Non ci si faccia illudere dalla frizzante vita notturna e vivace attività culturale. Al di là di una convivenza pacifica di facciata, il Paese è ancora sospeso fra opposte tensioni, un futuro tutto da inventare e vecchie ferite ancora aperte. Il racconto di artisti e intellettuali. Sarajevo, come tutta la Bosnia, è una città addormentata, in attesa di eventi che non si sa se accadranno e di parole che non sai se verranno mai pronunciate
Murales di denuncia a MostarFoto di Flaviana Frascogna
Al di là del conflitto e delle sue conseguenze, il primo problema della Bosnia Erzegovina è di ordine politico, sia in relazione all'assetto generale ed istituzionale del Paese, sia in considerazione dei ceti e degli orientamenti politici. «Sarajevo, come tutta la Bosnia, è una città addormentata, in attesa di eventi che non si sa se accadranno e di parole che non sai se verranno mai pronunciate» racconta Hamica Nametak, direttore del Teatro dei Burattini a Mostar. Il suo punto di vista è quello di tanti tra gli attori più consapevoli della vita pubblica nel Paese: come se la Bosnia, avesse dilapidato un tesoro faticosamente costruito attraverso le generazioni e vivesse oggi come sospesa, nell'attesa di recuperare i fasti del proprio glorioso passato e nella speranza che una novità possa presto stagliarsi all'orizzonte.
I ceti politici mobilitano il paese, periodicamente ed irresponsabilmente, su base nazionalistica, usando l'eterna promessa del lavoro ed alimentando le paure e le ansie delle persone, nei propri rapporti con la vita e con le comunità altre. I giovani rappresentano una potenzialità, ma non è detto che possano corrispondere a quello che il Paese si attende da loro.
Da un lato, incarnano quelle speranze e quelle aspettative di cui tanto si sente parlare in giro. Dall'altro, sembrano anche i più consapevoli di ciò di cui ci sarebbe effettivamente bisogno da queste parti. Forse subiscono, in maniera più condizionante di quanto non accada agli adulti, gli effetti di una memoria dimidiata che è quella portata dalla guerra, dall'assedio, dalla divisione che ne è seguita e che gli Accordi di Dayton hanno sancito in maniera formale. Certamente, sono i meno sensibili al richiamo della storia ed alla nostalgia del benessere dei tempi di Tito: «Come si fa a dire che prima si stava meglio. Certo, c'era il lavoro, la scuola era gratuita, la sanità funzionava. Ma non c'era nulla di quella "fratellanza e unità" che la propaganda del regime andava sbandierando. Al massimo, si viveva come buoni vicini di casa, evitando di far emergere i problemi che si andavano accumulando sotto il tappeto» Sanja Deankovic, del Centro per l'Azione Nonviolenta, non sembra avere dubbi a riguardo. «Lavorare per la pace e la nonviolenza può essere frustrante, in un contesto come questo. Molti amici stanno lasciando il proprio impegno, per fare altro. La politica bosniaca non si occupa di riforme ma si interessa solo a coltivare "feudi di consenso" rinvigorendo la retorica nazionalista, ulteriormente esacerbata dalla separazione istituzionale tra le tre entità costituenti».
Gli Accordi di Dayton dovrebbero potere essere rivisti: hanno sì permesso la fine della guerra e la cessazione dell'assedio di Sarajevo, tuttavia i confini politici ed amministrativi sono stati imposti su base etnica dall'alto, hanno resistito quindici anni e hanno consentito al Paese, pur nel fallimento dei programmi di riconciliazione, di superare una serie di prove istituzionali assai impegnative. Va tuttavia superato il principio della riorganizzazione su base etnica. Sejo Sexon, leader degli Zabranjeno Pu?enje sul processo di Dayton: «Dayton consente di vivere, non di con-vivere. Dayton influenza profondamente anche il processo di realizzazione creativa nel Paese, per lo meno in relazione al principio per cui la produzione culturale porta sempre con sé la memoria storica della realizzazione culturale del passato recente e remoto».
Servono, di conseguenza, una riforma politica, una ridefinizione istituzionale ed una nuova generazione al potere, senza aspettare che tanto, prima o poi, qualcuno o qualcosa provveda. E' necessaria una nuova classe dirigente, una nuova visione politica ed un nuovo orientamento istituzionale, meno condizionato dal retaggio della guerra e dalla mentalità dell'assedio, più aperto alle innovazioni istituzionali e alle relazioni internazionali, dichiara Mershica, collaboratrice all'Ambasciata Italiana.
Qui le generazioni sono tagliate in due: dall'eredità della storia e dai confini di classe. Non si fatica a notare come i giovani della middleclass siano i più aperti alla comunicazione interculturale ed anche i più speranzosi in un futuro europeo per la Bosnia e la sua capitale. Meno propensi all'abbandono nella retorica ed al vagheggiamento del passato, parlano con disillusione e scetticismo della Bosnia qual è oggi: una clamorosa alchimia istituzionale, da un anno senza governo, con tre presidenti, tre governi, tre parlamenti, un centinaio di ministri ed una pletora di funzionari di Stato, sparsi per le due entità della quale si compone, la Republika Srpska per i serbi e la Federazione Croato-Musulmana per i croati e per i musulmani, che si spartiscono cantoni e municipi.
Ljuljieta Goranci Brkic è la direttrice del Centro Nansen per il Dialogo. «La difficoltà di lavorare per la pace» spiega Ljuljieta «è soprattutto la difficoltà ad entrare nelle comunità. Perciò bisognerebbe dedicarsi al lavoro sulla memoria e sulla condivisione all'interno dei villaggi e sulle generazioni più giovani. Per i giovani figli del popolo il richiamo alla madrepatria immaginaria, Belgrado per i serbo-bosniaci e Zagabria per i croato-bosniaci, è anche un fattore di identità e una promessa di sicurezza in un paese che sembra non offrire loro più nulla: poche le speranze, esangui le certezze, praticamente ridotte a zero le opportunità di lavoro e guadagno. Sanela Avcic del Centro Giovanile di Ljublja, ci racconta la sua storia: il padre in guerra, al fronte a difendere la città, la città da amare perché è la capitale del Paese ed il crocevia della storia, il duro lavoro che si tiene stretto, tra i fortunati, pochi tra i giovani, che riescono a campare del proprio mestiere, tirando avanti la propria quotidianità. Il suo giudizio è duro e chiama in causa anche la nostra responsabilità: «Dayton ha permesso di mettere fine alla guerra, ma dopo?».
«Il futuro nuovamente condiviso per musulmani, serbi e croati poggia nel recupero degli elementi di convergenza capaci di veicolare le ragioni dello stare insieme e in particolare nel comune approdo nell'Unione Europea» dichiara Igor Sovilj, giovane artista di Prijedor. L'integrazione europea richiede una politica all'altezza del compito, dal momento che la Croazia entrerà nell'Unione Europea nel corso del 2013, la Serbia concluderà il suo periodo Asa (stabilizzazione e associazione) entro la fine del 2012 mentre la Bosnia è vincolata ad aspettare i tempi lunghi della ricostruzione.
Flaviana Frascogna - L'Esapresso - 10 febbraio 2012





