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Le materie prime nelle mani pochi soggetti

Domenica 19 Febbraio 2012 14:33 ugo
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I prezzi dei prodotti petroliferi aumentano perchè c'è qualcuno a monte ha il potere di determinarli. Così tutto il mondo paga il conto. Salato. Il fatto è che pochi conoscono chi sono i protagonisti di queste vicende che hanno messo in crisi miliardi di persone (n.d.r.). Marco Magrini sul Il Sole 24 Ore ha fatto qualche indagine e le sorprese non mancano.

  Il merger dell'anno è ancora appeso agli incerti umori degli azionisti. Ma se i termini della fusione da 90 miliardi di euro fra Glencore, la seconda trading house del mondo, e Xstrata, un colosso minerario, potranno forse essere rivisti, nessuno dubita che i rispettivi amministratori delegati – Ivan Glasenberg e Mick Davis, entrambi sudafricani – abbiano la ferma intenzione di condurre in porto il mega-affare. Gli azionisti di Xstrata contestano il prezzo, giudicato troppo basso. «Dobbiamo agire in fretta – ha detto Davis ai grandi soci, durante una riunione alla City di Londra – perché dovremmo perdere questa opportunità?».

L'opportunità è quella di diventare giganti in un momento in cui la fame planetaria di materie prime, dopo aver già regalato un decennio d'oro ai grandi trader, promette un'altra lunga galoppata sulle praterie della globalizzazione. Secondo l'Agenzia internazionale dell'energia, il fabbisogno di carburanti per il trasporto aumenterà dell'80%, da qui a fine secolo. Secondo la Fao, la produzione alimentare dovrà crescere del 70%. E le incertezze che punteggiano il mondo sono sempre lì pronte ad offrire quel che agognano i grandi trader: la volatilità dei prezzi, il sale e il pepe della speculazione. Anche se nel 2011, questo va detto, i profitti di alcuni (inclusa Glencore) sono scivolati.

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  • Le top 12 nel mondo

Questi gruppi, tutti dotati di potenti trading desk, ma anche di magazzini, flotte e stabilimenti sparsi per il mondo, sono grandi per davvero. Glencore controlla il 55% dello zinco e il 36% del rame mondiale. Nel 2010, Vitol e Trafigura – due trading house con sede in Svizzera – hanno venduto mediamente 8 milioni di barili di petrolio al giorno, più delle esportazioni dell'Arabia Saudita. E le cosiddette ABCD – ovvero le americane Adm, Bunge, Cargill e la francese Dreyfus – tengono in pugno le commodities alimentari: controllano fra il 75 e il 90% dei cereali mondiali.

Secondo i calcoli della Reuters, nel 2010 le prime dodici trading house del mondo hanno fatturato mille miliardi di dollari, dopo quasi dieci anni di crescita, spinta dai consumi di Cina, India e Brasile. «La maggior parte dei trader prende il prezzo che trova», commenta Chris Hinde, direttore della rivista Mining Journal. «Ma le grandi trading house hanno la capacità di fare il prezzo. E questo le mette in un'invidiabile posizione di forza».
Della Glencore si è saputo qualcosa dallo scorso maggio, quando la compagnia – sin lì poco incline alla trasparenza – ha aperto le porte e i libri quotandosi a Londra e regalando nottetempo 10 miliardi a Glansenberg. Ma se i nomi di questi colossi non sono noti al grande pubblico come ExxonMobil o Nestlè, non è tanto per la lontananza dai consumatori finali. Quanto per una deliberata scelta di segretezza. «Prima di portare la mia azienda in Borsa, devono camminare sul mio cadavere», ha dichiarato più volte Charles Koch, che col fratello David controlla la quasi centenaria Koch Industries.

Forse il caso-limite è la Cargill, che se ne sta arroccata in una gigantesca villa di mattoni, dentro una foresta a un'ora di macchina da Minneapolis. In quasi 150 anni di storia, la famiglia Cargill ha trasformato un magazzino di granaglie in un gigante alimentare sul quale non tramonta mai il sole: con un giro d'affari di 108 miliardi di dollari, sarebbe fra le prime 15 aziende dell'indice Fortune 500. Se solo fosse quotata.

La Adm, meglio nota come Archer Daniels Midland, è quotata e, come un po' tutte le sue sorelle, è finita più volte sotto la lente dell'opinione pubblica e della magistratura. Solitamente i motivi sono due: operazioni di cartello o l'impatto sociale e ambientale delle loro attività. Il film «The Informant», con Matt Damon, racconta la vera storia di un illecito fixing dei prezzi da parte di Adm. E la solita Cargill, tanto per fare un esempio, è finita sotto accusa per l'eccessivo zelo nel trasformare la foresta pluviale brasiliana in campi di soia.

