Che la giustizia debba affrontare qualche suo problema è la scoperta dell'acqua calda. E' di una ovvietà... Ma non si risolveranno mai i guai di una giustizia eccessivamente lenta ma non per colpa esclusiva dei magistrati. E non c'entra nulla la separazione delle carriere, come rischia di aggravare i problemi affibbiare a giudici e pm responsabilità di carattere civile (come ipotizzare migliaia di cause per ottenere il risarcimento per cattive loro decisioni) un provvedimento del Senato che dovesse confermare il voto della Camera. Molti osservatori parlano di una trappola tesa "quando meno te l'aspetti" per mettere in difficoltà il premier Monti. E così è, infatti. Se pm e giudici rischiassero in prima persona sul piano economico per errori giudiziari, non affronterebbero mai più procedimenti dall'esito incerto. Questo significherebbe meno giustizia per molti cittadini e solo ed esclusivamente chi se lo può permettere (personaggi facoltosi alla Berlusconi o alla De Benedetti) potrebbe farla sempre e sistematicamente franca, perchè ricorre, appella, contro appella fino ad ottenere o la prescrizione (Silvio, vicenda Mills, insegna) o se del caso impostare una causa contro il pm di turno per "legittimo sospetto" o di risarcimento milionario che potrebbe atterrire chicchessia, ma non loro, con tutti gli avvocati che sono in grado di tirarli fuori dai guai (n.d.r.). Ecco come Giovanni Bianconi del Corriere della Sera valuta il voto della Camera.
Ha le sembianze e i tempi di una trappola il voto della Camera sulla responsabilità civile dei magistrati, dietro cui si nascondono finalità che hanno poco o nulla a che fare con la materia sulla quale è scattata. L’aspetto ingannevole riguarda il contesto in cui un deputato leghista ha presentato l’emendamento che introduce la possibilità di rivalersi contro il giudice che abbia danneggiato qualcuno con «manifesta violazione del diritto »; l’ha infilato nel disegno di legge sugli «adempimenti degli obblighi derivanti dall’appartenenza dell’Italia alle Comunità europee», col pretesto dell’adeguamento a una recente sentenza della Corte di giustizia dell’Ue. Che però riguardava la responsabilità degli Stati, non dei singoli magistrati. I tempi, poi, sembrano scelti apposta per mettere in difficoltà il governo e la sua «strana» maggioranza, votando un provvedimento sul quale il ministro aveva espresso parere contrario e ricomponendo la vecchia coalizione Pdl-Lega contro Pd e Terzo Polo (al netto dei franchi tiratori). Nella foto il ministro di Grazia e Giustizia Paola Severino
Tanto per far capire che l’esecutivo è sottoposto a continua pressione. Ma a parte il movente dell’agguato, il danno peggiore rischia di subirlo una sensata e organica — quanto ipotetica, forse illusoria — riforma della giustizia. All’interno della quale si dovrebbe e potrebbe affrontare anche il complesso e scivoloso tema della responsabilità civile deimagistrati, che meriterebbe soluzioni serie e meditate. Non certo un’accettata come quella vibrata ieri dal voto dell’Aula, dalle pericolose conseguenze, che ha subito riacceso il conflitto tra politica e giustizia. Un colpo di mano politico che c’entra poco con i reali diritti dei cittadini, al quale i radicali si sono associati pur di muovere qualcosa in una battaglia che li vede protagonisti, pressoché solitari, da un quarto di secolo.
Dall’inizio della legislatura giacciono in Parlamento disegni di legge su quella materia, impantanati in una discussione mai iniziata o appena abbozzata. È la dimostrazione più evidente che alla ex maggioranza la materia interessava poco, ché altrimenti avrebbe avuto il tempo di varare norme organiche. Evidentemente anche questa eventualità è stata fagocitata da altre emergenze, legate ai processi a carico di Silvio Berlusconi. Le tossine del conflitto permanente dovuto a quella situazione sono rimaste in circolazione, e continuano a produrre effetti collaterali come la norma varata ieri. Che così com’è scritta, porta con sé il rischio che un giudice chiamato a decidere su una controversia (e quindi a interpretare la legge) pronunci il suo verdetto condizionato dalla forza economica delle parti in causa, per evitare problemi; come ha scritto su queste colonne il professor Trimarchi, docente emerito di Diritto civile alla Statale di Milano, c’è la concreta possibilità «che si senta indotto a preferire non già la soluzione più giusta, bensì quella che implica per lui stesso un minor rischio di danno risarcibile ».
Questa e altre considerazioni andrebbero almeno tenute in conto, nell’affrontare una questione che è tecnico-giuridica prima ancora che politica. Non perché la politica debba per forza lasciare il posto ai professori. Anzi. Ma ascoltarne il parere non guasterebbe.
Giovanni Bianconi - Corriere della Sera - 03 febbraio 2012





