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Tasse, slot machine, mafia e Stato

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NAPOLI -Il gioco d'azzardo consente ad uno Stato vorace di recuperare decine di migliaia di euro di tasse; nel contempo la criminalità organizzata (mafia, 'ndrangheta, camorra, sacra corona unita e cani sciolti) approfitta dell'incapacità di tutti i governi di stanare per tempo gli evasori pur conoscendo per nome e per cognome chi evade. Perchè francamente appare difficile accettare che un imprenditore di un'azienda x possa dichiarare un reddito inferiore a quello di un suo dipendente o che il titolare di un istituto di bellezza dichiari un reddito di poco superiore a quello di un pensionato al minimo! Non è più tollerabile. Nell'articolo che segue di Amalia De Simone apparso sul Corriere della Sera ecco quanto documentato sulla pulizia del denaro sporco operato dalle mafie italiche (n.d.r.).

Le mafie ripuliscono il loro denaro sporco anche attraverso portafogli e tasse degli italiani. Non è una semplificazione. Soprattutto davanti ad un documento come quello che pubblichiamo: un manoscritto di Renato Grasso nel quale, l'imprenditore condannato per mafia che per vent'anni ha gestito in Italia buona parte del business dei giochi con il placet dell'Amministrazione Autonoma dei Monopoli di Stato - (Aams) l'organo del Ministero dell'Economia e delle Finanze addetto alla gestione del gioco pubblico -, conferma ai giudici di aver riciclato soldi per i clan. E precisa: non solo ha avuto rapporti con i 22 gruppi mafiosi già individuati dagli inquirenti, ma anche con altre 52 cosche della camorra. La «lavanderia italiana» che le procure ancora non conoscono. Il che significa che negli anni, ben 74 clan della camorra si sono rivolti a lui per organizzare la loro lavanderia di denaro sporco e che lo hanno fatto usando un meccanismo che riguarda direttamente le tasche dei contribuenti italiani e di quelli che affidano alla fortuna qualche risparmio: il sistema dei giochi legalizzato dal 2004 e gestito dai monopoli di Stato. La lista è impressionante: almeno tre clan per quartiere o area geografica delle varie città campane. Non c'è faida che tenga: la lavanderia è unica anche per i più acerrimi nemici. Infatti nell'elenco ci sono clan che si sono combattuti per anni facendo decine di morti ammazzati e che invece sono uniti nello stesso elenco: affidavano le loro finanze al re dei giochi.

L'ELENCO - Sembra quasi un censimento noir. Un elenco scritto a mano da un signore capace, nonostante una condanna per mafia di diventare socio (con due distinte imprese) della famiglia Mastella e anche della famiglia Iovine. Si, proprio quelle dell'eurodeputato di Ceppaloni ed ex ministro della giustizia e dell'ex superlatitante Antonio Iovine detto 'o ninno', tra i capi dei casalesi, arrestato solo l'anno scorso dopo 14 anni di ricerche. Ma soprattutto un signore capace, con quella condanna definitiva per 416 bis e per estorsione (5 più 4 anni), di ottenere con le società di famiglia, favolosi contratti con i Monopoli di Stato e con due società del calibro di Lottomatica e Sisal (come risulta dai provvedimenti giudiziari a carico di Grasso e anche da un suo memoriale nel quale scrive «I miei fratelli ebbero la grande opportunità di ottenere dei contratti in esclusiva per la distribuzione delle New Slot in tutta Italia a favore di oltre 2.500 ricevitorie e agenzie»). «Le concessioni per le slot - spiega Aldo Burzo, amministratore giudiziario di alcune società sequestrate a Renato Grasso - sono una decina e Grasso entrò nel business attraverso accordi commerciali di società riconducibili alla sua famiglia con Lottomatica e Sisal». I suoi affari ormai spaziavano dalle scommesse sportive ai giochi on line, dalle slot alle sale bingo. Ma il curriculum penale di Grasso evidentemente non è stato mai un problema.

