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  Libero 05/02/2008 

COMINCIA LA BATTAGLIA                                                                                                          di Oscar Giannino
Il tempo è denaro, e con le elezioni anticipate il guadagno è assicurato. I prenditempo volevano spostarle di un anno. Ma non avevano argomenti seri. Prodi ha incardinato l'attuale legislatura su un piano combattentistico. Ha rifiutato all'inizio ogni mano tesa di dialogo istituzionale col centrodestra, malgrado avesse pareggiato i voti, e fosse appeso a un margine risibile in Senato. Ha sostenuto che col centrodestra nemico non si tratta, e che lui aveva i numeri per governare cinque anni. Ma l'invincibile armata che a suo dire comandava gli è esplosa sotto il sedere. E quando chi non conosce e pratica che la guerra la perde, è inutile che chieda condizioni. Occorre voltare pagina. E lo si può fare solo con le urne. Chiedendo ai cittadini di giudicare in maniera netta i venti mesi che abbiamo alle spalle. Dicano loro, se intendono ancora incoraggiare una prospettiva resistenziale e demonizzatrice di Berlusconi e dei suoi alleati. O se al contrario al centrosinistra serve una sveglia sonora, per fargli cambiare strada e incoraggiare Veltroni a separarsi da combattenti e reduci.

«Romano non lascerà la politica. Lui e Berlusconi gli unici innovatori di questi anni»

Rovati: «Il futuro di Prodi? Al Quirinale»

L'ex braccio destro del premier dimissionario: «Chi meglio di lui dopo Napolitano?»



 
 

 

Romano Prodi e Angelo Rovati (Ansa)
ROMA -
Da Palazzo Chigi al Quirinale, anche se in mezzo dovrà inventarsi qualcosa per far passare l'attesa, vale a dire i cinque anni che ancora mancano alla fine del settennato di Giorgio Napolitano. Romano Prodi non lascerà la politica e, anzi, potrebbe in futuro essere un nome spendibile per la più alta carica dello stato. Ne è convinto Angelo Rovati, trentennale amico del Professore e suo ex consulente a Palazzo Chigi, che in un'intervista al settimanale «A» parla dei progetti presenti e futuri del premier dimissionario.

 

AL QUIRINALE - «Non lascerà la politica e continuerà ad avere persone che si riconoscono in lui - spiega Rovati al magazine diretto da Maria Latella -. E in futuro potrebbe essere anche un buon presidente della Repubblica». Rovati non ha dubbi: «Chi meglio di lui, dopo Napolitano?» si chiede. Nel colloquio con il giornalista, l'ex consulente di Prodi ammette che dopo le elezioni del 2006 «facemmo male a non offrire al centro destra la presidenza del Senato: sarebbe stato un gesto distensivo».

 

I DUE INNOVATORI - Quindi, accosta Prodi a Berlusconi per dire che sono gli unici «innovatori degli ultimi quindici anni della nostra vita politica. Berlusconi è capace di capire e ascoltare la gente come pochi altri». «Un autentico genio», secondo Rovati, perché, dopo la mancata "spallata" di novembre al Senato, «con un paio di mosse a sorpresa ha riguadagnato la scena, il consenso, gli alleati».

 

VELTRONI E IL PD - Quanto a Veltroni, il consigliere di Prodi giudica «improvvida» la sua decisione di far correre da solo il Pd alle elezioni perché «con l`attuale legge elettorale significa partecipare e basta, mentre in politica si corre per vincere». Del resto, «quei partiti che Romano riusciva a tenere uniti non lo sono più», osserva Rovati, che si dice anche «d’accordo con chi sostiene che il centro sinistra ricorda da vicino la ex Jugoslavia». Infine, il futuro suo e di Prodi. «Certo che Romano farà campagna elettorale: per lui, ormai, la politica è una scelta di vita. Per me no: d’ora in avanti tornerò ad occuparmi delle mie aziende».

 
LA SMENTITA - Ma una nota di Palazzo Chigi sembra smentire le anticipazioni di Rovati: «Con riferimento all'intervista di Angelo Rovati al settimanale "A", anticipata oggi alle agenzie, l'ufficio stampa precisa che le affermazioni del dott. Rovati non corrispondono in alcun modo, nè al pensiero, nè ai progetti futuri del presidente del Consiglio Romano Prodi».
www.corriere.it 04 febbraio 2008

 


E se ora Berlusconi facesse un
patto elettorale con Veltroni?

