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Scoperti i geni responsabili della resistenza alla chemioterapia
 

Una svolta che “potrebbe salvare migliaia di vite ogni anno”. Così gli scienziati definiscono la scoperta dei geni responsabili della resistenza ai farmaci chemioterapici in caso di tumore al seno. Una resistenza che porta per molte donne a un ritardo drammatico nella terapia, che può sfociare anche nella morte.

PREVENZIONE

Pap test o esame Dna? Dipende dall'età

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Per la diagnosi precoce dei tumori uterini l’analisi Hpv-Dna è più indicata per le donne over 35. Ma il Pap test resta valido per le più giovani di Vera MartinellaForum

NEUROLOGIA

Sclerosi multipla: nuovo farmaco

Si prenderà per bocca. Si annuncia capace di ridurre il rischio di progressione della disabilità. Lo indicano due studi pubblicati sul prestigioso New England Journal of Medicine

TIROIDE

Tiroide: il reale rischio delle pentole antiaderenti

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Una sostanza, già bandita, utilizzata nella fabbricazione del teflon, oggetto di nuovi studi. Ma il modo per proteggersi esiste già: usare le padelle come si deve Martinella
Forum tiroide

Il fumo fa venire il mal di schiena

I fumatori ne soffrono di più, anche se in misura modesta. E i giovani sono i più «vulnerabili» di M.G.Faiella

La fontana della giovinezza? Ridurre lo zucchero

Se le cellule tumorali sono «nutrite» con pochi zuccheri muoiono, quelle normali vivono di più: ecco perché mangiare poco aiuta a vivere più a lungo di Elena MeliForum

NUTRIZIONE

Bimbi allergici, a scuola una reazione grave su tre

In Italia esperimenti per la gestione delle emergenze in aula, ma manca una legislazione Meli Forum

Malaria. Gsk rende liberamente accessibili 13.500 molecole

Per la prima volta una casa farmaceutica mette a disposizione composti che potrebbero portare a cure efficaci e crea un «laboratorio aperto» che studierà farmaci per 16 malattie tropicali

DAL DENTISTA

Addio trapano, arrivano i raggi al plasma Addio trapano, arrivano i raggi al plasma

Nel giro di 3-5 anni le carie si cureranno con «lampi» di gas freddo

IL RAPPORTO

Morsi da serpenti 5,5 milioni di persone l'anno nel mondo

Fra 20 e 125 mila morti e 400 mila amputazioni. In Italia rischi minimi. Oggi sono i cacciatori la categoria più esposta

Correre fa bene al cervello. E fa andare meglio a scuola

Stimola la crescita di nuovi neuroni e crea una «sana» dipendenza, con effetti simili a quelli della cannabis


  • I medici lanciano l'allarme sulla Sanità:
    «Troppe differenze tra Nord e Sud»

    NAPOLI (2 febbraio) – Ammalarsi al sud non è come stare a male al nord. L'assistenza non è la stessa, l'accesso alle cure non è uguale. La denuncia non arriva dall'associazione di turno ma dagli stessi medici. Da Napoli dove è in corso il convegno nazionale dell'Anaao-Assomed (il maggiore sindacato dei medici dirigenti) arriva la denuncia di una sanità che marcia a due velocità creando una situazione ormai insostenibile Lo dice chiaramente il vicesegretario Anaao Costantino Troise: «C'è un incremento delle differenze tra nord e sud non solo sul piano finanziario ed organizzativo ma anche per i meccanismi di prevenzione e tutela della salute». Un dato emblematico ad esempio, sottolinea, «è rappresentato dalla accessibilità ad alcuni servizi oncologici ed i programmi di screening per tumore alla mammella che nelle regioni del sud vedono inserito solo l'11% delle donne contro l'80% del nord, mentre più in generale gli adempimenti previsti dal Piano nazionale prevenzione 2005-2007 risultano realizzati per il 65% al sud e per il 90% al nord». Insomma, avverte l'esperto, «in certe regioni pur ammalandosi di meno si muore di più».