Tutte quante, peraltro, prediligono abitare in Paesi dove la tassazione è favorevole. Vitol, Glencore, Gunvor, Trafigura e Mercuria sono in Svizzera. Le americane hanno sede in Stati diversi, ma quella sociale è – guarda caso – nel Delaware. E anche la Louis Dreyfus ha sede a Parigi, ma fa trading dalla Svizzera e dall'Olanda.

Di fatto, grazie alla loro potenza operativa, le trading house hanno anche un peso geopolitico. Basta prendere la Vitol che, per essere un'azienda che maneggia 5,5 milioni di barili di petrolio al giorno, è sconosciuta al largo pubblico. Ma è stata proprio lei a organizzare l'acquisto di un milione di barili di petrolio libico dai ribelli anti-Gheddafi, lo scorso aprile. Operazione rischiosa e ai limiti della legalità, ma appoggiata dalla Casa Bianca.

Di sicuro, per stare in questo business bisogna avere un certo acume geopolitico. Ma anche profonda conoscenza del mercato delle commodities, e non solo perché l'insider trading (lo scambio di informazioni riservate) gode per così dire di un trattamento speciale. Bello è il caso del 2009 quando, in un certo momento, il prezzo per la consegna futura risultava più alto di quello da consegnare subito. E Koch, Vitol e altri pensarono bene di parcheggiare 100 milioni di barili di petrolio nei loro tanker, vendere future, aspettare e fare soldi: 10 dollari in più a barile.
Il peso strategico è tale che viene da chiedersi dove siano i cinesi, in questa storia. E la risposta, come sempre, è: stanno arrivando. La Repubblica Popolare ha investito nella Noble, una trading house di Hong Kong che in pochi anni è entrata fra le prime dieci al mondo. Ma anche Wilmar, Olam e Hin Leong, tutte e tre con base a Singapore, stanno emergendo grazie agli affari con la Cina. Così, tutti danno per scontato che è solo questione di tempo: la Cina scalerà anche queste vette.
Magari è per questo, che la fusione Glencore-Xstrata (già ribattezzata Glenstrata) è «un'opportunità» da cogliere in fretta: la corsa al gigantismo, serve ad occupare spazi competitivi, in un business dove l'opacità e la segretezza sono tanto utili quanto la spregiudicatezza.

Il papà di tutti i trader si chiama Marc Rich, fondatore della Marc Rich & Co. a Ginevra e maestro dei mercati delle commodities. Fino al punto di finire condannato per evasione fiscale e per aver comprato petrolio iraniano durante la crisi degli ostaggi americani. Mai tornato in patria, è stato perdonato da Bill Clinton nell'ultimo suo giorno di presidenza. Oggi la Marc Rich & Co., dopo un management buyout, si chiama Glencore. Già proprietaria del 35% di Xstrata, vuole incorporarla per diventare grande. Forse troppo: Eurofer, la confederazione europea dell'acciaio, ha detto venerdì di temere Glenstrata perché «potrebbe danneggiare la competizione sui mercati dello zinco, del nickel e del carbone».
Di sicuro, il processo di concentrazione andrà avanti. Sul mercato gira voce che la Gunvor, altra misteriosa società svizzera di proprietà di Gennady Timchenko (talmente vicino a Vladimir Putin da lasciare il sospetto che l'uomo forte della Russia sia nell'azionariato), sarebbe in vendita. Se così fosse, saranno i giganti a spartirsela.

Per il resto, il ristretto club da mille miliardi continuerà a far girare di nascosto il mondo: dai cereali della colazione, alla bistecca del pranzo; dall'accensione dell'automobile al tepore del riscaldamento. Fino alla prossima crisi dei prezzi (come quelli del cibo nel 2007 e quelli del petrolio nel 2008) in cui tutti devono dare la colpa a qualcuno. A cominciare dagli speculatori.

Marco Magrini - Il Sole 24 Ore - 19 febbraio 2012

Una drammatica testimonianza dalla Corea del Nord

Domenica 19 Febbraio 2012 08:09 ugo
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Corea del Nord, una potenza assai pericolosa perchè dispone dell'arma atomica di cui potrebbe servirsi per destabilizzare l'area. Il Giappone è terrorizzato, ma la stessa Corea del Sud non è del tutto tranquilla. Intanto la popolazione nordcoreana soffre una fame atavica.  Le scarse risorse disponibili sono state utilizzate in modo quasi esclusivo per la difesa del territorio e, quindi, via all'acquisto di armi da Cina e Russia e via con il programma nucleare offensivo  Il giornalista Leone Grotti ha avvicinato un dissidente nordcoreano che è riuscito qualche anno fa nell'impresa di lasciare il paese di cui è ancora innamorato (nd.r.).
Intervista al dissidente nordcoreano Choi Song Min, scappato l'anno scorso con moglie e figli. A tempi.it racconta la sua storia e come è fuggito da uno degli ultimi regimi comunisti del mondo: «La gente in Corea del Nord non conosce la differenza tra ciò che è umano e ciò che è disumano. Kim Jong-un ha iniziato in modo traballante ma non ho speranze per il mio paese».