 

di Mario Giordano - lunedì 04 febbraio 2008, 10:25 www.ilgiornale.it

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Ben altro respiro avrebbe una coalizione elettorale con Veltroni e con chi ci stesse, a cominciare da An. Una specie di Caw, come lo chiama Giuliano Ferrara, cioè Cavaliere più Walter, un’alleanza fra le due vere novità di questa seconda Repubblica per porre finalmente le basi del cambiamento. Molti nel centrosinistra in questi giorni tentano di accreditare l’ipotesi che il fallimento di un’intesa bipartisan, inseguita velleitariamente da Marini, sarebbe da addossare al centrodestra. «E allora perché non rilanciamo la palla in avanti? Perché non li sfidiamo a provare un accordo vero?», si chiede il Cavaliere. Alcuni dei suoi collaboratori lo guardano stupiti. E lui non si nasconde le difficoltà, i rischi, le opposizioni che il progetto potrebbe incontrare: «È un’idea un po’ folle, lo so», risponde. Tutte le idee nuove, del resto, anche le più geniali, all’inizio sembrano soltanto una follia: ma sono quelle che cambiano davvero il mondo

 

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Berlusconi ama citare Erasmo da Rotterdam e l’Utopia di Tommaso Moro. E anche il «patto per l'Italia» per il momento è solo un’utopia. Poco più di una boutade. Ma a volte dietro le boutade si nasconde l’istinto migliore. «Quanto ci vuole per mettersi d’accordo con Veltroni su quindici punti di programma?», ha chiesto il leader del centrodestra nei giorni scorsi a uno dei suoi. E di fronte alla sua faccia stupefatta, ha continuato con un sorriso: «In fondo Veltroni ha fatto il sindaco, dovrebbe conoscere i problemi concreti della gente e le soluzioni ai problemi della realtà sono solo di buon senso, non sono né di destra né di sinistra...».

 

 

Berlusconi e il rischio pareggio

di Marco Conti
ROMA (28 gennaio) - Il clima da campagna elettorale innescato dalle dichiarazioni di alcuni leader, rende oggettivamente molto più difficile il tentativo del presidente della Repubblica di metter su un governo in grado di riscrivere regole utili alla stabilità e alla governabilità del Paese, prima di andare al voto.

Questi primi giorni della settimana saranno decisivi per capire se giovedì ci sarà ancora spazio per un incarico esplorativo affidato al presidente del Senato Franco Marini o, in alternativa al ministro dell’Interno Giuliano Amato. In attesa degli incontri che domani Giorgio Napolitano avrà con Silvio Berlusconi, An e Lega, salendo oggi al Qurinale, tenteranno di chiudere tutte le strade ad ipotesi diverse dal voto, lasciando che sia solo l’Udc a ribadire la propria disponibilità a governi istituzionali, a patto però che vi partecipi anche Forza Italia.

Gli spazi di manovra del Qurinale sono ridotti, ma non è detto che il capo dello Stato, annotata la disponibilità di una larga fetta di forze politiche a discutere di riforme, non decida di provarci, lasciando che siano poi le camere a stabilire il destino della legislatura, dopo aver decretato anche quello del governo. Se così sarà, la crisi di governo rischia di durare ancora a lungo e il passaggio di testimone dal capo dello Stato al presidente incaricato farà fare un salto politico alla crisi con nuovo giro di consultazioni. Tempi lunghi e riflessioni ponderate che potrebbero concludersi con la scelta di affidare al Parlamento la decisione di stabilire se c’è spazio per trovare un’intesa sulla legge elettorale o che non resta che andare a votare a giugno. In questo modo, potrebbe non essere più Prodi a guidare il governo elettorale, ma lo stesso ”esploratore” Marini.

La fretta di Berlusconi di tornare al voto è nota e risale più o meno al giorno dopo la vittoria risicata di Prodi del 2006. Il Cavaliere, dal giorno dopo la sconfitta ha ripreso a lavorare per spuntare quella che considera una vera e propria rivincita dopo la rimonta mancata per un soffio alle ultime elezioni. Il timore che però, a pronostici invertiti, possa essere ora il Partito democratico protagonista, da solo, di una ”mission impossible”, comincia ad insinuarsi tra le fila del centrodestra. Le riflessioni non mettono in dubbio il risultato finale, ma rendono certamente la vittoria al Senato meno ampia del previsto e quindi permeabile agli assalti di coloro che nella stessa Cdl, anche di recente, hanno messo in discussione sia l’esistenza dell’alleanza, sia il leader.

La decisione dell’ex leader della Cisl Savino Pezzotta di costruire al centro una ”Cosa Bianca”, annunciata oggi con un’intervista alla Stampa, è un segnale di come potrebbe essere differente la prossima campagna elettorale. Soprattutto se con il tentativo terzopolista di Savino Pezzotta si schiererà la gerarchia ecclesiale e il popolo del ”Family day”. Senza contare che anche Di Pietro si collocherà fuori dai poli, collegandosi con le liste civiche di Beppe Grillo.