    Non solo: oltre all'aumento delle ineguaglianze tra nord e sud, rileva Troise, «l'introduzione della devolution in Sanità fa si che il livello di servizi sanitari cui gli abitanti delle regioni povere possono accedere rischia di dipendere essenzialmente dal grado di solidarietà manifestato dagli abitanti delle regioni ricche». Un'analisi che non risparmia, inoltre, un attacco alla politica: «La qualità e la sicurezza delle cure - denuncia il rappresentante dei medici - va sempre più peggiorando al sud, dove c'è la percezione di una erosione lenta ma certa del sistema sanitario, e la convinzione dell'impossibilità di controllare la presenza capillare dei partiti e delle lobbies in tutte le fasi dell'organizzazione sanitaria e non solo nei processi di nomine». Che fare allora? «Se la strada verso la devoution regionale appare senza ritorno - afferma Troise - vanno però mantenuti a livello statale alcuni elementi fondamentali come la definizione dei livelli essenziali di assistenza ed un fondo di perequazione gestito dallo Stato». «Questo perchè, è l'appello finale dei medici dirigenti, gli stessi diritti non appaiano diversamente esigibili nelle diverse regioni».

    Turco: risorse ma anche gestione e organizzazione Risorse adeguate per il Mezzogiorno ma anche capacità di gestione e organizzazione: è quello che serve alla sanità del Sud secondo il ministro della Salute Livia Turco. «Alla certezze delle risorse, e quelle lasciate da questo governo sono ingenti, bisogna affiancare una questione essenziale che è quella degli strumenti tecnici e istituzionali di sostegno e controllo». Tre i punti «cruciali» per far sì che il Mezzogiorno possa diventare autosufficiente nella sanità: «dotare il federalismo di strumenti più efficaci di cooperazione istituzionale, il che significa rivedere il modo in cui si fanno i piani sanitari nazionali e regionali, e prevedere dei poteri sostitutivi che siano efficaci. Serve poi una cultura e degli strumenti per la valutazione dei risultati, e la recente legge sull'ammodernamento del sistema sanitario lo prevede. Il terzo punto cruciale riguarda i Lea «Bisogna avere sempre a livello nazionale - ha detto il ministro - strumenti per la valutazione dell'applicazione dei Lea; in altre parole, strumenti per tenere sotto controllo l'andamento della spesa sanitaria».

    www.ilmessaggero.it

    Organico da Guinness, due medici e due infermieri per ogni ricoverato

    «Federico II», un primario ogni tre pazienti

    Il record dell'ospedale universitario di Napoli: sono 220.

    Al Policlinico di Padova ne bastano 67...

    All'ospedale universitario della «Federico II» di Napoli, nella incessante dedizione alla sofferenza dell'umanità, hanno deciso di mettere a disposizione dei pazienti un primario ogni tre ricoverati scarsi.

    Direte: si guarisce meglio che coi dottori semplici? No, ma vuoi mettere la soddisfazione? Adagiata nella zona ospedaliera alle spalle del centro storico tra il «Cardarelli», il «Cotugno» e il «Monaldi», l'«Azienda Ospedaliera Universitaria», non godeva in verità già prima di fama cristallina. Per carità: non sono mai mancate le eccellenze, figlie della straordinaria tradizione medica partenopea. La clinica ostetrica, ad esempio, è da sempre considerata dalle campane che devono partorire molto affidabile. Ma anche se non sono mai esplosi scandali paragonabili a quelli del «Cardarelli» (come quelli dei decessi dovuti a sciatteria o della ventina di dipendenti denunciati perché si facevano timbrare il cartellino da colleghi «pianisti» e poi se ne andavano a spasso o ancora quello del centralista che anni fa lasciò la postazione senza alcuno che rispondesse al telefono finché fu sorpreso dai carabinieri sulla spiaggia di Licola) le storture sono sempre state tante.