Il dissidente Choi Song Min, 56 anni, ha scelto la «via classica» per scappare dalla Corea del Nord: l'anno scorso, con moglie e figli, entra in Cina attraversando il fiume Amnok, da lì prende un treno per la Thailandia e infine un aereo per la Corea del Sud. «Sono atterrato in Corea del Sud l'anno scorso, in aprile» racconta la sua storia a tempi.it Choi, che oggi lavora come attivista e giornalista per il giornale "Daily NK".

«Ho deciso di scappare nel 2008, dopo essermi recato in Cina nel 2007. Ho capito che ero stato ingannato per tutta la mia vita e che dovevo a ogni costo andarmene dal buco dove vivevo».

Dove abitava e che lavoro faceva in Corea del Nord?
Vivevo nella Provincia Chungjin North Hamkyung prima di scappare. Ero quello che voi probabilmente chiamereste un borghese e lavoravo come "foreign-currency earner" (mestiere proibito dal regime, ndr), commerciavo cioè al mercato nero prodotti arrivati dall'estero e quindi illegali. Ma preferirei non dilungarmi troppo sulla mia vita passata.

Veniamo al presente allora. Kim Jong-un è diventato il nuovo dittatore del regime comunista da due mesi, dopo che il padre Kim Jong-il è morto il 17 dicembre. Si intravedono segnali di cambiamento?
Per ora nessuno. Sembra l'esatta continuazione del vecchio regime.

Kim Jong-un ha 28 anni, è giovane e inesperto. Avrà difficoltà per questo a mantenere il potere?
La questione più grande che riguarda Kim è: quanto durerà al potere? Sta facendo molta fatica a nascondere la sua giovane età e si sta impegnando a diffondere questa voce: l'età non ha niente a che fare con la leadership. Ad ogni modo sta consolidando il potere e nessuno sa quanto ci metterà e se ci riuscirà.

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Il nuovo dittatore sta amministrando il potere da solo? In molti dicono che Kim Kyung-hui, la sorella del "caro leader" Kim Jong-il, e suo marito stiano svolgendo il ruolo di "tutors".
Jang Sung-taek e sua moglie Kim Kyung-hui giocano da sempre un ruolo importante nel regime. Dopo la ridenominazione della moneta nel 2009 (che ha ridotto alla fame decine di migliaia di famiglie facendo crescere i prezzi di circa il 130%, ndr), Kim Jong-il ha chiesto ai quadri di Partito dei differenti distretti quali fossero le condizioni di vita della gente. Loro hanno risposto che andava tutto bene e che il popolo era contento. Ma un quadro, Choi Yong-do, decise invece di dirgli la verità, cioè che la gente stava morendo di fame. Allora Kim Jong-il chiese alla sorella Kim Kyung-hui di controllare i mercati e lei gli riportò qual era la situazione. Anche Jang Sung-taek ha giocato un ruolo importante nella scoperta della verità e Kim si fidava di loro. Dopo questo incidente, disse «피가물보다 진하다», che significa: «Il sangue è più forte dell'acqua». Kim Jong-un, proprio come il padre, si fida più dello zio e della zia che di qualunque quadro di Partito.

Kim Jong-un ha appena cominciato a governare. Si sta comportando in modo differente rispetto al padre?
Kim Jong-il era un dittatore che ha fatto tutto quello che voleva. Ma a causa della sua età, a volte, se pur molto raramente, era indulgente e clemente. Kim Jong-un è giovane e ha molta energia. Appena ha preso il potere, ha usato il pugno di ferro contro i dissidenti. Si sono sentiti molti colpi di arma da fuoco dalle parti del fiume lungo il confine nordcoreano e lui ha dichiarato che se qualcuno in una famiglia cerca di scappare verranno punite le tre generazioni successive.

È dunque impossibile che ci sia qualche riforma nel paese?
Sappiamo che Jang Sung-taek vuole le riforme, soprattutto dopo l'esperienza del distretto di Nasun, che nel 1991 fu aperto al commercio libero, anche con l'esterno, e fiorì immediatamente. E Kim Jong-un sa che le riforme sono l'unico modo perché la Corea del Nord possa sopravvivere. Se Kim Jong-un cambia politica e sceglie le riforme, però, sarebbe come valutare il padre un pessimo leader. Per questo la Corea del Nord sta lentamente cercando di far passare il messaggio al popolo che "le ultime istruzioni" di Kim Jong-il riguardano l'attuazione delle riforme e l'apertura per il bene della Repubblica democratica. È molto probabile che la Corea del Nord segua lo stesso percorso della Cina. Quando si parla di apertura, si parla dei mercati ovviamente, e non di riforme del sistema politico. Questa, poi, è una decisione molto difficile per il regime, che ha paura di perdere il controllo sulla popolazione.