Nel Partito democratico si considera la sfida aperta, e si ragiona sulla sfida tutta proporzionale del Senato sostenendo che se Mastella porterà la Campania al centrodestra, Veltroni riporterà il Lazio al centrosinistra, lasciando il risultato del 2006 sostanzialmente invariato

www.ilmessaggero.it

Marini la missione impossibile


Ci siamo: all’ora del the, il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, ha ricevuto al Colle il presidente del Senato Franco Marini per conferirgli un incarico di governo. Meglio, un tentativo.
Dopo avere ascoltato tutte le delegazioni, quindi, al termine della pausa di riflessione (24 ore esatte), il Quirinale ha fatto la sua scelta: quella di battere la strada delle riforme.
Per questo Napolitano ha conferito a Marini, il compito di “Verificare le possibilità di trovare un consenso sulla legge elettorale”, come recita il comunicato reso noto dal segretario generale della Presidenza della Repubblica, Donato Marra.

Rumors confermati, quindi, visto che da almeno 24 ore proprio sul nome della seconda carica dello Stato tutti (politici, commentatori, giornalisti) avevano scommesso. La decisione del Capo dello Stato è arrivata dopo aver concluso il giro di consultazioni con i leader politici e i presidenti emeriti della Repubblica.

Accettando, con “viva gratitudine” l’invito del Capo dello Stato, Franco Marini ha ammesso: “So bene che si tratta di un impegno non semplice, ma gravoso; i tempi sono stretti e il mio impegno si svolgerà nei tempi più brevi possibili perché so so che nelle attese dei nostri cittadini c’è una attenzione forte alla modifica della legge elettorale”.
Le posizioni dei partiti sono infatti note: la Cdl compatta vuole andare subito al voto. Berlusconi ha ribadito la richiesta di “elezioni, lasciandole gestire a Prodi” mentre Casini, che inizialmente era propenso a sostenere un governo istituzionale, si è allineato alle posizioni degli altri alleati (da Parigi lo stesso Fini è tornato a chiedere al presidente della Repubblica di “sciogliere le Camere”). Il centrosinistra, pur tra sfumature diverse e qualche eccezione, propende invece per un governo che faccia almeno la riforma elettorale, come ha spiegato al Capo dello Stato lo stesso Veltroni.

È stato, come aveva promesso, lo stesso capo dello Stato a motivare, davanti ai giornalisti, la scelta di incaricare Marini del tentativo di far convergere i partiti sulla riforma delle legge elettorale. Legge che era a un passo dall’essere modificata, con il consenso di buona parte del Parlamento, poco prima che la maggioranza di governo entrasse in crisi. Il presidente ha sottolineato inoltre come sia stata “chiaramente espressa” negli ultimi tempi, nel modo più imparziale, presso l’opinione pubblica e da parte di “significative rappresentanze del mondo economico e della società civile” una sempre maggiore preoccupazione che, senza la riforma della legge elettorale non si possa realizzare “la necessaria stabilità politica ed efficienza istituzionale”.
Napolitano ha anche ricordato, d’altronde, che “una modifica della legge elettorale” è stata sollecitata anche “attraverso una richiesta di referendum dichiarata ammissibile dalla Corte Costituzionale”.
Per questo, il presidente della Repubblica ha spiegato di aver prospettato alle forze politiche la necessità di una soluzione della crisi che “in tempi brevi dia almeno avvio agli indispensabili processi di riforma e a credibili impegni di più costruttivo e fruttuoso dialogo tra gli opposti schieramenti: dialogo”, ha aggiunto, “da me costantemente auspicato e obiettivamente necessario qualunque sia il risultato di nuove elezioni”.
Questa soluzione, tuttavia, ha riferito Napolitano, “è stata considerata impraticabile da quelle forze politiche che hanno indicato nello scioglimento delle Camere e nella convocazione delle elezioni sulla base della legge vigente il solo sbocco della attuale crisi politica”.
Quindi, il capo dello Stato, pur confermando “attenzione e rispetto” verso tutte le posizioni, ha sottolineato che la decisione di sciogliere le Camere è sempre stata “la più impegnativa e grave affidata dalla Costituzione al presidente della Repubblica”. Tanto più questa volta, ha osservato, “a meno di due anni dalle ultime elezioni”.
“Considero perciò mio dovere riservarmi una adeguata ponderazione e valutazione conclusiva; il che non può essere da nessuna parte inteso come scelta rituale o dilatoria”, ha detto Napolitano, aggiungendo di aver chiesto quindi a Marini, “facendo appello al suo senso di responsabilità istituzionale”, di “verificare le possibilità di consenso su un preciso progetto di riforma della legge elettorale e di sostegno a un governo funzionale alla approvazione di quel progetto e alla assunzione delle decisioni più urgenti in alcuni campi”.

