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Questioni di stile

L'ultima trasgressione nella scelta del colore

Si è sposata in bianco, la ragazza che ha fatto della trasgressione il suo stile di vita. Carlà nota per avere il lato B più bello del mondo, per intenderci il fondo schiena. Carlà nota per cantare e praticare la festosa molteplicità degli amori. Carlà che si fidanza con un papà ma poi scappa con il figlio. Carlà chiamata dalle sue rivali: rubamariti, sfascia famiglie e terminator. Carlà, musa e cantora della rive gauche, si è sposata in bianco. Trasgressiva fino alla fine. Nessuna signorina con un passato sfavillante di amori come i fuochi d'artificio di fine millennio avrebbe osato tanto. Ma lei Carlà può tutto poiché si suppone sia una delle uniche donne che non ha detto: «sposami». Ma si è trovata di fronte il gigante conservatore della destra che le ha detto implorante: «per favore sposami». Poiché notoriamente tutti gli uomini rifuggono dal vincolo questa differenza è talmente sostanziale che Carlà poteva osare tutto: anche sposarsi in bianco con i suoi ex amori vestiti da paggetti dietro. Sicuramente i due si amano da pazzi: cosa c'è di più bello per due egocentrici di un'avventura di cui parla il mondo? A lei piace farsi amare, lui, dopo l'abbandono di Cecilia, aveva un bisogno pubblico e privato di essere amato. Il loro «per sempre» può durare anche un attimo ma è quell'attimo mediatico che lo ha riabilitato. Lei in una canzone lo chiama «la mia droga» solleticando i francesi che dai loro capi di Stato esigono anche il successo femminile. Forse è tutto combinato: serve all'immagine del presidente. Però quella gaffe dell'abito bianco a noi dispiace, ma piace perché azzera ogni moralità e assolve i peccati d'amore. Questo «per sempre», considerata la ragazza, può durare un attimo. Però che attimo.

Lina Sotis
www.corriere.it 03 febbraio 2008


IL PERSONAGGIO. Il Guardian rivela le intenzioni
dell'ex premier britannico: ma devono darmi poteri adeguati

"Sarò il presidente d'Europa"
ecco il piano di Tony Blair


<B>"Sarò il presidente d'Europa"<br>ecco il piano di Tony Blair</B>

L'ex premier britannico Tony Blair

LONDRA - Sette mesi dopo le sue dimissioni da Downing street, Tony Blair sta pensando seriamente a diventare presidente dell'Unione Europea, il nuovo incarico previsto dal Trattato d'Unione firmato l'anno scorso a Lisbona dai leader dei 27 paesi della Ue.
A rivelare le intenzione di Blair è il Guardian, con un lungo servizio di prima pagina il cui contenuto è riassunto dal titolo: "Farò il presidente d'Europa se mi date abbastanza potere".

L'ex-primo ministro britannico non lo ha dichiarato pubblicamente, ma è quello che, secondo le indiscrezioni raccolte dal quotidiano londinese, sta dicendo in questi giorni a consiglieri, alleati e sostenitori in vista di una sua possibile candidatura ufficiale all'incarico. Blair avrebbe confidato ai più stretti collaboratori che non ha ancora preso una decisione definitiva, ma che è sempre più favorevole ad accettare l'incarico se ci sarà la garanzia di avere poteri reali, in particolare riguardo a questioni di affari internazionali, difesa e commercio.

L'ex leader laburista, sempre secondo le fonti consultate dal Guardian, riconosce che, se diventasse presidente della Ue, dovrebbe rinunciare ai ben pagati lavori di consulente per banche e società private, e allo stipendio da almeno 10 milioni di euro l'anno che gli procurano. E sua moglie Cherie, di cui si dice che sia ancora più interessata del marito ai soldi, lo sosterrebbe nell'ipotesi di una candidatura a presidente d'Europa, aggiunge il giornale.

Al posto di presidente della Ue, naturalmente, non ci si candida, ma si viene candidati o meglio nominati, in una battaglia diplomatica dietro le quinte. Non è chiaro se Blair la vincerebbe. Nicolas Sarkozy è il suo grande elettore, e lo ha detto esplicitamente di recente (non a caso, nota in un articolo sull'argomento il Times, Blair ha migliorato molto il suo francese, tanto da avere dato un'intervista alla radio francese senza bisogno di interpreti, impresa senza precedenti per un leader o lex-leader britannico).