    Basti ricordare la storia del medico e del tecnico smascherati da Striscia la notizia mentre incassavano cinquanta euro da un «paziente» per farlo passare davanti a tutti nella lista d'attesa e fargli lasciare il Policlinico con in tasca il certificato medico di una visita neurologica mai fatta. O ancora la solenne inaugurazione nel luglio scorso, alla presenza del ministro della Salute, del nuovo edificio per l'intra- moenia, cioè dedicato alle prestazioni fornite dai medici al di fuori dell'orario di lavoro usando le strutture ambulatoriali e diagnostiche dell'ospedale, che concorda le tariffe coi professionisti. Un gioiello costato sette milioni di euro che lasciò Livia Turco di sasso: «Mai vista una palazzina interamente dedicata all'intra-moenia». Peccato che, dopo l'inaugurazione, non sia mai stata aperta. E che i 90 posti letto, tutti in confortevoli stanze con tv e aria condizionata, siano sempre rimasti vuoti. Come vuoti restano in gran parte i mille letti teoricamente a disposizione della struttura ospedaliera.

    Il sito internet, che precisa come i metri quadrati a disposizione siano 440.000 (quanto la superficie del Vaticano) non spiega quanti siano i ricoverati medi giornalieri. L'ex direttore generale Carmine Marmo, rimosso il 31 dicembre alla vigilia del cenone di fine anno (forse perché «senza tessere in tasca», dicono gli amici) parla di circa 700 letti occupati al giorno. I sindacati stanno più bassi. E dicono che no, i numeri sono inferiori: cinquecento ricoverati. Se le cose stanno così, i dati messi «on line» dall'azienda (800 dirigenti medici e odontoiatri, 170 dirigenti sanitari, 1.150 infermieri più 1.280 tecnici, ausiliari e amministrativi) offrono un quadro che la dice lunga sull'organizzazione del lavoro. Fatti i conti, risulterebbero infatti quasi due medici più due infermieri (abbondanti) più quasi tre addetti vari per ogni ricoverato.

    Si dirà che poi ci sono gli ambulatori e il day-hospital e tante altre cose. Vero. Ma si tratta comunque di rapporti abissalmente lontani da quelli, per fare un esempio, del Policlinico di Padova. Ricco di eccellenze ma retto su numeri totalmente diversi. E in questo contesto cosa hanno deciso, i vertici dell'Azienda? Di andarsi a riprendere ciò ritenevano fosse stato loro sottratto. Il numero dei primari era stato ridotto da 197 a 167? Bene: la delibera ha stabilito di aggiungerne d'un colpo altri 53. Così da salire alla somma stratosferica di 220 primari. Uno ogni quattro medici. O se volete, come dicevamo, ogni tre ricoverati scarsi.

    Ma no, ma no, ha spiegato ad Alessandra Barone del Corriere del Mezzogiorno il neo direttore generale Giovanni Canfora: «L'atto aziendale è stato approvato dagli organi universitari e dall'ex manager prima del mio arrivo. Quando lo studierò e lo capirò in fondo, potrò esprimermi». Però, ha insistito, «questa è una grande struttura dove ci sono persone preparate e si offre un'ottima assistenza ospedaliera ». Ma no, ma no, «non si chiamano primari!», ha corretto il preside di Medicina, Giovanni Persico: si chiamano «responsabili di area funzionale». Di più: non fanno solo le 18 ore di attività in corsia o al capezzale dei malati. Devono anche tenere lezioni agli studenti. Quindi? Quindi lo scandalo non è poi così scandaloso. Grazie. Ma nel confronto con Padova, dove l'insegnamento di medicina sarebbe addirittura precedente alla fondazione dell'Università, la quale secondo la tradizione risale al 1222, i conti non tornano. I primari o «responsabili di area funzionale» che dir si voglia sono infatti 79. E oltre ad insegnare seguono 1.759 posti letto, occupati mediamente per oltre il 90%. Risultato: un primario ogni venti ricoverati medi. Sette volte meno che alla «Federico II». Come mai?

    Gian Antonio Stella
    www.corriere.it

    Bentornati all'inferno
    Si può cominciare come un anno fa. Dal corridoio di terapia intensiva della clinica pediatrica. L'attesa dei genitori su una panca. Il pianto lontano di un neonato. La stessa porta scorrevole che chiude la camera asettica dove i bimbi più gravi si aggrappano alla vita. E nove passi più avanti, ecco il pavimento ricoperto di mozziconi di sigaretta, i filtri aspirati fino all'ultimo tiro, le cicche gettate accese e lasciate bruciare a terra. Uomini e donne in camice bianco o azzurro si nascondono qui in qualche pausa strappata al lavoro. A volte l'odore di fumo arriva fino al reparto in cui i loro piccoli pazienti meriterebbero aria sempre pulita.