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Tutti conoscono la Corea del Nord come uno dei paesi più poveri del mondo. Negli anni '90 la carestia ha fatto tra i 200 mila e i 3 milioni di morti. Qual è la situazione oggi?
C'è il rischio di una nuova carestia. Ho parlato giusto ieri con una persona della Provincia di Kangwon e mi ha detto che la gente «죽지못해산다», cioè che «tirano avanti a vivere solo perché non hanno alternativa». La Provincia di Kangwon, che è vicina al confine con la Corea del Sud, è la prima a soffrire la fame quando le autorità smettono di consegnare le razioni di cibo. In altri posti come la South Pyongan Province, la South Hamkyung Province e la Hwanghae Province, invece, stanno letteralmente morendo di fame. È ironico che tra la gente di tutti i distretti, i primi a lamentarsi quando le razioni di cibo vengono tagliate siano quelli della capitale, Pyongyang.

In aprile si festeggerà il centenario dalla nascita del "presidente eterno" Kim Il-sung, il padre fondatore della Corea del Nord. Come si sta preparando il paese per celebrare questa data importante?
Di solito in aprile la Corea del Nord festeggia per molte cose: il Festival della primavera, il Festival dell'arte. Le celebrazioni per Kim Il-sung non sono tante. Mi ricordo l'anno scorso, quando mi trovavo ancora in Corea del Nord, che a ognuno era stato chiesto di preparare due fazzoletti perché il Generale ci avrebbe dato una razione di cibo tanto grande da non poterla neanche immaginare. E siccome saremmo dovuti scoppiare a piangere dalla felicità, i fazzoletti sarebbero stati utili.

Sono circolate in tutto il mondo le foto e i filmati dei funerali di Kim Jong-il, pieni di gente che piangeva e si disperava. La gente era obbligata oppure il "caro leader" era amato?
La gente che amava veramente Kim è lo 0,01% della popolazione. Quelli che si sono visti in tv stavano facendo finta. Era tutto una farsa. La gente deve piangere se non vuole essere punita.

Ho letto che una delle storie che vengono raccontate per educare i bambini narra delle persone che cercano di scappare e vengono per questo punite e uccise. Come può un regime arrivare a un livello tale di disumanità?
La gente in Corea del Nord non conosce la differenza tra ciò che è umano e ciò che è disumano. Non hanno mai visto altri paesi, non possono fare il paragone. Il regime approfitta di questa debolezza e punisce la gente in modo così severo che anche una briciola di generosità sembra enorme.

È possibile una "primavera nordcoreana"?
Non credo che qualcosa di simile a quanto avvenuto in Egitto o in Libia possa verificarsi in Corea del Nord. La gente viene arrestata in modo preventivo per qualunque cosa possa anche solo sembrare un atto che va contro al regime. Così anche la possibilità di una primavera viene recisa alla radice.

La morte di Kim Jong-il ha indebolito il regime?
Sì. Il motivo per cui Kim Jong-un ha parlato in televisione dicendo che la sua età non ha niente a che fare con la sua leadership credo sia che il suo potere come leader è diminuito rispetto a quello del padre. Ma rivoluzione e lotta sono parole che in Corea del Nord non hanno significato né futuro. Ormai la gente non crede più a quello che dicono le autorità: la Corea si sta decomponendo dal suo interno.

Come agisce la propaganda del regime?
Esiste il Dipartimento per la propaganda e la diffusione che si occupa di tutto. Prima Kim Jong-il comunicava al Dipartimento le sue idee e le sue intenzioni, poi loro si occupavano di diffonderle attraverso la televisione, le letture, l'educazione e le lezioni di rieducazione.

Nei gulag nordcoreani sono rinchiuse ancora 200 mila persone, secondo lo studioso Andrei Lankov.
Forse anche di più. Tutti in Corea del Nord sanno che quando vieni arrestato e finisci in un Campo di prigionia politica non ne uscirai mai più vivo perché sarai costretto a lavorare fino alla morte. I detenuti scavano le miniere o coltivano i campi sia sotto il sole cocente che durante il freddo invernale con una minima razione di cibo.

La Corea del Nord ha la bomba atomica e nei primi mesi di governo Kim Jong-un ha visitato diversi corpi dell'esercito. Il regime ha mire espansionistiche o vuole solo consolidare il potere?
Kim Jong-un vuole solo, per ora, tenersi stretto il potere perché ha avuto un inizio traballante e perché il padre è morto da poco. Per usare la bomba atomica il regime dovrebbe essere costretto dagli eventi a una soluzione drastica.