Ma ci sono anche vari oppositori. Angela Merkel sembra pensare che un laburista alla presidenza d'Europa sarebbe un vantaggio per i socialdemocratici tedeschi. Gordon Brown sarebbe contrario, secondo la stampa inglese, a vedere il suo ex-rivale all'interno del Labour in un ruolo politico di primo piano, mentre lui perde terreno nei sondaggi e governa tra crescenti difficoltà. Gli oppositori della guerra in Iraq si oppongono anche all'idea che uno dei leader che più l'hanno voluta sia premiato con un incarico di grande prestigio. I paesi più europeisti si domandano se possa diventare presidente della Ue un uomo politico di un paese che non appartiene né all'eurozona né al trattato di libera circolazione di Schengen.

In ogni caso la questione sarà decisa dopo che i 27 membri della Ue avranno ratificato il Trattato d'Unione, dunque solo nella seconda metà del 2008.
Enrico Franceschini
www.repubblica.it


(3 febbraio 2008)

 

 
 
 
 

Iraq, si aggrava il bilancio delle stragi con kamikaze down: 98 morti


esplosione nel quartiere Karradah di Baghdad, foto Ap
E' salito a 98 morti e 208 feriti il bilancio degli attentati kamikaze commessi ieri in due mercati di Baghdad da due donne disabili. Lo hanno reso noto responsabili della sicurezza iracheni.

Due donne con sindrome di Down usate per seminare morte, strumenti inconsapevoli di una tremenda strage. Una carneficina di quelle che Baghdad sembrava aver dimenticato: un bilancio che nella capitale irachena non si registrava dallo scorso agosto.

La verità è emersa col passare delle ore e il ritrovamento delle teste di morti del duplice attentato. Sono stati due infatti gli attentati suicidi, quasi in contemporanea in due mercati di animali tra i più affollati del venerdì. Prima si è scoperto che erano due donne le responsabili, sotto le vesti nascondevano esplosivo. Poi ad un esame più accorto si è capito che si trattava di due ragazze affette da sindrome di Down. Non in grado di azionare il detonatore da sole, ha spiegato il portavoce dell'esercito iracheno, tanto che le ha fatte saltare in aria qualcuno con un innesco a distanza. Una prima della strage vendeva gelati, l'altra affermava di avere con sé degli uccelli; entrambe sono descritte da testimoni sopravvissuti come «non normali». Unica pista: quella dei terroristi sunniti legati alla cellula irachena di Al Qaida.

Il duplice attentato è stato compiuto in mattinata, in due mercati dove si vendono animali. Affollati più del solido, complice la giornata di sole, festiva. La prima esplosione alle 10,20 nel mercato di al-Ghazl, nel centro della città: 46 morti, almeno 100 feriti. Venti minuti dopo, i terroristi hanno colpito in un quartiere sciita, tra le bancarelle che vendono uccellini: 27 morti, 63 feriti. Ordigni nascosti in una gabbia, come già avvenuto ad al Ghazl, è stata la prima ipotesi.

Dura condanna della Commissione Ue degli attentati a Baghdad. Ad esprimerla a nome dell'esecutivo è la commissaria Ue alle relazioni esterne Benita Ferrero-Waldner. «Siamo tutti ben consapevoli delle difficoltà che l'Iraq e il suo popolo stanno affrontando per costruire una democrazia stabile e duratura nel paese, continuare il processo di riconciliazione e mantenere l'unità nazionale», afferma Ferrero-Waldner, in una nota diffusa a Bruxelles. «La Commissione continuerà ad assistere l'Iraq in questo processo molto difficile».

www.unitaonline.it


UNO STUDIO BRITANNICO RIACCENDE LE POLEMICHE
"In Iraq un milione di vittime civili"
Una bimba irachena

Cifre fantasiose, secondo gli Usa e il governo iracheno, che ne contano centomila. Suicidi record fra le truppe americane

Il bollettino di oggi è «leggero»: cinque passanti morti a Baghdad per un'autobomba, un operaio rimasto vittima a Bassora di una controffensiva britannica che rispondeva a un attacco con i razzi. Una giornata eccezionalmente tranquilla per l'Iraq dove, dalla caduta di Saddam Hussein, le vittime civili irachene avrebbero superato il milione. La cifra, 1.033.000 per l'esattezza, sta facendo assia discutere ed è destinata ad alimentare una polemica infinita. Perché l'esatto ammontare dei caduti civili è tema costante di confronto e di scontro, ma varia a seconda dei criteri, del periodo e delle fonti. Con una sola certezza: il quotidiano stillicidio di attentati, incidenti, danni collaterali ormai talmente consueto da non meritare nemmeno più gli onori delle cronache.