www.panorama.it

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Si fanno rosa le regioni rosse
 
 
 
 
 
 
Nelle simulazioni fatte per valutare l’esito di possibili consultazioni elettorali e di sistemi di voto alternativi, il risultato delle «regioni rosse» (Emilia Romagna, Toscana, Umbria, buona parte delle Marche) cambia talvolta d’intensità ma mai di segno. La maggioranza dei voti e degli eletti finisce invariabilmente nelle mani dell’Unione e del suo partito maggiore. Se si andrà alle urne, il partito di Veltroni troverà qui un importante caposaldo elettorale. Alla Camera, infatti, nel 2006 la lista unitaria dell’Ulivo (l’antesignana del nuovo Pd), ottenne in Emilia Romagna il 45% dei voti validi e in Toscana il 43%. Se i democratici decidessero di correre da soli, in queste due regioni avrebbero buone chance di battere lo schieramento di centro-destra anche al Senato.

E tuttavia le previsioni basate sui comportamenti del passato rischiano oggi di essere particolarmente inaffidabili, soprattutto per quanto riguarda gli elettori di sinistra. Perché non tengono conto delle novità emerse dopo il 2006. Da un lato trascurano la cesura rappresentata dal Partito democratico rispetto alle tradizioni politiche locali. Dall’altro sottovalutano i 618 giorni del governo Prodi.

La rilevanza di questo secondo fattore, in particolare, si ricava da una ricerca condotta dall’Istituto Demos, per conto di Confindustria Toscana. L’indagine, svolta tra l’ottobre e il dicembre del 2007, ha interessato un campione di 1200 cittadini, 400 imprenditori e oltre 200 opinion leaders toscani. Il dato che spicca maggiormente è la profonda delusione politico-istituzionale che affiora tra i cittadini. A pochi mesi dalla sua crisi, il governo Prodi riscuote la fiducia del 19% dei toscani. Un valore simile a quello che, nel 2004, veniva attribuito all’esecutivo di Berlusconi. Percentuali molto basse, in linea con il dato medio nazionale, raccolgono anche i partiti e lo stato centrale.

Si tratta di fenomeni da leggere alla luce di un trend negativo che interessa tutta l’Italia. Cionondimeno i dati toscani fanno una certa impressione. I governi locali, infatti, non risultano immuni da questa «stagione del disincanto». Solo il 38% dei cittadini esprime fiducia nel proprio Comune. Il 39% verso la Regione. I valori scendono ulteriormente, di quasi dieci punti, tra gli imprenditori. Si tratta di valori bassi. Molto bassi. Inferiori ai già esili livelli nazionali, almeno per quanto riguarda i comuni. E per di più declinanti (di ben sette punti rispetto a tre anni fa). Si aggiunga poi che il 39% degli intervistati lamenta un peggioramento della classe politica regionale e che si osserva una forte insofferenza nei confronti della pervasività e onerosità della regolazione politica, in termini di tasse, vincoli burocratici per le imprese e lottizzazione della pubblica amministrazione.

Questa disaffezione trova un chiaro riscontro nelle intenzioni di voto, specialmente di coloro che nel 2006 hanno scelto un partito dell’Unione. Solamente il 65% di questi ultimi dichiara senza esitazioni che in caso di elezioni confermerebbe un’opzione di centro-sinistra (tra gli elettori di centro-destra si raggiunge l’82%). Il 14% non andrebbe alle urne o voterebbe scheda bianca. Gli altri sono incerti, reticenti o in fuga verso l’altra coalizione.

Il distacco si manifesta principalmente tra i «ceti medi produttivi», un tempo perno della strategia delle alleanze del Pci nelle regioni rosse. Tra gli imprenditori, infatti, prevale ormai nettamente un’auto-collocazione politica di centro-destra, mentre nella più ampia galassia del lavoro autonomo si registrano notevoli defezioni verso la Cdl. Per contro il centro-sinistra è ancora oggi saldamente in testa presso tutti gli altri gruppi sociali, e in particolare tra gli occupati del settore pubblico. E tuttavia anche tra i lavoratori dipendenti vicini all’Unione circa un terzo risulta incerto sulla scelta di voto.

Questi dati - tanto più significativi perché colti in una regione «amica» - rappresentano una cartina di tornasole delle contraddizioni che hanno tormentato l’azione dell’esecutivo guidato da Prodi. Che in 20 mesi di governo non è riuscito né a premiare la sua base sociale di riferimento né a ridurre le distanze del centro-sinistra dai lavoratori autonomi.
Francesco Ramella
www.lastampa.it


 
       

  
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