Nutre speranze per un cambiamento del suo paese? Che cosa potrebbero fare le nazioni straniere per aiutare la popolazione nordcoreana?
No, non nutro nessuna speranza per il mio paese. Le potenze straniere pensano di fare la cosa giusta inviando aiuti alimentari ma devono sapere che il cibo non viene neanche toccato dalla gente, anzi, viene usato per rafforzare il regime. Gli aiuti alimentari non servono più a niente. Dovrebbero invece fare pressione politica sul regime perché impedisca che la gente muoia di fame e la lasci uscire dai piccoli buchi in cui vivono.

Leone Grotti  - Tempi - 16 febbraio 2012

Corea del Nord: gulag dimenticato!!
Dott.ssa Laura Scafati www.popobawa.it - www.popoblog.splinder.com

Non sempre le linee colorate, che disegnano i confini sulla Mappa geografica terrestre corrispondono a luoghi dove “ va di scena” la Vita.
Può capitare, invece, di imbattersi in una vera e propria “ macchia nera” dove sopravvivono circa 23 milioni di esseri umani a cui è concesso solo di respirare a comando.
Non è facile – per Noi abituati in una realtà diversa – comprendere a fondo quello che accade dietro la cortina di ferro nella quale è imprigionata questa Nazione.
Alcune situazioni sembrano talmente lontane anni luce dai nostri schemi da pensare di vivere su due Pianeti opposti.

Eppure, questo Paese - così isolato dal resto del Mondo - esiste ed ha un nome: Corea del Nord!
Un vero e proprio “ non Luogo” dove persino gli Edifici sono ricoperti da una patina grigia mentre il cielo risulta opacizzato da una massa di bianco sporco, che incombe sulle città. L’unico rumore “ assordante” è quel Silenzio, che riesce a nascondere le grida degli Esseri che vi conducono una “ non Vita” senza esserne consapevoli.
Qui il Tempo si è fermato ad un anno preciso “ 1948”, data nella quale Kim Il Sung instaurò la più terribile delle dittature.

Kim Il Sung, un nome che evoca immagini orrende di torture e sevizie ai danni di povere vittime innocenti!
E’ stato lui, infatti, l’ideatore di veri e propri campi di concentramento, di cui si conosce poco malgrado le testimonianze dei pochi sopravvissuti e le foto scattate dagli aerei spia americani.
Notizie frammentarie, è vero, ma che ne esaltano tutto l’orrore, che si pensava fosse ormai il ricordo di un vecchio passato.
Amnesty International si è interessata al problema e con molte difficoltà è riuscita ad elencare: 12 campi prigionieri e 30 campi di lavori forzati e di rieducazione.
La cosa ancor più assurda è che il sistema di controllo coreano si basa sulla responsabilità collettiva per cui se una persona commette un crimine vengono puniti i genitori, le sorelle o fratelli e tutti gli altri parenti.

La maggior parte dei prigionieri viene rinchiusa soltanto per un piccolo errore: ascoltare una radio straniera, sedersi sopra un giornale con una fotografia del leader o cantare una canzone della Corea del Sud.
Non esistono processi per cui si viene condannati senza nessun tipo di spiegazione o possibilità di difesa.
Il cibo è scarsissimo mentre i turni lavorativi ammontano a 18/20 ore giornaliere.
Le torture inflitte sono quanto di disumano si possa immaginare.

Tanto per fare un esempio se un prigioniero commette un atto ritenuto particolarmente grave saranno i suoi stessi compagni ad ucciderlo con lanci di pietre mentre l’infelice è legato ad un palo e dei sassi gli riempiono la bocca per non farlo           urlare.
Le cifre dei condannati fornite dal regime sono naturalmente false: si parla di circa diecimila prigionieri mentre le Nazioni Unite ne hanno denunciati dai duecento ai trecento mila.
Tali nefandezze vengono completamente ignorate dalla Comunità Internazionale e l’orrore continua nel silenzio più profondo.
Fuori dai Gulag esiste un altro tipo di prigione edificato sulla totale mancanza di Libertà per i cittadini nordcoreani.
Nessun tipo di Informazione riesce a passare la cortina di ferro edificata da oltre cinquant’anni.
Gli unici canali radiofonici concessi: Radio Pyongyang e la Stazione centrale di Corea diffondono, senza sosta, marce militari e slogan contro la Corea del Sud.