L'INDUSTRIA DEI GIOCHI - Eppure quella dei giochi è la terza industria in Italia con 120 mila lavoratori e un fatturato che quest'anno sarà vicino a 80 miliardi di euro, tra il 4 e il 5% del nostro Pil. Renato Grasso è sempre stato il re dei giochi leciti e illeciti e dopo aver fatturato 300 milioni di euro all'anno, essere stato latitante e aver conosciuto a più riprese il carcere, forse sta smettendo i panni di «imprenditore testimone» come si era autodefinito per indossare quelli di pentito, anche se non c'è nulla ancora di ufficiale. Uno dei suoi fratelli (ne ha 13) Luciano, non ha retto al peso delle indagini e dopo un periodo di depressione, pochi mesi fa si è tolto la vita con un colpo di pistola. Il suo corpo è stato trovato sul terrazzo del palazzo dove viveva.
Renato Grasso, dopo un primo memoriale consegnato ai pm nel 2009 subito dopo aver bussato al portone del carcere per consegnarsi e mettere fine alla sua latitanza, aspetta due anni prima di vuotare del tutto il sacco. Lo fa in maniera scarna con poche frasi e due elenchi. Innanzitutto spiega perché è pronto a collaborare con la giustizia: «Dopo una lunga riflessione personale ho mutato la mia inutile convinzione, che per il solo fatto di essere stato anche vittima di alcuni clan della camorra, potessi giustificare o eludere le mie reali responsabilità penali. Per tanto ho deciso di rivelare tutto quello che è necessario, di mia conoscenza dei fatti di dar modo alla giustizia di fare il suo corso, con maggiori riscontri (...) Soprattutto per avere la possibilità di recidere definitivamente tutti i rapporti con la criminalità organizzata anche per il futuro. Tanto premesso confermo e confesso di aver avuto rapporti di interessi economici, relativi alla mia attività lavorativa per la distribuzione del mercato dei videopoker accordandomi con gli esponenti, di volta in volta, anche contemporaneamente egemoni, nei singoli quartieri di Napoli e provincia». Ora arrivano i primi verbali «collaborativi» davanti ai pm Antonello Ardituro e Catello Maresca della dda di Napoli che con le loro inchieste hanno scoperchiato il sistema, datati 7 e 16 giugno e primo luglio 2011. E così “o presidente” (questo il suo soprannome) comincia il suo racconto dettagliato sulle sue società, sui rapporti con tantissimi clan e con boss del calibro di Giuseppe Setola ('o cecato'), su carabinieri, vigili e poliziotti che aveva assoldato per fargli da guardiaspalle e di tanto altro.

GLI AFFARI - Negli anni '80 erano flipper e juebox poi è stata la volta dei videopoker illegali ma una decina di anni fa tutto è cambiato. Gli affari dei Grasso viaggiano su due filoni quello delle slot e quello delle sommesse sportive. Ciò che in Italia fino al 2004 era stato illegale e cioè videopoker e totonero, viene regolato e legalizzato. Così si assegnano le concessioni per i giochi: poche, meno di una decina quelle per la gestione delle «macchinette», molte di più quelle per le scommesse sportive. Viene anche stabilito che chi non ha una serie di requisiti di onorabilità (ovviamente si prevede l'esclusione degli imprenditori coinvolti in indagini di mafia) non potrà mai sperare di diventare concessionario di giochi pubblici. Una regola che invece, come si legge nelle migliaia di carte dei processi che riguardano i Grasso, diventa facilmente carta straccia. Tanto che il pm Antonello Ardituro auspica maggiori controlli e una modifica legislativa: «Le concessioni dei monopoli vengono assegnate senza che vi siano i necessari controlli antimafia e quindi ci capita di imbatterci in società che sono concessionarie dell'ente pubblico o a partecipazione pubblica che non rispettano i requisiti e le certificazioni antimafia, come è successo per la famiglia Grasso. Nonostante Renato Grasso fosse stato condannato per 416 bis (associazione per delinquere di stampo mafioso) con sentenza passata in giudicato, i fratelli riuscivano tranquillamente ad avere questo tipo di concessioni. Sarebbe auspicabile una modifica della normativa in materia».

