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La tragedia della Grecia incombe sull'Europa e su tutti noi

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I greci non ce la fanno più. La drammatica situazione dello stato ellenico era arcinota da anni e nessuno dei cosiddetti grandi (Germania, Francia, Gran Bretagna, lasciamo perdere l'Italia) si è mosso per tempo. Dov'era Eurostat quando i governanti greci truccavano i conti? Al mare, probabilmente, magari nelle isole di Partenope...  Non si potevano porre dei limiti alle assunzioni nella pubblica amministrazione, parametrandole ai livelli medi europei? Ottocentomila impiegati su 11 milioni di abitanti (rapporto di 1 dipendente pubblico ogni 13 abitanti, un vero e proprio record mondiale) è come se in Italia ci fossero quasi 4.400 mila dipendenti! Non è che siamo molto lontani, per la verità. Da oggi la Grecia è praticamente in svendita al miglior offerente (n.d.r.). Ecco l'analisi di Gigi Riva dell'Espresso. 

Negozi chiusi. Supermercati vuoti. Mense dei poveri piene. Disoccupati che dormono per strada. Mentre cresce solo il consumo di droga. Rapporto da un Paese allo stremo. A cui la Ue chiede nuovi sacrifici. I funerali del regista Angelopoulos sono diventati la metafora di un Paese che scompare assieme alla sua cultura storica

Non si può capire Atene oggi se non la si attraversa di notte. Di giorno sembra, quasi, la capitale normale di un paese normale. Il traffico impazzito, i negozi del centro, i bambini a scuola. Superficie. Perché poi calano le tenebre e c'è lo splendido Partenone sullo sfondo, riccamente illuminato e quasi una metafora dello sfarzo che sta solo nel passato, ma le strade sono buie persino vicino ai palazzi del potere e attorno a piazza Syntagma.

Le attraversano, furtivi, giovani centrafricani coi capelli rasta, che non fanno più parte del panorama diurno: espulsi dalle ore di luce con le loro cianfrusaglie di falsi. Fanno concorrenza "sleale" alle vetrine che resistono dopo la prima ondata furiosa di darwinismo economico. Due su dieci hanno chiuso e chi alza ancora la saracinesca denuncia il 25 per cento in meno di guadagni.

La guerra tra poveri spinge gli ultimi, gli africani, dalla semilegalità all'illegalità totale se adesso vanno in cerca di clienti per spacciare un Paradiso artificiale in presenza di un inferno reale. Eroina, cocaina, ecco i soli consumi che presentano una curva in ascesa. Una piaga che ha spinto il governo a presentare un progetto di legge per depenalizzare il possesso di "piccole quantità" di tutte le droghe (il traffico resta punito dai 10 ai 20 anni) perché, ha detto il ministro della Giustizia Milziade Papaioannou, "il consumatore è un malato non un criminale".

Negli androni di palazzi scorticati avvengono gli scambi bustina-euro e, più o meno nelle stesse ore, inizia il lavoro un'altra categoria in forte espansione, quella dei ladri. Nel 2011, stando alle statistiche del ministero dell'Interno, i furti sono aumentati del 30 per cento rispetto ai dodici mesi precedenti. Nella terra delle "Santa ortodossia" il bisogno impedisce il rispetto almeno della fede se l'incremento delle chiese svaligiate è del 180 per cento. E poi rapine (più 132), estorsioni (più 50), truffe (più 56). Insomma, qualunque delitto abbia a che fare con il denaro.

La notte sarebbe anche per professioni lecite, come quella del taxista. Se non fosse che ormai quasi tutti la trascorrono nell'abitacolo a far passare il tempo che manca all'alba. Tanto clienti non se ne vedono e pazienza in questi giorni rigidi di inverno inclemente. Il fatto è, denunciano, "che non abbiamo fatto una corsa nemmeno la notte di Natale o quella di Capodanno, quando prima impazzivamo di richieste, fuori uno e dentro un altro".