Un notiziario diffuso ogni ora tesse le lodi del dittatore.
Gli apparecchi radiofonici come quelli televisivi sono stati tarati in modo da essere sintonizzati solo sulle stazioni governative e chiunque dovesse essere colto in difetto subisce la deportazione nei Gulag.
I quotidiani nazionali contengono solo le dichiarazioni di stima per Kim Il Sung oppure i discorsi scritti dallo stesso.
I giornalisti stranieri vengono ammessi solo se invitati in occasioni ritenute speciali.
Le notizie, che pervengono dall’Estero sono rarissime e, nel caso, devono contenere immagini di violenza in modo da far credere alla popolazione che l’unico Paese dove regni la Pace sia il loro!
Tiziano Terzani, che visitò la Corea del Nord nel 1980 scrive “ il fatto che la gente creda davvero di vivere in Paradiso è il più grosso successo del Regime….La gente è davvero convinta che il muro di 240 chilometri che corre lungo la zona smilitarizzata tra Nord e Sud sia stato costruito dai terribili americani per impedire ai sudcoreani di andare a vivere nello splendido Nord…..”
Nulla è cambiato negli ultimi anni…….. Incredibile e tragico nello stesso momento!!

Ultimo aggiornamento Domenica 19 Febbraio 2012 18:00

Wulff, presidente tedesco, nei guai per colpe veniali

Sabato 18 Febbraio 2012 14:42 ugo
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Straordinaria la mossa di Angela Merkel. Ha costretto il suo presidente (Wulff) alle dimissioni, perchè l'opinione pubblica tedesca non accetta che la Germania posaa essere rappresentata da un lestofante e mentitore. La differenza abissale nei riguardi del nostro paese sono tali e tante da farci vergognare. Noi abbiamo in parlamento addirittura dei pregiudicati. Quelli che hanno indagini in corso non si contano proprio. Questo particolare rende un gigante ai nostri occhi la Germania. Nel parlamento tedesco nessuno che abbia gridato al complotto catto-comunista o abbia urlato contro una magistratura comunista (n.d.r.) Questo ì'articolo di Ubaldo Casotto sul Riformista.

L'insostenibile leggerezza dei presidenti non è più compatibile (da tempo) con la potenza di fuoco dei media intrecciata con l’azione della magistratura. I peccati di cui era accusato Christian Wulff (nella foto) sembrano, in fondo, veniali. La procura di Hannover, che ha chiesto la revoca della sua immunità, non aveva di fatto ancora 

Fiducia nei miei confronti si è compromessa gravemente

iniziato a indagare. Wulff non è accusato di tangenti, di tradimento della Nazione, di pressioni su magistrati, di distrazione di fondi, di assunzioni compiacenti, di uso privato di beni pubblici... Il prestito ottenuto da un amico quando era governatore della Bassa Sassonia era a un tasso (4 per cento) di poco inferiore a quello che ogni banca gli avrebbe concesso. Il conto saldato dall’amico imprenditore per le tre notti in albergo a Stylte (una sorta di Capri del Mare del Nord) ammonterebbe a 780 euro. Quello che ha nuociuto al presidente tedesco è stata appunto la leggerezza con cui ha continuato a vivere nonostante il suo ruolo pubblico e altamente rappresentativo. La stessa disinvoltura con cui il presidente francese Nicolas Sarkozy si imbarcava sullo yacht dell’amico miliardario, o per cui alcuni suoi ministri si recavano, ospiti spesati, in località turistiche in Egitto e in Tunisia poco prima di dichiarare tutto il loro sdegno per i regimi politici di quei paesi. Con francese nonchalance un altro inquilino dell’Eliseo, Valery Giscard d’Estaing, accettava diamanti dall’imperatore Bokassa. Come definire poi la levitas con cui un presidente americano ha mentito sui suoi rapporti, non propriamente edificanti per l’immagine di una grande nazione, con una stagista? Sono tutti rimasti al loro posto. La vera colpa di Wulff, il suo vero errore (che in politica spesso è peggio di un reato) è stato in un messaggio sulla segreteria telefonica del direttore della Bild, dove minacciava (immaginiamo, perché non ne ha permesso la trascrizione) le peggio cose a seguito della pubblicazione di un articolo sul suo vecchio prestito “agevolato”. Questo gli è stato fatale. Ed è anche questo un peccato, in questo caso forse anche un reato (sebbene ancora da accertare), dovuto all’evanescenza del personaggio. La vera leggerezza, però, in questo caso sarebbe imputabile ad Angela Merkel, la quale due anni fa si era ostinata, per la seconda volta, su un candidato di suo gradimento nonostante fosse evidente a molti la sua inadeguatezza. La moralità pubblica può essere radicata in una persona per educazione, ma può anche essere conseguenza di un giudizio politico. Francesco Cossiga rimandava indietro tutti i regali ricevuti. Da presidente della Repubblica affidava la pratica a due carabinieri che riconsegnavano i doni al mittente e dovevano ritornare al Quirinale con in tasca una ricevuta di avvenuta restituzione da protocollare scrupolosamente. Non sappiamo con quale motivazione (etica o politica) lo facesse, però faceva bene.