La nuova, clamorosa stima è frutto di uno studio condotto dall’istituto britannico Opinion Research Business (ORB) e dalla controparte irachena Independent Institute for Administration and Civil Society Studies (IIACSS). Il periodo preso in esame va dall’invasione delle forze della coalizione a guida Usa nel marzo 2003 all'agosto 2007 e la ricerca è stata condotta secondo metodi statistici, intervistando a campione 2.414 adulti iracheni. Di questi il 20 per cento ha avuto almeno un congiunto ucciso. Basandosi sull'ultimo censimento della popolazione irachena, datato 1997, si è calcolato, con un range di 1,7% che siano morte fra 946 258 e 1,12 milioni di persone.

Gli intervistatori hanno escluso dalla loro indagine le due province irachene più turbolente, quella di Kerbala (sciita) e di Anbar (sunnita), e la provincia curda settentrionale di Erbil, dove le autorità locali hanno rifiutato il permesso.

Una cifra enorme, che ha subito suscitato le proteste e l'incredulità congiunta degli Usa e del governo iracheno. Peraltro, sommando i dati raccolti nel tempo, non si arriva a conclusioni radicalmente diverse. Nel 2004 la rivista Lancet parlava di 100 mila vittime. Diventate 601.027 nell’ottobre 2006, secondo la scuola medica Bloomberg della John Hopkins University statunitense.

Del tutto diversi al ribasso sono i dati raccolti, ma solo a partire dal 2005, una volta completata la sua riorganizzazione dopo la caduta del regime di Saddam Hussein, dal ministero degli Interni irachen. Si parla di 25 mila vittime nel 2005, 30 mila nel 2006 e 15 mila nel 2007.

Decisamente più contenuto ma impressionante e ugualmente «ballerino» è il conto dei giornalisti che hanno perso la vita per raccontare il dramma iracheno. Sarebbero 146 in tutto, di cui 104 iracheni, 13 europei e 2 americani, a cui vanno aggiunti 49 tecnici audio e video, secondo la stima più benevola del Committee toProtect Journalists di New York. Fonti irachene ne contano invece 229, oltre a 62 sequestrati e, nella maggior parte dei casi, svaniti nel nulla.

Dall'altra parte della barricata c'è poi la conta dei morti americani. Ai soldati caduti per fuoco nemico o amico che sono ormai oltre 3.900, più delle vittime dell11 settembre, si aggiungono i suicidi che nel 2007, stando a uno studio pubblicato oggi dal Washington Post, sono stati 121, quasi il 20% in più rispetto al 2006.
Carla Reschia
www.lastampa.it



IRAN: Stelle-distintivi da indossare sugli abiti nel prestigioso ateneo Amir Kabir

Teheran, studenti ribelli «marchiati» Nell'università dove il presidente fondamentalista Ahmadinejad è stato contestato pubblicamente per la prima volta dalla sua nomina 

Un «rating» di inaffidabilità, come quello delle agenzie Moody e Standard & Poor per il debito internazionale. Stelle-distintivi da indossare sugli abiti, come quelle che i nazisti imponevano agli ebrei. Il tutto in un luogo che ben poco ha in comune con Wall Street e le comunità ebraiche ai tempi di Hitler. Le stelle (il loro numero significa un voto negativo, da uno a tre) sono imposte agli studenti «ribelli» della prestigiosa università Amir Kabir di Teheran. Una scuola d'élite, versione iraniana della London School of Economics e della californiana Berkley, fucina dei leader della rivoluzione islamica che rovesciò lo Shah nel 1979.

La settimana scorsa è stato qui che per la prima volta dalla sua nomina, nel giugno 2005, il presidente fondamentalista Mahmoud Ahmadinejad è stato contestato pubblicamente. Una sessantina di studenti l'ha accolto bruciandone i ritratti, gridando «morte al tiranno» e «fascista», mostrando cartelli che chiedevano libertà — qualcuno gli ha tirato anche una scarpa — prima di essere zittiti e fermati, perfino con una granata. Ricercati da varie bande filogovernative (anche se il presidente in persona avrebbe ordinato di non arrestare nessuno), almeno quattro degli studenti filmati durante la protesta ora vivono nascosti. «I miliziani hanno promesso a uno di loro di "tirar fuori suo padre dalla tomba", un'antica minaccia persiana. È in pericolo», ha detto un amico.