A essere capaci di guardare, non è che il dopocena di Atene sia poi così deserto. Nel dedalo di strade che si irradia da piazza Monastiraki non si riesce nemmeno a entrare nei locali alla moda, folla, ressa e bella gioventù. Passare il tempo insieme è il miglior antidoto alla possibile depressione che ha fatto aumentare il numero delle persone che si suicidano buttandosi dall'Acropoli. "Però", dice il gestore del "Black & White", "i clienti bevono un drink, tre euro, e si accontentano per tutta la sera". Non se ne lamenta tuttavia, capisce il momento e quei ragazzi squattrinati perché almeno una cosa buona la produce il mal comune: la solidarietà. Succede in tutte le città di crisi, o di guerra, a qualunque latitudine.

Non fa eccezione la Grecia dove c'è sempre un posto al tavolo dei ristoranti benché per un buon pasto non si spenda più di 15 euro. Il titolare di "Niko's", moussaka e souvlaki da urlo, quando sente la parlata italiana e capisce che siamo qui anche per Theo Angelopoulos (il grande regista vincitore di Cannes, Venezia e Berlino, morto a 76 anni il 24 gennaio travolto da una moto sul set del film "L'altro mare" che ha per tema proprio il dramma del suo paese), non vuole che il conto sia saldato: "Invece che a me, uscendo per la strada, date i soldi a qualcuno che ne ha più bisogno". C'è l'imbarazzo della scelta. Persone senza un giaciglio al caldo si addormentano (speriamo anche si sveglino) praticamente sotto i pilastri di ogni edificio, una sola coperta per conforto.

Contendono gli spazi ai cani che, indisturbati, da sempre sono una caratteristica della città notturna. Li si incontra ovunque, persino accovacciati agli ingressi dei pub. L'ong Medici del mondo, valuta che un ateniese su 11 si sfami alle mense comunali o nei refettori delle associazioni religiose; sei greci su dieci hanno peggiorato le abitudini alimentari e cento bambini al giorno si fanno vaccinare dai dottori dell'organizzazione quando, fino a due anni fa, la stessa era a disposizione praticamente solo degli immigrati. Stando a un denuncia del locale Wwf, non potendo pagare le bollette, molti si sono messi a tagliare gli alberi per farne legna da ardere (come nell'Albania dopo il comunismo o nella Sarajevo assediata). Non solo i singoli ma anche gruppi organizzati che starebbero saccheggiando le riserve boschive senza che nessuno intervenga perché i fondi per la difesa del territorio sono stati decurtati.
La traduzione in cifre di questo sfacelo è eloquente. Il 2011 si è chiuso con il Pil a meno 5,5 per cento (-3,5 nel 2010) e le previsioni per il 2012, sicuramente da ritoccare al ribasso, dicono -2,8. Eurostat prevede un segno più (0,7) solo dal 2013 ma sembra ottimismo della volontà. Il numero dei disoccupati toccherà quest'anno il 17 per cento (erano più o meno la metà nel 2009). Tra riduzione dei salari e nuove tasse, valuta un rappresentante della pattuglia degli economisti mandati da Bruxelles a monitorare i conti del paese, "il potere d'acquisto del salario è sceso del 40 per cento". Due manovre successive da 18 e 37 miliardi di euro, promosse dal governo di un tecnico, Lucas Papademos, sono una prima pezza, insufficiente. "Il paese", dicono i tecnici mandati dall'Unione europea, "ha vissuto troppo a lungo molto al di sopra delle proprie possibilità". E ora non può più permettersi 800 mila dipendenti pubblici (su 11 milioni di abitanti) e un debito da 300 miliardi che è il 150 per cento del Pil (210 miliardi). Il paragone che tutti richiamano, e che dovrebbe farci rabbrividire, è quello con l'Italia. Con noi è rispettato, quasi plasticamente, il rapporto uno a sei. Loro sono un sesto degli italiani, e hanno un debito pubblico che è un sesto del nostro (circa 1.900 miliardi euro). Così "stessa faccia, stessa razza" non è più lo slogan scherzoso che ci siamo sentiti ripetere spesso in vacanza, ma diventa un monito: attenti a non fare la nostra stessa fine.