    Esattamente come un anno fa. Nove passi non sono niente in un sotterraneo senza sbocchi né finestre. E come un anno fa si può andare a contare gli escrementi sul pavimento che porta ai laboratori di immunologia e ai ricoverati di malattie infettive: dopo cinque giorni e quattro notti lo schifo è sempre lì. L'anno scorso, più o meno dalle stesse parti, le cacche dei cani randagi erano due. Ora sono quattro. Nessuno pulisce, nessuno chiama l'impresa di pulizie. Unica differenza, giorno dopo giorno, le impronte delle ruote delle lettighe e degli zoccoli degli infermieri che prima o poi ci finiscono dentro.

    Dodici mesi dopo l'inchiesta-denuncia de "L'espresso", il Policlinico Umberto I di Roma è ancora questo. Il risultato di un'infernale giostra di poteri intoccabili, di interessi personali. Soldi e carriere giocati sulla salute dei cittadini e sull'impegno di medici e infermieri che ancora credono nelle eccellenze e nell'ospedale dell'Università La Sapienza, il più grande d'Italia.

    Adesso va perfino peggio. Il 18 ottobre un neonato è morto. Una tragedia passata sotto silenzio. La mamma era arrivata al dipartimento di scienze ginecologiche con una grave sofferenza fetale. In questi casi bisogna fare immediatamente un taglio cesareo. Lei ha dovuto aspettare quattro ore. Secondo più testimoni, il letto operatorio per le emergenze di ostetricia era occupato per un intervento non di emergenza all'intestino. Questo è un ospedale in cui, su cinque dipartimenti da poco ispezionati, nessuno compila le liste d'attesa delle operazioni e dei ricoveri nei registri ufficiali. La confusione e l'uso di quaderni e bigliettini volanti aiuta i medici a mandare avanti i pazienti raccomandati da cliniche e studi privati. Così non è stato difficile convincere i genitori che le condizioni del loro piccolo fossero già gravi e che il suo destino fosse comunque segnato. E il bimbo che ha dovuto aspettare quattro ore prima di nascere dopo qualche giorno ha smesso di respirare.

    apparecchiature abbandonate
    Nessuno si aspettava in un anno la ristrutturazione di tutto l'ospedale e dei suoi decrepiti corridoi sotterranei. Ma la buona gestione dei dipartimenti, il rispetto delle norme igieniche, la separazione dei percorsi tra pazienti e rifiuti dovrebbero sempre far parte dei servizi garantiti. Invece nemmeno le tante indagini sul Policlinico aperte nel 2007, amministrative e penali, sono state un deterrente. Lo studio più promettente l'aveva avviato in Senato la Commissione parlamentare di inchiesta sull'efficacia e l'efficienza del servizio sanitario nazionale. In 12 mesi non ha prodotto nulla, se non una corposa raccolta di resoconti in cui amministratori locali, medici e professori hanno messo a verbale la loro versione del mondo. Il viaggio per raccontare cosa non è mai cambiato nel più grande ospedale d'Italia può partire proprio dai banchi dei 21 senatori di maggioranza e opposizione guidati dal presidente di Forza Italia, Antonio Tomassini.