Erano state proprio quelle stelle a far incendiare la protesta: ultima, simbolica (ma non solo) decisione del nuovo rettore- Ayatollah imposto dal governo nell'università ribelle, dopo il divieto di ogni riunione tra studenti (anche non politica), la distruzione di loro sedi, l'allontanamento dei professori «filoccidentali», il giro di vite sull'abbigliamento delle ragazze. Le stelle, introdotte recentemente, vanno indossate dagli studenti sospettati di minacciare l'ordine. «Chi ne ha ricevuta una ha dovuto firmare una lettera prima di essere ammesso, impegnandosi a non partecipare a nessuna attività politica — racconta Ali Nikou Nesbati, uno dei contestatori dell'11 dicembre — Con due stelle, l'iscrizione viene ritardata e si devono firmare documenti ancora più duri, con tre non ci si può nemmeno iscrivere». In tutto, i «marchiati» sono una settantina, che ora ostentano i distintivi come se fossero onorificenze e ne sottolineano l'analogia con le stelle dei nazisti. Un regime e un periodo storico di cui si è parlato tanto nei scorsi giorni a Teheran, per l'incredibile e controversa conferenza negazionista dell'Olocausto, voluta proprio da Ahmadinejad.

Non è quindi un caso che tra i cartelli anti- presidente comparsi all'università quell' 11 dicembre ce ne fosse uno che diceva «le stelle si vedono quando fa buio». Né è un caso che nel suo discorso Ahmadinejad ne abbia fatto menzione. «Ha scherzato, ha detto che voleva emettere un decreto presidenziale per obbligare tutti i ragazzi con tre stelle a diventare sergenti dell'esercito. Ma questo ha fatto davvero infuriare gli studenti», rivela Babak Zamanian, portavoce del comitato studentesco islamico.

Ahmadinejad avrà anche scherzato e bloccato (per ora) gli arresti dei contestatori, ma nessuno nel campus di Amir Kabir pensa che la calma durerà a lungo. «Le autorità reagiranno ancor peggio che in passato — dice Armin Salmasi, uno dei leader del movimento, pensando alla rivolta universitaria del 1999, la più cruenta, e a quelle minori degli ultimi anni — Siamo già sotto continua sorveglianza. Presto dovremo entrare in clandestinità: com'era prima della rivoluzione».


Mai trovato l'assassino. La pista dei servizi segreti

Una croce sul fiume riapre il giallo dell'amante di Jfk

Mary fu uccisa un anno dopo Kennedy. Le voci su un diario segreto ispirarono le teorie sul complotto

 

Mary conobbe John Kennedy nel 1954
WASHINGTON
— Una croce di legno bianca misteriosamente riapparsa sul sentiero tra il fiume Potomac e il canale di Georgetown, lungo cui i washingtoniani fanno quotidianamente jogging, è al centro di un nuovo giallo sui Kennedy. Alla croce è affissa una cartolina rossa con l'Aquila americana, che contiene all'interno la fotografia di una donna e due scritte: «Mary Pinchot Meyer, 1920 — 1964» e «Ciliegie nella neve ». S'ignora chi ve l'abbia piantata e la Guardia forestale, che in passato asportò più volte identiche croci dallo stesso posto (le insegne private sono vietate nei parchi pubblici) indaga per scoprirlo. Ma l'America si chiede se quest'ultima croce non celi un messaggio, se qualcuno non stia per svelare chi e perché uccise Mary Pinchot Meyer.

La donna, ex moglie di Cord Meyer (direttore dell'Ufficio disinformazioni della Cia) e amante di John Kennedy, venne assassinata su quel punto del sentiero un anno dopo l'omicidio del presidente, e due anni dopo il suicidio, vero o presunto, di un'altra amante di lui, Marilyn Monroe. Ma non si trovò mai l'assassino, né si appurarono i suoi moventi.

A suo tempo, la tragedia venne ricostruita nei particolari. Mary, una pittrice di successo, lasciò il suo studio nel primo pomeriggio del 12 ottobre del '64 per fare jogging come al solito, risalendo il fiume. Un tenente dell'aeronautica, William Mitchell, che procedeva in senso contrario, la vide passare seguita da un uomo a una distanza di circa 200 metri. Poco più tardi, Henry Wiggins, un meccanico che lavorava a un'auto in panne sulla strada sopra il canale, sentì grida d'aiuto e due colpi di pistola. Gettò uno sguardo sul sentiero, vide una donna sanguinante a terra, sovrastata da un uomo, e corse al più vicino distributore di benzina. La polizia giunse subito e arrestò un giovane nero, Raymond Crump, mentre usciva dal fiume grondante d'acqua. Ma al processo, Crump, che si dichiarò innocente, fu assolto per insufficienza di prove.