Gli ispettori europei, così come quelli del Fondo monetario o della Banca mondiale, vivendo a contatto con le "cavie" del loro esperimento che potrebbe avere per titolo "Ipotesi di salvataggio di uno Stato dalla bancarotta", hanno una percezione assai diversa dei capiufficio di Bruxelles o dei politici nelle varie capitali europee. Toccano con mano, apprezzano, gli sforzi titanici. Ed esprimono una cautissima speranza che si basa su una percezione: i greci hanno capito e, in qualche misura, accettato di diventare più poveri. Fanno il tifo per l'accordo coi privati (leggi banche soprattutto francesi) perché vada a buon fine l'accordo sulla rinegoziazione del debito. Ma perché il tutto non si concluda con il classico detto "l'operazione è riuscita, il paziente è morto" chiedono di dilatare nel tempo i sacrifici. Il loro programma è quadriennale, scadrebbe nel 2013, vorrebbero fosse prolungato almeno sino al 2020 per raggiungere un obiettivo: scendere al 120 per cento del rapporto debito/Pil: cifra considerata "sostenibile" per far tornare Atene sul mercato. Di fatto, se non di diritto, già svolgono quel ruolo di commissari che la cancelliera Angela Merkel vorrebbe fosse sancito ufficialmente per allargare i cordoni della borsa comune (139 miliardi di euro di aiuti, 30 per il rifinanziamento degli istituti di credito). A Berlino dicono che la Grecia ancora non ha fatto sul serio e vogliono più sacrifici. I greci si guardano nelle tasche e rispondono che proprio non possono. Non si sono mai interessati tanto di politica come in questa fase e la dura Angela è vissuta nell'immaginario come l'orco delle fiabe. Che abbia un qualche diritto di ficcare il naso se il denaro degli aiuti è quello dei contribuenti tedeschi (e francesi, e italiani...) è ormai un assunto passato come una medicina necessaria. Ma non può spingersi al punto di sospendere la democrazia laddove la democrazia è nata pur se è stata calpestata diverse volte nel corso della storia. E' vero, sono stati i "loro" politici a truccare i conti e a produrre il disastro, è vero che portano il peccato originale, però sia loro permesso almeno di decidere come salvarsi. La sottile linea che separa l'umiliazione dall'orgoglio è più o meno questa: diteci pure di quanto dobbiamo rientrare ma lasciateci il libero arbitrio di decidere come farlo. Altrimenti, e il sentimento si diffonde sempre di più, meglio dichiarare il default, uscire dall'euro e tornare alla dracma. Dice Andreas Dimitropoulos, 36 anni, ingegnere informatico ora con un contratto part-time da 1.700 euro al mese, moglie e due figli: "La mia prospettiva, se l'Europa vuole che continuiamo a tirare la cinghia, è di vivere in questa situazione precaria per almeno 20 anni. A che pro? Per poter dire che non abbiamo fatto bancarotta? Meglio forse ripartire da zero e ricostruire dalle macerie. Alla faccia della signora Merkel e di tutti i creditori".
Un problema, invero di altro genere, coi tedeschi lo aveva anche Theo Angelopoulos, prima di morire. Aveva dovuto fermare la produzione perché gli eredi di Bertolt Brecht non volevano permettergli di usare "L'opera da tre soldi" (guarda caso il tema sono i miserabili) che aveva una parte nel suo film. Sullo sfondo di una vicenda padre-figlia, nella sceneggiatura c'è la Grecia di oggi. Per questo la sua fine è stata vissuta come una potente metafora. Dice il suo sceneggiatore storico Petros Markaris: "Theo ha cominciato col cinema durante il periodo durissimo dei colonnelli. E' morto durante un altro periodo terribile". Come se fosse appunto la Grecia migliore quella che se ne va facendo del futuro un'incognita. Al suo seguitissimo funerale la gente ha fischiato i pochi politici che si sono presentati. E, mentre la bara veniva calata nella terra del cimitero numero 1, gridava: ""Athanatos" (immortale). Solo con gente come te la Grecia si sarebbe salvata".