    Il 7 novembre la commissione di inchiesta convoca il commissario per il contrasto della corruzione, Achille Serra. In ottobre gli agenti in borghese dell'Alto commissariato sono entrati nel Policlinico Umberto I. E in 16 giorni sono riusciti a vincere la diffidenza, tanto da mettere a verbale le testimonianze di alcuni medici, di infermieri e strumentisti. Sono le prime testimonianze spontanee sotto il coperchio di omertà che da anni consiglia al personale il silenzio per paura di ritorsioni professionali e fisiche. Il verbale della seduta è pubblico. Serra riassume le gravi irregolarità riscontrate in quattro dipartimenti di chirurgia e in quello di ginecologia. Ma sotto accusa, invece della gestione del Policlinico, finisce l'Alto commissariato. Le lamentele sono affidate al senatore di An, Cesare Cursi: "Vorrei ricordare a me stesso e ai presenti che le singole aziende ospedaliere e i policlinici sono di competenza regionale... Questa commissione doveva essere informata di un'indagine che, a mio parere, ha poco a che vedere con le funzioni di prevenzione e contrasto della corruzione e di altre forme d'illecito". Insomma, gli agenti anticorruzione non dovevano ficcare il naso nelle storie del Policlinico perché, tra l'altro, già lo stava facendo la commissione di inchiesta del Senato. E le pesanti testimonianze raccolte dall'Alto commissariato che nessuno altrimenti avrebbe conosciuto?
    (03 gennaio 2008)

    Parla Ovidio Brignoli, vicepresidente della Società di Medicina Generale. Perché non decollano i farmaci genericiIn Italia si consumano dieci volte meno che nel resto dell'Europa. Occorre più sensibilizzazione, a partire dai medici di famiglia.
    MILANO
    - In Italia, a cinque anni dalla loro introduzione, il consumo dei farmaci generici è di circa dieci volte inferiore alla media europea. Il nome “generico” ha creato nell’opinione pubblica l’idea che si tratti di un farmaco con qualità inferiori a quelle dell’originale. Il fatto poi che questi farmaci costino meno induce molte persone a pensare che si tratti di un tentativo di combinare affari a danno dei pazienti.
    Non è così; alla radice di queste false convinzioni c’è in realtà disinformazione. Per capire il valore reale di questi farmaci occorre infatti prima di tutto conoscere la loro origine.
    Quando un’industria farmaceutica scopre una nuova molecola, deposita uno o più brevetti presso le autorità competenti. In Italia il principio del brevetto farmaceutico ha una durata di 15 anni. In questo periodo di tempo, la ditta che ha brevettato il farmaco mantiene l’esclusività nella commercializzazione. Dopo la scadenza del brevetto qualunque industria farmaceutica può fabbricare e vendere farmaci basati su questa stessa molecola: sono questi, appunto, i generici. Questi farmaci però devono rispondere agli stessi criteri di qualità, efficacia e sicurezza del farmaco originale: devono avere la sua stessa composizione qualitativa e quantitativa, la stessa forma farmaceutica e devono rispondere a un principio di “bio-equivalenza” con il farmaco di cui sono copia.
    Il prezzo inferiore del generico rispetto all’originale è dovuto al fatto che l’industria che lo produce, non avendo dovuto affrontare i costi della ricerca, ha spese molto più basse. Ma proprio per il loro prezzo inferiore i farmaci generici producono un risparmio che potrà, in buona parte, essere riconvertito in un vantaggio economico per lo Stato, perché potrà garantire un maggior accesso alle cure. Quindi il farmaco generico costituisce la fase finale del ciclo di vita di una molecola e deve essere utilizzato a pieno per una corretta gestione della spesa farmaceutica.

    Nei Paesi in cui la cultura dei generici è consolidata – per esempio in Germania, dove esistono da 30 anni – questi farmaci vengono prescritti quale prima scelta nelle patologie croniche e tumorali. È vero che nel nostro Paese i farmaci anticancro raramente – salvo pochi casi, come ad esempio il tamoxifen per le pazienti operate di tumore al seno – passano attraverso la farmacia: vengono infatti acquistati direttamente dagli ospedali.
    Per il paziente oncologico il problema dei generici si pone dunque per lo più per le terapie complementari o di supporto alla chemioterapia. Quindi il riferimento principale è quello del medico di famiglia che, nel nostro Paese, è il titolare della prescrizione dei farmaci.