Ubaldo Casotto - Il Riformista - 18 febbraio 2012

Gestire un casinò negli Usa, impossibile, in Italia, un gioco da ragazzi

Mercoledì 15 Febbraio 2012 18:07 ugo
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NEW YORK – Se in Italia la gestione delle slot machine può essere affidata ad una società controllata da un trust offshore negli Stati Uniti, nonostante i film su casinò e gangster, i controlli per entrare nell’industria del gioco sono rigorosissimi.

Chi vuole inaugurare una qualsiasi attività legata all’azzardo e guadagnare sui tavoli da poker e blackjack deve dare il suo assenso all’apertura di un’indagine su se stesso e pagarla di tasca propria. E non poco: 63 dollari all’ora, più spese degli investigatori. I suoi conti correnti bancari vengono setacciati a priori. I suoi manager e familiari possono essere interrogati. E chi aspira a una licenza deve persino dichiarare quanti soldi abbia depositati (e dove) in ogni parte del mondo.

Solo dopo questo “screening” arriva l’ok delle autorità. Difficile, quindi, immaginare che le società del gioco possano attecchire le loro radici in esotiche isole caraibiche.

Negli Usa, ma la situazione cambia da Stato a Stato, una società come la Bplus, già Atlantis World, che in Italia controlla il 30 per cento del mercato da 30 miliardi di euro delle slot machines e sta entrando con la stessa quota in quello delle videlotteries di nuova generazione, non avrebbe una vita troppo facile.

La Bplus, prescelta dall’Azienda Autonoma dei Monopoli di Stato come concessionario della riscossione del prelievo erariale ha infatti una struttura societaria non trasparente. Al suo vertice ha un trust basato nelle isole dei Caraibi (e una società intestata allo stesso professionista caraibico, James Walfenzao, che scherma la proprietà effettiva della casa di Montecarlo abitata da Giancarlo Tulliani). Una struttura così complessa che, a Il Fatto Quotidiano, il direttore del settore giochi di Aams ha dichiarato di non essere in grado nemmeno di sapere chi sia la persona fisica beneficiaria della società concessionaria dello Stato. L’unico proprietario noto, per sua stessa dichiarazione, è Francesco Corallo, figlio del più noto Gaetano, catanese e titolare di un gruppo con base alle Antille olandesi che controlla una mezza dozzina di casinò tra i Caraibi e il Centroamerica.

Ma se Corallo decidesse di sbarcare negli Stati uniti solo per aprire un casinò si troverebbe di fronte un trattamento ben diverso.  In America casinò e slot machine rientrano in quello che in maniera si chiama “gambling”, settore che viene normato stato per stato. Anche se i controlli possono essere più o meno severi, la linea di condotta è in tutti i casi parecchio rigida. Vediamo cosa succede in alcuni stati.

In Michigan tutto passa sotto la lente del “gaming control board”, organo interno al ministero del tesoro statale. Il board controlla i dettagli più minuti: vuoi aprire un casinò? Verranno vagliate, innanzitutto, le eventuali donazioni politiche dei tuoi figli, di tua moglie, di mamma e papà, e di altri parenti, vicini e lontani. Questa “background investigation” – che dovrebbe scoprire eventuali legami con la criminalità organizzata – costa all’aspirante gestore almeno 50 mila dollari. Se le autorità spendono di più, si pagherà di più.

ln Colorado l’aspirante gestore di casinò deve sobbarcarsi, tra i costi iniziali, anche quello degli investigatori che fanno luce sul suo presente e il suo passato. Questi vanno pagati 63 dollari all’ora, cui vanno aggiunte le spese di trasporto, di vitto e di alloggio degli stessi investigatori. Gli aspiranti manager, poi, ricevono una lettera con la quale vengono “messi al corrente di alcuni fatti”. Ad esempio che “l’industria dei casinò, in Colorado, è uno dei settori più controllati dello stato, perché i cittadini vogliono che essa sia libera da qualsiasi traccia di corruzione o truffa”. Per questo “i regolamenti dell’industria vengono presi molto sul serio, soprattutto per quanto riguarda le licenze, che sono un privilegio”.

