalità si paga. Rapportate a funzioni, responsabilità, qualità del lavoro e metodologia d'ingresso, le retribuzioni dei dipendenti parlamentari sono adeguate alle leggi del mercato". Silvano Sgrevi, documentarista della Camera e segretario Uil degli organi costituzionali, non ha dubbi: le paghe eccellenti delle ...
 
Braccio di ferro sul contratto

Privilegi a rischio per i dipendenti parlamentari? Sia alla Camera che al Senato si combattono in questi mesi due difficili rinnovi contrattuali. Da una parte ci sono i deputati e i senatori-questori, che gestiscono la materia per conto dei rispettivi Uffici di presidenza; dall'altra la pletora di sigle sindacali (almeno una decina) che rappresentano i dipendenti. In ballo ci sono proprio i trattamenti in vigore per retribuzioni e pensioni. ...

Fare il ragioniere alla Camera è affare certamente impegnativo. E non a caso ci vuole una laurea triennale per accedere al rango. Dall'alto di questa mansione si istruiscono le pratiche per i rimborsi elettorali dei partiti, si preparano le buste paga dei parlamentari, si cura l'amministrazione di Montecitorio. Giusto che si riceva uno stipendio adeguato alle responsabilità del mestiere. Ma fare il presidente della Repubblica, ça va sans dire, è certamente compito più delicato e importante per le sorti del Paese. E il trattamento economico, soprattutto in tempi nei quali si predica tanto la meritocrazia, dovrebbe tenerne conto. Cosa dicono invece le buste paga degli interessati? Che con i suoi 237 mila 560 euro lordi annui (rivalutati ogni 12 mesi) maturati dopo 35 anni di servizio, il ragioniere di Montecitorio guadagna quasi 20 mila euro in più del presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, il cui appannaggio, congelato ai valore del 1999 per le difficoltà dei conti pubblici, è fermo a 218 mila euro lordi l'anno. E come non restare ammirati di fronte agli stenografi del Senato? Sono 60 in tutto e compilano i resoconti dei lavori dell'aula e delle varie commissioni. Svolgono un lavoro ormai in estinzione per via delle nuove tecnologie, ma all'apice della carriera arrivano a guadagnare 253 mila 700 euro lordi l'anno. Molto di più non solo del presidente Napolitano, ma anche del capo del governo Romano Prodi che, tra indennità parlamentare (145 mila 626 euro), stipendio da premier (54 mila 710) e indennità di funzione (11 mila 622), arriva a 212 mila euro lordi l'anno. E di ministri titolati come Massimo D'Alema (Esteri), che riscuote 189 mila 847 euro, e Tommaso Padoa-Schioppa (Economia), che ogni anno incassa 203 mila 394 euro lordi (è la paga dei ministri non parlamentari). Tutti abbondantemente distanziati dallo stenografo e dal ragioniere e addirittura umiliati al cospetto dei compensi dei segretari generali di Senato e Camera, Antonio Malaschini e Ugo Zampetti, che a fine anno arriveranno a incassare rispettivamente 485 mila e 483 mila euro lordi.

Ecco le sorprese che spuntano esaminando i dati sul trattamento economico dei dipendenti di Camera e Senato. E non sono le sole: barbieri ('operatori tecnici') che possono arrivare a guadagnare oltre 133 mila euro lordi l'anno a fronte dei circa 98 mila di un magistrato d'appello con 13 anni di anzianità. E collaboratori tecnici operai che dall'alto dei loro 152 mila euro se la ridono dei professori universitari ordinari a tempo pieno inchiodati, dopo vari anni di carriera, a circa 80 mila euro lordi l'anno. Retribuzioni da favola, insomma, che non hanno uguali nell'universo del pubblico impiego e che si accompagnano a trattamenti pensionistici di assoluto favore perfettamente allineati, in tema di privilegi, ai criticatissimi vitalizi di deputati e senatori. Ma quanti sono questi fortunati dipendenti parlamentari? Quanto guadagnano esattamente? E attraverso quali meccanismi riescono ad ottenere trattamenti economici così favorevoli?

Stipendi d'oro I dipendenti di Camera e Senato (vengono assunti solo per concorso) sono in tutto 2.908, di cui 1.850 a Montecitorio e 1.058 a Palazzo Madama. I primi (dati dei bilanci 2006) costano complessivamente circa 370 milioni di euro, i secondi 198; molto di più di deputati (287) e senatori (133 milioni). Per ambedue i rami del Parlamento le voci che pesano di più nei capitoli di spesa per il personale sono gli stipendi e le pensioni. Per quanto riguarda le retribuzioni, la Camera sborsa ogni anno 210 milioni di euro a fronte dei 130 milioni del Senato. I costi delle pensioni assorbono invece 158 milioni nel bilancio di Montecitorio e 70 milioni a Palazzo Mada

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