You are here : Home editoriali Da Berlino una lezione per l'Italia
editoriali

Da Berlino una lezione per l'Italia

E-mail Stampa PDF
Duro per l'Italia l'insegnamento tedesco. Le dimissioni del presidente della Germania, richiesta dal cancelliere Merkel, non hanno provocato un terremoto. Da noi sarebbe stato impensabile pretendere da Scalfaro anni fa, da Silvio Berlusconi fino a qualche mese fa, lo stesso gesto. E' sacrosanto che chi è investito di tanto potere non debba godere privilegi particolari. Negli Stati Uniti è così. In Gran Bretagna è così. Solo in Francia si cerca di scimmiottare l'Italia. Però in alcuno di questi paesi si attacca la magistratura. Che cerca di fare il proprio dovere. Guai se il principe oggi fosse legibus solutus, non giudicabile a motivo della sua carica istituzionale. In Germania è tutta un'altra storia (n.d.r.). Questo èl'editoriale di Guido Moltedo su Europa.
Esigenti e intransigenti. Innanzitutto con se stessi. Dunque con gli altri. È questa la lezione che i governanti tedeschi impartiscono alla propria opinione pubblica. E al mondo. Che in questo periodo tiene puntati i riflettori sulla Germania, paese leader e paese chiave di un’Europa che lotta con una crisi di sistema. E sulla quale Berlino vigila con severità.
Potrebbe anche esserci una “lettura” opposta delle dimissioni del presidente federale Christian Wulff: i tedeschi hanno poco da ergersi a maestri col ditino puntato contro le classi dirigenti dell’Europa meridionale. Anche a Berlino i politici si fanno gli affari loro. Salomonicamente, Tobias Pillar, della Frankfurter Allgemeine Zeitung, blocca sul nascere ogni tipo di riflessione morale che si possa ricamare intorno alla vicenda Wulff. Avverte che i tedeschi «non vogliono essere un modello per tutti gli altri» e che «non c’è niente di tutto questo» nell’addio del presidente Wulff. Una vicenda, in sé e per sé, banale. Infatti, il caso si sarebbe potuto chiudere in modo indolore, forse con una semplice ammenda.
Wulff è colpevole di una leggerezza, niente a che fare con il caso Scajola. Nessun appartamento in regalo, ma un prestito agevolato di 500mila euro ottenuto dalla moglie di un imprenditore amico per una casa tutt’altro che glamour. La sua vera colpa? Aver cercato di coprire il fatto, perfino tentando di impedire che la Bild se ne occupasse. Leggerezze e comportamenti opachi. «In Germania – sostiene Rocco Buttiglione, che conosce bene il mondo tedesco e ha buone relazioni con la Cdu – non è perdonato, a chi occupa la più alta carica dello stato, di lederne il prestigio». Infatti, non è tanto la sua colpa specifica quanto la gestione successiva della vicenda: proprio questo stavano provocando, una ferita all’autorevolezza della presidenza federale. Tanto che c’è addirittura chi si chiede, dice Pillar, se non sia il caso di sbarazzarsi di una carica poco più che cerimoniale.
Eppure, anche le interpretazioni minimaliste devono poi fare i conti con il talento tattico, quasi machiavellico, di Angela Merkel, che – qualunque sia la “lettura” della vicenda – sta trasformando un suo guaio politico in opportunità. Sul lato europeo, usa appunto il caso per dire che il sistema tedesco è al riparo dai rischi di mala gestione e di corruzione, patologia dei paesi mediterranei. Non si può pensare che un presidente sia un santo, avverte Tobias Pillar, però c’è un apparato in grado di intervenire con la dovuta severità, anche nei confronti del capo dello stato. Non sarà proprio così, ma questa è la “narrazione” che ha saputo imbastire la Kanzlerin, non intervenendo subito nella faccenda, ma lasciando che Wulff cuocesse nel suo brodo, fino a far diventare inevitabili le dimissioni del “suo” presidente e perfino farle apparire come un suo merito. E prendendo tempo, non solo ha stemperato le sue responsabilità, ma ha creato le condizioni per un mutamento, da lei non certo auspicato ma probabilmente ritenuto inevitabile, per cambiare gioco. E aprire il tavolo, intorno a una elezione condivisa del successore di Wulff, di una trattativa con l’opposizione in vista di una futura Grande coalizione.
Se questo è davvero lo scenario aperto dalle dimissioni di Christian Wulff, siamo di fronte all’ennesima prova di come la cancelliera sappia muoversi con cinica agilità di fronte alle difficoltà. E di come sappia giocare a proprio vantaggio, con lucido calcolo, con le vicende dei suoi compagni di partito.
Non avrà una visione, come spesso le viene rimproverato, non sarà all’altezza del suo maestro Helmut Kohl, ma Angela Merkel ha la tempra di una Margaret Thatcher nella lotta politica. Wulff divenne presidente federale perché stava crescendo troppo come dirigente della Cdu. Dalla Bassa Sassonia, dov’era ministro-presidente, fu spedito alla presidenza federale per toglierlo di mezzo e bloccare un’operazione che guardava a sinistra, intorno alla figura di Joachim Gauck. Il quale, oggi, invece torna utile per le stesse ragioni per cui fu “bruciato” da Angela. Stessa storia con Friedrich Merz. Con Günter Oettinger. Con Friedrich Merz. Con Roland Koch.
Una dopo l’altra tutte le stelle nascenti nell’universo cristiano-democratico sono cadute a terra, con promozioni mirate (Merkel è maestra impareggiabile del promoveatur ut amoveatur) o con irreversibili ruzzoloni nel dimenticatoio, come Karl-Theodor zu Guttenberg, il ministro della difesa costretto alle dimissioni per aver copiato interi capitoli della sua tesi di dottorato di ricerca.
Solo il ministro delle finanze Wolfgang Schäuble sa tener testa alla cancelliera, fino a proporre linee alternative, anche sul delicato dossier greco. E infatti anche lui è nella rosa dei successori di Wulff. È una capacità, quella della Merkel, di tenere il timone anche nella tempesta.
Ma la sua indole machiavellica – finché sarà lei alla guida della cancelleria e numero uno dell’Europa – andrà tenuta nel debito conto, specie se effettivamente episodi come le dimissioni di Wulff dovessero rientrare nella categoria dei nemici scomodi da bruciare piuttosto che nell’ambito di una sana ed efficiente vita democratica nel paese guida dell’Europa.
Guido Moltedo- EUROPA - 18 febbraio 2012