Il “gaming control board” che incute più timore, comunque, è quello della Pennsylvania. Per aprire un centro per il gioco vanno studiate e riempite ben settantacinque pagine. Bisogna inserire non solo informazioni su genitori, suoceri, fratelli, sorelle e relativi partner, ma anche su chiunque abbia vissuto con l’aspirante gestore negli ultimi dieci anni. Si richiede l’elenco dettagliato di tutti i lavori fatti negli ultimi vent’anni, anche part-time, senza dimenticare le partecipazioni in società. Vanno poi preparate lettere di referenza che possano dimostrare l’onestà degli affari che verranno aperti, e perfino dettagli sulla salute (ed eventuali dipendenze da alcolismo) del candidato. Viene chiesta l’autorizzazione a setacciare conti correnti bancari dentro e fuori dagli Stati Uniti. E per non farsi sfuggir nulla, le autorità della Pennsylvania chiedono la prova calligrafica e foto che mostrino “ferite, segni e tatuaggi visibili”. Insomma, non deve sfuggire proprio niente.

Insomma, forse l’età dei gangster è tornata in auge grazie al successo della serie televisiva “Boardwalk Empire”, ambientata durante il Proibizionismo, quando alcol ed azzardo potevano davvero creare un impero, ma i ruggenti anni Venti sono ormai lontani. Il motto del serial, in onda da qualche settimana negli Usa, dice che allora “i fuorilegge diventarono re”. Qualcosa che difficilmente può ripetersi adesso.

Certo, dalle roulette e dal poker i soldi saltano ancora fuori: i profitti dell’industria dell’azzardo, tolte le vincite dei giocatori, si aggirano almeno attorno ai 100 miliardi di dollari l’anno. Dei cinquanta stati dell’Unione, sono 19 a considerare i casinò un’attività paragonabile alla libera impresa, pur se pesantemente normata.

Le case da gioco sono circa mezzo migliaio, e si prendono una buona fetta dei profitti dell’azzardo (circa un terzo dei 100 miliardi). Il Nevada è l’unico stato che permette l’azzardo senza alcun tipo di restrizione. Per il resto, invece, i casinò si possono aprire in determinate aree geografiche (come Atlantic City in New Jersey, o Tunica in Mississippi).

Proprio Atlantic City è la cornice della serie “Boardwalk Empire”. La città, che come suggerisce il nome si affaccia sull’oceano, rischiava di morire a metà del Novecento, ma la legalizzazione del gioco d’azzardo la salvò, attraendo migliaia di persone che popolano ogni giorno la famosa passeggiata sul mare (il “boardwalk” che ha appunto ispirato Martin Scorsese, regista della puntata pilota). Il gioco legato al caso – o “gambling” – ha una storia che corre parallela a quella degli Stati Uniti. Importato dai padri fondatori inglesi, si sviluppò in luoghi nascosti, come i locali ricavati all’interno delle imbarcazioni sulle rive del fiume Mississippi, e poi nelle città che divennero sinonimo dello stile di vita legato al gioco, come New Orleans e Chicago.

La legalizzazione del gioco d’azzardo a stelle e strisce cominciò, guarda caso, proprio durante un periodo di crisi, dopo il 1929. Il Nevada, ora famoso per i pacchiani hotel di Las Vegas, iniziò a normare i casinò già nel 1931. Le leggi nacquero non tanto per un cambiamento di costumi morali, ma per esigenze economiche: servivano soldi e non si potevano alzare le tasse, così si imposero dei prelievi al gioco d’azzardo. I tentativi iniziali furono timidi. Si consentiva, ad esempio, il gioco del bingo negli scantinati delle chiese, ma non molto più. Nel 1963, poi, il New Hampshire creò una lotteria, gestita direttamente dallo stato. Era la prima volta. I dubbi e i moralismi, naturalmente, non mancarono.

Particolarmente interessanti sono le riserve indiane, enclave a statuto speciale dove si possono aprire centri per il gioco d’azzardo in presenza di un accordo tra lo stato e i pellerossa. Per le tribù, che hanno un regime di tasse più leggero del normale, è un affare. Degli oltre cinquecento gruppi riconosciuti a livello federale, circa trecento ospitano giochi. Il guadagno dei quattrocento casinò indiani (diversi da quelli “commerciali”) è di circa 15 miliardi di dollari all’anno. L’Indian Regulatory Act, la norma regina in materia, impone che i ricavi vadano a finanziare lo sviluppo economico delle tribù, il loro benessere e così via. A parte qualche gangster dalla pelle rossa, solitamente i soldi sono guadagnati davvero a fin di bene, anche perché al di là del turismo le tribù non hanno molti altri mezzi per sostentarsi. Anche in questo caso, comunque, il regolamento è abbastanza rigido. I giochi d’azzardo indiani sono suddivisi in tre classi. La prima, relativa a quelli dove si gioca e si guadagna di meno, è gestita direttamente dalla tribù. La seconda, che comprende il bingo, viene controllata anche dalla commissione nazionale che gli indiani d’America hanno costituito per il gioco d’azzardo. La terza, quella più remunerativa grazie a casinò, roulette e slot machine, deve avere la luce verde del governo statale.

Matteo Bosco Bortolaso - Il Fatto Quotidiano -17 novembre  2010

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