Ben Bradlee, il futuro direttore del Washington Post, che avrebbe denunciato lo scandalo Watergate nel '72, era il cognato di Mary, ne aveva sposato la sorella Tony. Nel suo libro di memorie ha raccontato che quella notte ricevette due telefonate «che conferirono al delitto una nuova dimensione». La prima, del tutto inaspettata, da Parigi, fu di Pierre Salinger, l'ex portavoce del presidente Kennedy. La seconda, invece attesa, da Tokio, fu di Anne Truitt, una scultrice, la migliore amica della Meyer. La Truitt gli chiese di recarsi d'urgenza a casa di Mary per recuperare «un importante diario». Scossi, Ben e Tony Bradlee lo fecero la mattina successiva, e vi incontrarono con loro sorpresa James Angleton, il direttore del controspionaggio della Cia: i tre rinvennero il diario, lo lessero, si resero conto del rapporto segreto tra Mary e John Kennedy, ne giudicarono il contenuto delicato, e dopo qualche tempo lo distrussero.

La tragica scomparsa di Mary Pinchot Meyer generò teorie opposte: chi sostenne che fu uccisa perché in possesso di informazioni sull'assassinio Kennedy, indizi di un complotto della Cia; e chi affermò che la scoperta della tresca avrebbe danneggiato il clan Kennedy. Anni più tardi, alla pubblicazione delle memorie di Timothy Leary, il guru psichedelico, emerse una terza tesi: che Mary fosse stata assassinata per questioni di droga. «Mary — riferì Leary — mi telefonò poche ore dopo la morte di John Kennedy piangendo: "Aveva appreso troppe cose, non riuscivano più a controllarlo. Sono spaventata"». A oltre quarant'anni di distanza, l'America vorrebbe sapere la verità. Ma non sono molte le probabilità che quella croce bianca sul sentiero lungo il fiume sia il preannuncio che la verità sta per emergere. Semmai, il mistero s'infittisce.
Ennio Caretto
www,corriere.it
31 gennaio 2008

Ciao maschio, non servi più

 

di Erica Orsini

 

 

 

 

 

 

 

Il fatto di poter trasformare le cellule del midollo osseo femminile in sperma – promette la squadra di ricercatori guidata dal biologo Karim Nayernia – sarà utilissimo per combattere l’infertilità. Potrebbe anche essere usato però per permettere alle coppie omosessuali, sia femminili sia maschili, di avere dei figli nati dal proprio Dna. Fantascienza? Nayernia assicura di no ed è sicuro di poter «creare nel giro di un paio d’anni sperma “femminile” nei primissimi stadi cellulari». Per ottenere cellule spermatiche mature, in grado di fecondare un ovulo, dovrebbero essere necessari ancora tre anni. E vivaddio, avranno pensato gli uomini, su con il morale che ci rimane ancora un po’ di tempo per essere indispensabili. Almeno alla procreazione. Non è che la ricerca di Newcastle la metta giù meno dura per il gentilsesso. Se quanto delineato da Nayernia si rivelasse vero, il prossimo passo sarebbe quello di ottenere ovuli femminili dal midollo osseo maschile.

 

 

 

Quanto rende il dolore in tv. Per il dramma di Maddie offerto un milione di dollari

 

di Erica Orsini
 
 
                
 
 