E' nelle difficoltà che si ricorre alle metafore. Allora eccone un'altra, forse più realistica. Mentre per le strade di Atene corre la disperazione, il Partenone è meta ininterrotta di turisti cinesi. Che sia questo il destino dei greci? Fare da guide turistiche dei nuovi ricchi?
Gigi Riva - L'Espresso - 03 febbraio 2012

Ad Atene debutta Papademos

 

Secondo qualcuno è un po' il 'Monti ellenico': ottima reputazione, grande competenza, estrema prudenza. E, proprio come Super Mario, in passato ha rifiutato un incarico da ministro per tenersi fuori dalla baruffa tra partiti

Si dice che Lucas Papademos sia un uomo molto attento, uno di quelli che perfino per spostare un bicchier d'acqua da una scrivania all'altra prende ogni precauzione e s'informa sulle modalità con cui effettuare il trasporto. «Non metterebbe mai a rischio la sua reputazione che del resto qui in Grecia è ottima», dice chi lo conosce bene.

E forse sarà per questo motivo che la scorsa estate nel bel mezzo della crisi finanziaria e della baruffa politica lui, economista sessantaquattrenne, per anni presidente della Banca di Grecia e poi vicepresidente della Banca centrale europea, rifiutò l'incarico di ministro delle finanze che George Papandreou avrebbe voluto offrirgli. E del motivo per cui non ha accettato il posto di primo ministro del governo di unità nazionale senza avere rassicurazioni che il suo governo potrà condividere i gravi impegni che lo aspettano con entrambi i maggiori partiti politici del Paese.

Eppure è di questo economista puntiglioso e preparato, libero da obblighi elettorali, che ha bisogno il Paese. Di lui che è stato compagno di studi al Mit di Boston dell'attuale presidente della Bce Mario Draghi. Di lui che ad Harvard era docente di un corso chiamato "la crisi finanziaria globale: risposte e sfide politiche".

La sua particolare sfida sarà ora quella di convincere la pubblica amministrazione greca a implementare il pacchetto di austerità approvato in settembre mentre i suoi dipendenti vengono sforbiciati di 30 mila unità; i banchieri europei ad accettare la riduzione del valore delle obbligazioni greche del 50 per cento come stabilito nell'accordo del 26 ottobre scorso e il Fondo monetario internazionale a non distruggere economicamente due generazioni di greci tra tagli del salario del 30 per cento e aumenti esponenziali delle imposte.

Nei piani dell'Europa rimarrà in carica fino a quando la Grecia e l'Europa saranno fuori pericolo.
Federica Bianchi - 10 novembre 2011

La Merkel deve cambiare ricetta

 

La crisi dell'euro è arrivata a toccare anche il cuore dell'Unione, compresa la stessa Germania. È ora che cadano i paletti posti dalla Cancelliera all'acquisto di titoli sovrani da parte della Bce

Angela Merkel  Ogni malattia ha i suoi rimedi. Per il mal di testa c'è l'aspirina, per la polmonite la penicillna, per il cancro le radiazioni. Anche in economia i rimedi differiscono a seconda delle situazioni. Stampare moneta, quando c'è inflazione è disastroso. Farlo nel mezzo di una recessione può essere salutare. Il medico non deve impegnarsi in anticipo sulle proprie cure, perché può venir sostituito in qualsiasi momento. I politici, invece, ricevono una delega per cinque anni. Per ottenerla devono creare un rapporto fiduciario con gli elettori, impegnandosi su proposte semplici. Una promessa di non aumentare le imposte se non quando assolutamente necessario rende un candidato poco credibile. Nella foto Angela Merkel