    «Indubbiamente alcuni medici di famiglia mantengono ancora una certa reticenza a prescrivere i farmaci generici», spiega il dottor
    Ovidio Brignoli, vicepresidente della Società Italiana di Medicina Generale: «è un atteggiamento nato al momento della loro introduzione sul mercato, quando alcuni prodotti avevano effettivamente dei problemi; pensiamo al caso più noto della nimesulide, la versione “non di marca” del diffusissimo Aulin. Si è trattato comunque di episodi isolati e superati, perché oggi il generico ha tutte le caratteristiche di efficacia dell’originario. E ha fatto bene quindi l’AIFA (l’Agenzia italiana per il farmaco, ndr) a cambiarne la denominazione da generico - che può essere inteso come “poco specifico” e quasi “di serie B” - a equivalente. C’è da sperare che il cambio di nome corrisponda a una volontà di fare maggiore cultura sull’argomento. Ciò che manca infatti ai medici di famiglia è l’informazione e la sensibilizzazione. Il medico di famiglia dovrebbe essere il primo destinatario delle nuove conoscenze sui farmaci».
    «Oggi il vero ostacolo alla prescrizione degli equivalenti sta nel rapporto farmaco-medico-paziente - continua Brignoli-: in questa complessa relazione il farmaco è lo strumento concreto per misurare la fiducia del malato nei confronti di chi lo cura. Se in questo meccanismo si intromette un fattore esterno il medico non lo accetta di buon grado. Non è corretto che l’assistito venga a conoscenza dell’esistenza di un farmaco equivalente da parte del farmacista, dei giornali o dei conoscenti».
    Donata Francese
    www.corriere.it
    10 gennaio 2008


  • Chirurgia plastica: è di moda ripensarci, suggeriscono gli esperti

«Prima di fare un intervento bisognerebbe pensarci molto bene»

Chirurgia plastica: è di moda ripensarci

Ondata di «pentimenti» e di tentativi di correzione: dai Vip alle persone comuni

LONDRA - Fino a ieri cercavano di allontanare i segni del tempo rifacendosi il naso o gonfiando il proprio seno. Oggi invece, star e personaggi famosi tornano sempre più spesso sui loro passi e considerano «fashion» ritrovare le «antiche sembianze»: sono ormai tanti i vip che ricorrono alla «undo-plasty» (letteralmente «demolizione delle plastiche precedenti»), chirurgia che promette a chi è rimasto insoddisfatto di un'operazione estetica o di un lifting di recuperare l'aspetto originario

L'attrice Katie Price «dopo e prima» (da Internet)
VIP -
I vip che ci ripensano sono tanti: la show-girl e modella inglese Katie Price, meglio conosciuta come Jordan, prima dello scorso Natale si è regalato una riduzione del seno e uno sgonfiamento delle labbra ritrovando le antiche forme che le avevano dato il successo. Anche Courtey Love, cantante e attrice americana, famosa per essere stata la moglie di Kurt Cobain, ha ridotto la grandezza delle sue labbra e ha confessato senza peli sulla lingua sul suo blog: «Rivolevo solo le labbra che Dio mi aveva dato». Molto probabilmente tra i personaggi famosi che ci hanno ripensato, forse troppo tardi, vi è Michael Jackson che ha letteralmente distrutto il suo volto a causa delle numerose plastiche facciali

GENTE COMUNE - Ma anche tanta gente comune torna sui propri passi. Secondo un sondaggio condotto dalla British Association of Aesthetic Plastic Surgeons (Associazione britannica dei chirurghi estetici) ben il 33% dei chirurghi plastici conferma di aver fatto lavori di riparazione su persone insoddisfatte da precedenti interventi estetici. Julian Rowe-Jones, chirurga rinoplastica afferma che più di un terzo delle procedure che ha portato a termine l'anno scorso riguardava gente che voleva correggere operazioni passate: «Ho avuto tanti pazienti che sono venuti da me dicendomi che erano pentiti di quello che avevano fatto» commenta amaramente la dottoressa al quotidiano inglese Guardian. Secondo un'inchiesta della stazione televisiva statunitense Abc ogni anno sono 16 milioni le americane che restano deluse dalle operazioni estetiche a cui si sottopongono e vorrebbero tornare indietro. Tra queste c'è anche l'attrice hot Jenna Jameson, che recentemente ha deciso di rimuovere un impianto dal suo seno e ha commentato: «Così sono stupenda. Io non ho bisogno di niente».