 
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da Londra


Maddie, scatta la competizione tra media americani e inglesi per accaparrarsi l’esclusiva sulla storia della bimba britannica scomparsa in Portogallo nel maggio scorso. Dopo la tragedia della sua sparizione, dopo l’incriminazione dei due genitori da parte della polizia portoghese, ieri i principali quotidiani britannici hanno riportato la notizia che i genitori della bimba sarebbero già in trattativa per realizzare un documentario sul caso di Maddie oltre a essere stati già contattati dalle primedonne di show televisivi seguitissimi come Oprah Winfrey e Barbara Walters.
La prima, ieri, quando la notizia è uscita sulla Bbc ha immediatamente smentito, ma nella stessa giornata il portavoce della famiglia McCann ha confermato che Gerry e Kate sono in contatto con alcuni broadcaster interessati alla produzione di un filmato che ha come soggetto il traffico di bambini in Europa.
Secondo il Times i signori McCann avrebbero richiesto in cambio una «donazione» da destinare a «Find Madeleine», il fondo costituito dalla coppia per ritrovare la figlia, di circa un milione e mezzo di dollari, una delle cifre più alte mai pagate per simili esclusive, che però è stata smentita dal rappresentante della famiglia Clarence Mitchell. È invece però stato confermato che i McCann sarebbero stati costretti a considerare la possibilità di rilasciare interviste e autorizzare i documentari sul loro caso perché i finanziamenti di un milione e 200mila sterline depositati nelle casse della fondazione probabilmente si esauriranno entro giugno. Soltanto Metodo 3, l’agenzia investigativa assunta dalla famiglia di Maddie per cercare di ritrovare autonomamente la figlia, costa 50mila sterline al mese.
Il fondo era già stato rimpolpato nel novembre scorso, quando la compagnia di produzione del programma d’inchiesta britannico «Panorama» aveva pagato ai McCann 10mila sterline per poter mandare in onda delle vecchie riprese sulla coppia, fatte da Jon Corner, un amico di famiglia, mentre loro ancora si trovavano in Portogallo. È stato Corner a ricevere il denaro che ha donato al fondo di Madeleine. Per quanto riguarda il documentario, sempre secondo quanto appreso dal Times
Gerry e Kate sarebbero in trattativa con la rete televisiva americana Abc, notizia già uscita sui media inglesi qualche settimana fa, ma inizialmente smentita. «Non stiamo vendendo Gerry e Katie, stiamo cercando di ricavare qualcosa di positivo per Maddie», ha dichiarato la Mitchell tentando di soffocare sul nascere altre critiche sul comportamento dei genitori della bimba, già accusati di aver fatto un uso piuttosto spregiudicato dei soldi della fondazione. Con una parte di questi ad esempio, avevano pagato qualche rata del mutuo della loro abitazione. Mitchell ha confermato anche i contatti presi dalle star degli show americani precisando però che, in quanto indagati in Portogallo, i McCann non possono parteciparvi.
 
 

 

 

 

 


Somalia, battaglia finale

 

 

 

Una piccola debolezza comunque, in questo esperimento per donne «tutte sole» c’è, e la fa notare la stessa rivista New Scientist. Dallo sperma in rosa potrebbero nascere soltanto bimbe, poiché, essendo creato dal midollo osseo femminile sarebbe comunque mancante del cromosoma Y, che determina il sesso maschile. E così, voilà, il cerchio si chiude e la scienza, quasi senza accorgersene, promette un mondo con un numero sempre maggiore di femmine, determinate e autosufficienti.
Ma con questi poveri maschi come la mettiamo? Per dirla con una delle frasi più ipocrite del mondo, «possono sempre restare amici».

Erica Orsini www.ilgiornale.it

 

 

 

A molti uomini certo non poteva essere sfuggito che i tempi di Eva nata da una costola d’Adamo erano finiti da un pezzo. Forse però, al maschio da rottamare, all’ometto da tenersi vicino un po’ come il barboncino di turno, quello che ti fa compagnia e poi lasci a dormire sul divano, speravano di non arrivarci mai. Invece, guarda te che ti combinano gli scienziati britannici: in una società come quella inglese, dove già i mariti vengono comandati più o meno a bacchetta dalle mogli – provate a dare un’occhiata ai tanti programmi televisivi sull’argomento – i professori di Newcastle, bontà loro, non ti cacciano questo straccio di maschio anche dal processo riproduttivo? O meglio, gettano le basi per farlo in un futuro che non si sa esattamente quanto lontano possa essere.

 

Londra - Bye bye maschietti, arriva il «pink-sperma». Ovvero, creato direttamente dalle cellule del midollo osseo femminile. Questo, almeno, è quello che si dicono in grado di fare i ricercatori britannici dell’università di Newcastle Upon Tyne, che sull’argomento hanno eseguito un interessante esperimento in laboratorio i cui dettagli sono stati illustrati dalla rivista specializzata New Scientist.
Senza nulla togliere all’importanza della ricerca, è certo che le nuove prospettive delineate da un simile studio possono turbare non poco, se non altro dal punto di vista sociologico.

Carri armati etiopi conquistano la zona nord di Mogadiscio, roccaforte delle Corti islamiche

MOGADISCIO
Carri armati e bombe sulla parte nord di Mogadiscio. E' il nono giorno consecutivo di combattimenti fra le truppe etiopi, sostenute da gruppi armati vicini al governo di transizione somalo, e i ribelli integralisti delle Corti islamiche, coadiuvati dai miliziani di altri clan. L'area settentrionale della martoriata capitale sarebbe in mano ai militari.