Una volta eletto è facile sostenere che la situazione è eccezionale e proporre un aumento delle tasse. Fa molto più presa una promessa assoluta. Vi ricordate lo slogan di George Bush padre? Niente nuove tasse. Semplice e credibile. Grazie a questo slogan fu eletto. Una volta diventato presidente, però, Bush si rese conto che il deficit era troppo elevato e decise di aumentare le imposte. Fu una scelta responsabile, ma gli costò la rielezione. Il problema è ancora maggiore quando certe scelte economiche diventano un simbolo, come la parità aurea negli anni Venti.

Ancorare la propria valuta all'oro è un modo per garantirne la stabilità. Ma questa parità deve essere fissata ad un livello sostenibile, cioè ad un tasso di cambio che bilanci le importazioni con le esportazioni. Per gli elettori traumatizzati dall'inflazione, la parità pre-bellica aveva un forte valore simbolico. Promettendo questa parità i politici evocavano la prosperità perduta e guadagnavano consenso. Fu così che molti governi europei fecero l'errore di tornare a parità auree insostenibili, come la mitica quota Novanta sostenuta da Mussolini.

Il segno che la ragione politica sta prevalendo su quella economica è che le scelte economiche vengono vendute come valori morali o dimostrazione di virilità politica, invece che come risposte ottimale ai problemi esistenti. Questo è il problema che i politici europei, e in particolare il cancelliere tedesco Angela Merkel, si trovano ad affrontare. L'euro è in crisi. La crisi di fiducia non è più limitata ai Paesi periferici, ma si sta estendendo al nocciolo duro: Austria, Finlandia, Germania stessa. Di fronte a una crisi generalizzata dei titoli sovrani, i governi hanno solo una risorsa: l'uso della banca centrale come acquirente di ultima istanza.

Se la crisi non è di insolvenza, ma di illiquidità, l'intervento della banca centrale è sufficiente ad arrestarla, senza costi per l'Unione. Se però si tratta di una crisi di insolvenza, un intervento della Bce può creare inflazione e soprattutto induce i governi nazionali a posticipare il risanamento, trasformando una crisi di illiquidità in una di insolvenza. Angela Merkel aveva ragione quando diceva che la Grecia era insolvente e la Bce non doveva intervenire. Aveva ragione anche quando diceva che l'Italia doveva fare il suo dovere prima di essere salvata. Adesso però che sia la Grecia che l'Italia stanno facendo il loro dovere e la crisi si è spostata sulla Francia e il Belgio, la sua posizione di rigidità diventa eccessiva. Le radiazioni servono a curare il cancro, ma, se si eccede, si uccide il malato.

Il rischio di Angela Merkel è proprio questo. E' molto difficile cambiare una posizione quando questa posizione è stata fin qui corretta. E' ancora più difficile farlo quando questa è la promessa fatta agli elettori. La Merkel e, prima di lei, Kohl promisero ai tedeschi che non avrebbero mai dovuto scegliere tra l'euro e il rischio di inflazione. Fin dall'inizio questa promessa era di dubbia sostenibilità. Tuttavia fino a questo momento è stata una promessa utile non solo dal punto di vista elettorale, ma anche da quello economico, guidando la Merkel a scelte economicamente corrette. Ora che la diagnosi è cambiata, però, questa promessa rischia di diventare come la mitica quota Novanta: propaganda utile per il consenso ma disastrosa per l'economia. Dal coraggio di cambiare ricetta si vede non solo il vero medico, ma soprattutto il vero statista.
Luigi Zingales - L'Espresso - 02 dicembre 2011