DISILLUSIONE DEI PAZIENTI - Gli specialisti suggeriscono che il fenomeno della «undo-plasty» nasce dalla disillusione dei pazienti, che pensano di poter cambiare la loro vita con un intervento estetico. A ciò inoltre si somma il fatto che molti dei risultati di queste operazioni non sono brillanti. Naresh Joshi, specialista in interventi alle palpebre, conferma che il 15% del suo lavoro è correggere errori di passate operazioni: «Purtroppo le persone non sono molto pratiche di operazioni estetiche. Quello che dovrebbero sapere è che un intervento di correzione è molto più difficile di una prima operazione. Il miglior consiglio è che è meglio evitare se non si è convinti»

Francesco Tortora
www.corriere.it

25 gennaio 2008
TECNOLOGIA & SCIENZA

E' la tesi di due ricercatori della prestigiosa università americana
di Cambridge, nel Massachusetts. "Investire in queste ricerche"

Diabete, un legame inaspettato
con i veleni inquinanti delle città

di CRISTINA NADOTTI


<B>Diabete, un legame inaspettato<br>con i veleni inquinanti delle città </B>
ROMA - C'è un legame tra il diabete di tipo 2, quello che riguarda l'età adulta e la vecchiaia, e l'esposizione prolungata a composti organici velenosi. Sull'ultimo numero della rivista medica Lancet, due ricercatori della prestigiosa università americana di Cambridge, nel Massachusetts, sottolineano la necessità di investire di più negli studi su una possibile relazione tra i Pop, cioè gli inquinanti organici persistenti (per intenderci, quelli che si liberano anche dall'incenerimento di rifiuti e si insidiano negli organi degli esseri viventi) e la comparsa del diabete.

Oliver Jones e Julian Griffin citano numerose ricerche sul diabete di tipo 2 nelle quali ai pazienti affetti dalla patologia, o a notevole rischio di contrarla, sono stati riscontrati alti livelli di inquinanti organici resistenti nel sangue. In particolare, sono state trovate tracce più consistenti di organoclorine, presenti in numerosi insetticidi e già note per la loro azione cancerogena, e dei loro composti.

"Quello che deve essere indagato con più attenzione - sottolinea Oliver Jones su Lancet - è se quella che è stata osservata al momento come una correlazione, cioè essere diabetico e avere alti livelli di Pop nel sangue, una volta studiata possa essere stabilita come un rapporto di causa effetto. Se così fosse, le implicazioni potrebbero essere enormi. Dobbiamo però richiamare l'attenzione della comunità scientifica, perché abbiamo alcuni segnali ma informazioni molto limitate. Le ricerche sul diabete, in generale, si concentrano molto di più sui fattori genetici e sull'obesità e in pratica non sono mai stati considerati i fattori ambientali nello sviluppo della malattia".

In tutto il mondo si stima che ci siano oltre 264 milioni di diabetici e la malattia è una di quelle a maggiore crescita nelle società industrializzate e l'Organizzazione mondiale della Sanità ha parlato di "epidemia mondiale di diabete". Negli Stati Uniti, una della nazioni più colpite dove il diabete è la settima causa di morte, ogni anno le spese sanitarie connesse al diabete ammontano a 174 miliardi di dollari, una cifra che è cresciuta del 32 per cento dal 2002 a oggi. La situazione non è diversa in Italia , dove i numeri registrati presso i centri di diabetologia registrano un incremento medio annuo di diabete di tipo 2 fra il 7 e il 10 per cento a seconda delle diverse zone e uhn totale di ammalati di circa 3 milioni. L'incremento non riguarda solo il diabete che colpisce in età adulta e la cui principale causa è indicata nell'obesità, si registra un incremento, in questo caso dell'1 per cento, anche del diabete di tipo 1 o giovanile. La Sardegna è la regione italiana che ha un'incidenza e una prevalenza di diabete giovanile tra le più alte del mondo, in Europa seconda soltanto alla Finlandia. In Sardegna l'incidenza del diabete di tipo 1, cioè quello insulinodipendente, nella fascia di età tra 0 e 14 anni è di 34 casi per 100.000 anno.


di Cristina Nadotti

www.repubblica.it(27 gennaio 2008)

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