I fatti

Dalle prime ore della mattinata, violenti scontri a fuoco scuotono la città. Gli etiopi hanno sguinzagliato una lunga colonna di blindati in direzione di alcuni quartieri nei pressi del vecchio stadio di calcio. “Oggi gli etiopi hanno conquistato un punto strategico, riuscendo ad avere la meglio sulle milizie e a prendere il controllo del mercato del bestiame”, ha riferito una fonte locale all'agenzia di stampa Misna. L'intento è spazzare via i ribelli, senza usare mezze misure. Bombardamenti senza sosta stanno distruggendo l'area di Towfiq, tanto che gli integralisti stanno lentamente cedendo e abbandonando alcune delle loro roccaforti del nord. Lo riferiscono diverse fonti locali. Per saperne di più occorre attendere l'annuncio del primo ministro del governo somalo, Ali Mohamed Gedi, che svelerà i progressi fatti contro le Corti. Intanto, ancora la Misna riporta la voce insistente secondo la quale almeno un aereo da ieri stia sorvolando la capitale, in quelli che appaiono voli di ricognizione.

Dal canto loro

''Siamo sotto un pesante fuoco di artiglieria e di carri armati. Gli etiopi stanno usando tutto quanto hanno a disposizione in forze e mezzi'', ha, infatti, riferito un combattente appartenente agli Hawiye, clan che domina Mogadiscio. ''Questo è l'attacco più pesante mai visto da quando è iniziata la guerra'', ha aggiunto la fonte. Per rispondere alla pioggia di fuoco, i ribelli stanno usando armi automatiche, missili e granate Rpg. Abitanti, autorità e attivisti di organizzazioni umanitarie hanno detto che quasi 300 civili sono stati uccisi in una settimana di combattimenti che si sono concentrati attorno alla roccaforte degli integralisti islamici a Mogadiscio Nord.

Il canto delle vittime
Intanto, le Nazioni Unite lanciano l'allarme di un'imminente catastrofe umanitaria. Da quando sono ripresi i combattimenti, almeno 340mila persone sono fuggite dalla capitale, che una volta contava oltre un milione di abitanti. Per quanto riguarda i
morti degli ultimi mesi, invece, non ci sono cifre precise, ma stando a quanto riferisce una fonte della Croce Rossa internazionale, “diventano credibili le stime su alcune centinaia di vittime” per l'ultima settimana, mentre si parla di almeno un migliaio da marzo. Il problema più grave per chi si occupa di soccorrere e curare i feriti diventa recuperarli, dato che le truppe etiopi hanno ordinato la chiusura dei quartieri settentrionali, impedendo anche il trasferimento in centri di primo soccorso e ospedali fuori dall'area. L'unica struttura del nord, originariamente un ospedale pediatrico adesso trasformato in ospedale da guerra, è stato evacuato, dato che i bombardamenti non guardano certo in faccia nessuno, com'è stato dimostrato ieri quando alcuni missili sparati dai carri armati etiopi sono piombati su uno dei reparti che ospitava venti feriti. Sconosciuto il bilancio.

Avanti Tutta
Eppure, nonostante tutto, raccomandazioni Onu comprese, il governo di transizione non ci sente e ripete che non ci sarà tregua nella battaglia finché le Corti islamiche non saranno annientate. Il ministro degli Esteri somalo, Ismail Mohamoud Hurre, ha precisato che morte e violenza sono il prezzo da pagare per tornare alla normalità in un paese che non ha un governo nazionale funzionante da 16 anni. “Le truppe etiopi, fermando gli elementi della Jihad, causa prima dell'instabilità, stanno facendo grandi cose”, ha aggiunto.
Stella Spinelli www.peacereporter.it

Nel messaggio per la Quaresima Benedetto XVI riafferma
che la redistribuzione delle ricchezze è un dovere morale

Il Papa: "La proprietà non è un diritto assoluto"


<B>Il Papa: "La proprietà <br>non è un diritto assoluto"</B>

Benedetto XVI

CITTA' DEL VATICANO - La proprietà delle ricchezze, secondo l'insegnamento evangelico, non è un diritto assoluto. Lo ricorda il Papa nel messaggio per la Quaresima, che riafferma come la ridistribuzione delle risorse sia un dovere morale sia al livello degli Stati, sia nella vita di ciascuno, attraverso l'elemosina. "Non siamo proprietari - scrive Benedetto XVI - bensì amministratori dei beni che possediamo: essi quindi non vanno considerati come esclusiva proprietà, ma come mezzi attraverso i quali il Signore chiama ciascuno di noi a farsi tramite della sua provvidenza verso il prossimo".

In proposito, il Pontefice cita il Catechismo della Chiesa Cattolica, secondo il quale "i beni materiali rivestono una valenza sociale, secondo il principio della loro destinazione universale".

