
"La Grecia è il primo passo.
Adesso tutti i Paesi Ue
continuino con le riforme"
Nella foto, in strada, ad Atene, esasperati dai continui lanci di molotov, i poliziotti hanno reagito con numerose cariche, idranti e lacrimogeni. Negli scontri di ieri sono rimaste ferite almeno 54 persone, tra gli agenti di polizia e chi protestava.
Non è finita. «È più urgente che mai adattare i sistemi pensionistici al cambiamento economico e alla nuove realtà demografiche», avverte la Commissione Ue, per la quale rivedere ulteriormente la previdenza europea «è essenziale per migliorare le prospettive di crescita»: gli interventi «sono urgentemente richiesti in alcuni paesi per ripristinare la fiducia nei conti pubblici». Non fanno nomi a Bruxelles, dove l’Italia viene ricordata per le tre azioni correttive del 2011, l’età pensionabile ora fra le più alte, ma anche per la spesa previdenziale record. L’idea però è che in futuro nessuno sarà immune. La popolazione invecchia, ci sono meno giovani, i bilanci sono poveri. Riformare si deve. Ancora.
I prossimi passi da fare
Non è una dannazione imposta solo alla Grecia. L’Ue sollecita tutti i suoi soci a una virtuosa contabilità come arma anticiclica e segna il cammino con due documenti in arrivo in settimana: il rapporto del commissario economico Olli Rehn sulla «prevenzione e la correzione degli squilibri macro-economici» (atteso domani) e il Libro bianco sulla «Sostenibilità delle pensioni» scritto dal titolare del welfare, László Andor (giovedì).
Nel primo testo, esercizio imposta dalle nuove regole di vigilanza macroeconomica rafforzata, il finlandese ammette che l’Italia è nel gruppo di coda quanto a dinamismo di sistema. Nella bozza di decisione di Rehn, con Cipro e Spagna (più Ungheria fuori Eurolandia) è catalogata fra i casi che richiedono una «investigazione approfondita», quelli appena migliori di un secondo gruppo sotto la lente: Belgio, Francia e Regno Unito. Curioso che la Bulgaria stia meglio dei precedenti sei.
La competitività italiana
La colpa è dei due cancri di sempre, l’alto debito (120% del pil, il terzo peggiore dell’Ue) e l’emorragia di competitività che ha segnato gli ultimi vent’anni. Secondo i dati della Commissione, la crescita della produttività oraria del lavoro dalle nostre parti è rimasta ferma negli ultimi dieci anni, mantenendo il Paese ben sotto i diretti rivali, come Germania, Francia e Regno Unito. Rispetto al 2000, annota Bruxelles, la concorrenzialità dei listini del «made in Italy» ha perso dieci punti. Berlino, con le riforme, è riuscita a guadagnarne 15.
Tanto basta per un richiesta di riforme, a partire dal costo del lavoro e lo spostamento della fiscalità dai motori dell’economia reale ai consumi. Mali noti, per il Belpaese, alla cui manutenzione il governo Monti ha cominciato a mettere mano con convinzione. Oltre all’avviato consolidamento dei conti pubblici, spiegano fonti europee, Bruxelles ritiene che Roma della intervenire sui meccanismi salariali e sviluppare una politica occupazione più attiva: preoccupa l’assenza dei giovani dal mercato del lavoro e il tasso di partecipazione femminile più basso del’Europa, al netto di Malta.
«Più liberalizzazioni»
Il consenso per le politiche di liberalizzazione dei servizi è pieno, come quello a sostegno di piccole imprese, ricerca e innovazione. Allarma infine la perdita di quote di mercato per l’export (-19% in 5 anni, scrive la Commissione), anche se dal complesso dei dati il quadro sembra meno negativo del giudizio che comporta.
I consigli si ammorbidiscono sul fronte pensioni, anche perché la Commissione ritiene che il modello che si discute in riva al Tevere sia virtuoso: al punto che, senza altri interventi, il potere d’acquisto dei pensionati nel 2048 è stimato in calo di circa il 5%.
Il problema, si legge nella bozza del documento di Andor, è il cambiamento di un contesto complessivo in cui nessuno si salva. «Di qui al 2060 la vita si allungherà di 5-7 anni, mentre i numeri della popolazione attiva diminuiranno». Il sacco della previdenza è pesante, vale ora il 10% del Pil europeo - risultato medio fra il 6% irlandese e il 15 italiano - ed è stimato di 2,5 punti più elevato di qui a metà secolo.
Che fare? Le politiche previdenziali sono competenza delle capitali. Tuttavia, i suggerimenti non mancano. Laddove necessario si deve legare l’età di fine lavoro alle aspettative di vita; limitare l’accesso agli schemi di prepensionamento; sostenere vite lavorative più lunghe con formazione e opportunità; equiparare la situazione di donne e uomini; favorire la previdenza privata.
Al lavoro più a lungo
L’allungamento dell’età pensionabile, come nei casi di Francia e Italia, è valutato un male necessario. Andor sottolinea che non si tratta di creare un confronto fra generazioni: «Gli stati con più occupazione per i più anziani sono anche quelli che hanno più giovani impegnati». Si tratta di combinare previdenza e impiego, riformulando il mercato di attivi e passivi. «Più posti ci sono e più c’è sviluppo» è la morale del Libro bianco. Adesso va tradotta in pratica. Pure in fretta, se possibile. La crisi non fa sconti a nessuno.
Marco Zatterin - LA STAMPA - 13 febbraio 2012











