
Uno dei grandi problemi dell'Italia non è la flessibilità nei rapporti di lavoro, bensì nella precarietà degli stessi. Ultimamente molti, troppi, lavoratori con contratti a termine, sia nel settore privato che nell'ambito delle pubbliche ammnistrazioni sono stati lasciati a casa per le difficoltà delle aziende. Se non c'è chi acquista i tuoi prodotti, è inuti che tu li produca. Il caso della Fiat è esemplare. Marchionne in Italia ha grossi problemi di mercato, nel resto del mondo no. In Italia incontra tanti vincoli, i famosi lacci e lacciuoli, e preferisce puntare sugli Usa e in Brasile, dove con i sidacati ha mano libera o quasi. Ci sarà una via di mezzo tra il modello eccessivamente liberista americano o il farraginoso sistema italiano? Intanto all'estero segnano positivi punti di svolta, in Italia si va come i gamberi. E il Paese continua a soffrire( targato Fiom di Mauriuzio Landini ?(n.d.r.). Questa l'analisi su Il Sole 24 Ore di Carlo Bastasin.
Come è noto, nei primi dieci anni dell'euro l'Italia ha perso circa il 30% di competitività rispetto alla Germania. Si tratta di un calcolo che normalmente viene fatto considerando il costo unitario del lavoro, la componente più importante nei paragoni internazionali. La divergenza tra i due paesi ha fatto pensare a due sistemi economici troppo diversi per tornare a convivere anche una volta che fosse finita la fase più acuta della crisi dell'euro area. Tuttavia, se si calcola la competitività di Italia e Germania come la differenza nei prezzi finali a cui le merci e i servizi sono stati venduti dai due paesi sui mercati internazionali, la differenza è stata minima, di solo pochi punti percentuali. E in fondo è quello che ci dice la bilancia con l'estero dell'Italia che registra un passivo tuttaltro che irrimediabile.
Quello che è successo in Italia è che il mantenimento di salari rigidi ed elevati per una fascia di lavoratori è stato pagato dalla fascia meno protetta, spesso immigrati, giovani, donne e lavoratori in nero.
La differenza tra flessibilità e precarietà si è rivelata nell'incapacità dell'economia italiana di riprendersi nel 2009-2011 e di recuperare il livello di attività precedente. A lungo andare infatti la coesistenza di due sistemi - uno rigido e uno totalmente precario - si rompe. Quando il settore precario viene cancellato da una crisi, l'economia diventa così debole che anche il settore protetto finisce per non essere più sostenibile.
L'esempio tedesco è speculare. Dopo una lunga serie di riforme, alla fine del 2008 la crisi è stata affrontata introducendo sistemi di impiego a part time dei lavori regolari. La forza lavoro è rimasta in attività fino a quando, dopo meno di sei mesi, non è stato possibile riprendere i normali cicli produttivi. Una riforma del mercato del lavoro in Italia sembra quindi giustificata dall'esperienza tedesca. Ma un dubbio è legittimo: sarà una rincorsa senza fine verso il basso? bisognerà continuare a ridurre i salari e le garanzie per rincorrere i terribili tedeschi?
Qualcosa sta cambiando in Germania in senso favorevole agli sforzi italiani. La caduta della disoccupazione tedesca a un livello minimo da 30 anni - nel gennaio 2012 è stata pari al 5,5%, la più bassa dal 1983 - sta spostando il centro del dibattito politico tedesco dal continuo aumento della competitività all'aumento del reddito per vari settori del lavoro dipendente.
Un fattore che sta modificando il mercato del lavoro tedesco è la sensibile scarsità di forza lavoro. Le generazioni che si avvicinano alla pensione sono infatti molto più numerose di quelle che stanno entrando in età lavorativa. Nei prossimi vent'anni il numero dei pensionati aumenterà del 50%, mentre quello dei nuovi lavoratori scenderà del 20%.
La disoccupazione sembra avere sfondato al ribasso il livello che un economista definirebbe 'naturale', al di sotto del quale scattano maggiori aumenti dei salari reali. Le organizzazioni sindacali più importanti stanno sfruttando questo nuovo assetto nei rapporti di forza tra offerta e domanda di lavoro con richieste di aumenti del 6,5-7%, nonostante il rallentamento dell'economia indotto dalla crisi dell'euro area. Anche se gli aumenti di quest'anno fossero pari al 3%, meno della metà delle richieste, sarebbero comunque i più alti da quasi vent'anni.
Il clima elettorale che si comincia a sentire in Germania in vista del voto del 2013 ha fatto si che perfino il partito della cancelliera Merkel abbia approvato nel novembre scorso misure di sostegno ai redditi dei lavoratori, sposando la richiesta di un salario minimo per tutti i settori dell'economia.
Lo sviluppo in corso sul mercato del lavoro tedesco è importantissimo perchè fa capire che alla fine del processo di riforma del mercato del lavoro - e dell'abbattimento della disoccupazione - non c'è per forza la continua erosione del reddito dei lavoratori, ma può finalmente esserci il recupero.
Infine si tratta di un cambiamento di direzione fondamentale per la tenuta futura dell'area euro, la cui crisi origina in parte proprio dalla restrizione salariale tedesca degli anni passati. Il calo della domanda e delle importazioni tedesche aveva aggravato gli squilibri nelle bilance dei pagamenti nei paesi della periferia che ora sono costretti a deflazione e austerità fiscale per recuperare il disavanzo con l'estero e quello conseguente dei risparmi dello Stato o delle famiglie.
La rinuncia alle garanzie è sempre dolorosa, tanto più quando riguarda il lavoro. Esservi costretti senza la prospettiva che le cose possano migliorare, richiederebbe eroismo o disperazione. Ma i fatti dell'economia tedesca dimostrano che la speranza c'è e che la riforma è materia di convenienza e non di eroismo.
Carlo Bastasin - Il Sole 24 Ore - 04 febbraio 2012