"Ogni anno - spiega - la Quaresima ci offre una provvidenziale occasione per approfondire il senso e il valore del nostro essere cristiani, e ci stimola a riscoprire la misericordia di Dio perché diventiamo, a nostra volta, più misericordiosi verso i fratelli". E la Chiesa "si preoccupa di proporre alcuni specifici impegni che accompagnino concretamente i fedeli in questo processo di rinnovamento interiore: essi sono la preghiera, il digiuno e l'elemosina", una pratica, quest'ultima, che rappresenta un modo concreto di venire in aiuto a chi è nel bisogno e, al tempo stesso, un esercizio ascetico per liberarsi dall'attaccamento ai beni terreni".

www.repubblica.it

Scoop della tv inglese Bbc: sarà eseguito un nuovo test al carbonio 14 a Oxford
Spiega l'autore del film David Rolfe: "I dubbi nascono dalla conservazione del lino"

Sindone, il giallo si riapre: "Potrebbe essere più antica"

Monsignor Ghiberti: "Non c'è da stupirsi: è la conferma che la scienza è relativa"


<B>Sindone, il giallo si riapre<br>"Potrebbe essere più antica"</B>
LONDRA - Bastano poche parole per riaprire il giallo più intrigante della storia umana: "Sono convinto di avere forti prove che la Sindone risale a molto prima di quanto stabilito dalle ultime analisi". David Rolfe le pronuncia nel suo ufficio di Beaconsfield, sobborgo di Londra, tra monitor, lettori digitali, pile di Dvd, dove sta completando il montaggio di "La Sindone di Torino - le prove materiali", il documentario a cui lavora da anni, che la Bbc manderà in onda la sera del Sabato Santo.

È il secondo film che il pluripremiato regista britannico dedica all'argomento: il primo, "Testimone silenzioso", apparso nel 1978 e all'epoca trasmesso anche in Italia, cominciò a fare luce sui misteri del sudario che, ipotizza Rolfe, potrebbe equivalere alla "Polaroid della resurrezione". La nuova opera è ancora più ambiziosa, perché affronta il tema che ha messo in crisi il "partito dei credenti", cioè coloro che non dubitano che la Sindone sia il lenzuolo in cui fu avvolto il corpo di Gesù dopo la crocefissione sul Golgota.

Il tema è il test al carbonio 14, un esame eseguito nel 1988 da laboratori di Oxford, Tucson e Zurigo, per decifrare la datazione della Sindone: diede come risultato un intervallo di tempo tra il 1295 e il 1360, e molti lo ritennero la dimostrazione definitiva dell'inautenticità del controverso tessuto di lino, che veniva fatto risalire al Medio Evo, perciò ben più tardi dell'era di Cristo. Ebbene, il nuovo documentario di Rolfe sfida questa tesi, al punto da avere convinto Christopher Bronk Ramsey, direttore dell'Oxford RadioCarbon Accelerator e successore dello scienziato che condusse il test al carbonio vent'anni fa, a ripetere l'esperimento.

Non appena si è sparsa voce che l'esame al carbonio 14 verrà ripetuto, l'eccitazione della congrega di esperti di tutto il mondo che ruotano attorno alla Sindone è diventata incontenibile.

Il direttore del laboratorio di Oxford ha ammesso che il risultato del 1988 potrebbe essere sbagliato", si è lasciato scappar detto monsignor Giuseppe Ghiberti, presidente della Commissione Diocesana per la Sindone di Torino, in pratica il custode della Sindone per conto del Vaticano. "Non c'è da stupirsi", ha aggiunto l'alto prelato, "è la conferma che la scienza è relativa, e che successivi studi possono modificare quanto affermato in un primo tempo". A Oxford, il professor Ramsey è andato su tutte le furie: il test non è stato ancora completato e lui non ha mai dichiarato che l'esame del 1988 diede un responso "sbagliato".

Ma la suscettibilità tra religione e scienza, in materia di Sindone, è reciproca, e comprensibile, specie in uno studioso come Ramsey, che nel 1988 era poco più che ragazzo ma assistette al primo test al carbonio 14, divenne allievo e successore dello scienziato che lo effettuò, e ora, come nella teoria dell'eterno ritorno, si occupa di nuovo del rebus che lo ossessiona da una vita. Ramsey non parla con i giornalisti; ma l'autore del documentario accetta, insieme al suo assistente, Alessandro Pavone, un giovane filmografo italiano che lavora a Londra e che ha trattato con monsignor Ghiberti per filmare la Sindone.

"Il risultato del test di Oxfo

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