LE AZIENDE - Nel primo settore, quello delle macchinette, le aziende dei Grasso diventano leader grazie a contratti stipulati da società di famiglia con concessionari dei Monopoli di Stato, Lottomatica e Sisal. Un esempio su tutti potrebbe essere la Wozzup (ora sotto sequestro): in questa ditta che tra il 2006 e il 2008 ha raccolto circa 110 milioni di euro di giocate, Renato Grasso è direttamente socio insieme al fratello Massimo e quindi paradossalmente “'o presidente” accusato di mafia, non si preoccupa nemmeno di procurarsi un prestanome per diventare concessionario di Lottomatica. Un'altra società della famiglia entrata nello stesso affare è la King Slot (anche questa sotto sequestro).
I Grasso, invece, per entrare in affari con la Sisal, usano la DueGi sas, una società anche questa finita più volte sotto sequestro. Nel suo memoriale Grasso spiega che questi contratti diedero l'oportunità alle società di famiglia di distribuire in esclusiva le nuove macchine New Slot su tutto il territorio nazionale in oltre 2.500 ricevitorie estendendo il suo raggio d'azione non solo in Campania ma anche in Lombardia, Toscana, Puglia, Calabria, Abruzzo e Sicilia e riuscendo così a raccogliere fiumi di denaro in giocate pari alla metà dell'intero business italiano dei giochi. Quello delle slot è un affare che permette un po' a tutti quelli che sono nel giro di guadagnare bene e in maniera facile: allo Stato, perché parte delle giocate finisce nell'erario (circa il 12,5%); alle concessionarie e alle loro sub concessionarie in quanto intascano fette consistenti dell'affare; e anche ai singoli bar che installano le macchinette mangiasoldi. Oltre a trattenere la percentuale prevista, i bar hanno a disposizione liquidi per alcune settimane perché lo scassettamento delle slot (e cioè il prelievo) nella maggior parte dei casi avviene con scadenze piuttosto lunghe. Le organizzazioni criminali, secondo le indagini, hanno buon gioco ad inserirsi in varie fasi dell'affare ma soprattutto, ciò che gli inquirenti intendono scoprire è se in qualche modo abbiano finanziato Grasso all'inizio del business e cioè nel momento in cui andavano acquistate e distribuite le slot. Un investimento non da poco, anche per "o presidente" ma non certo per decine di clan della camorra. Anche la mafia fa capolino nelle indagini sui Grasso: per creare in dieci regioni italiane una delle più fiorenti reti di controllo e gestione di sale Bingo, società e ditte individuali che operavano tutte nel settore delle scommesse pubbliche, “o' presidente” si era affiancato un personaggio siciliano. Il suo nome è Antonio Padovano. Gli inquirenti lo ritengono contiguo a esponenti della criminalità organizzata catanese alcuni dei quali ai vertici della famiglia "Cosa Nostra Etnea". Fu arrestato alla fine del 2000 per 416 bis e successivamente raggiunto da un ordinanza di custodia cautelare nella quale il Gip di Caltanissetta sottolinea la contiguità ai Santapaola di Catania ed il patto tra lo stesso Padovani e i Madonia per l'apertura di numerose sale scommesse tra Gela e Niscemi e l'assunzione quale responsabile dell'area siciliana del genero di Piddu Madonia. Il nome di Padovani spunta anche in un'inchiesta che dimostra come i casalesi, quelli di Setola, Iovine e Zagaria, attraverso un sistema di scatole cinesi, cessioni di rami d'azienda e prestanomi, abbiano riciclato soldi. Grasso teneva i contatti con la cosca principalmente attraverso Mario Iovine, detto "Rififi". Come? Con l'acquisto di sale bingo, molte delle quali nel salotto buono milanese .

LE SCOMMESSE SPORTIVE - L'altro filone battuto da Grasso è quello delle concessioni per le scommesse sportive. Qui “o' presidente” la fa veramente da padrone riuscendo a raccogliere decine di contratti dai Monopoli. Comincia con la Betting 2000, una società attualmente in amministrazione giudiziaria. La Betting2000 strappa subito la concessione dai Monopoli di Stato e poi arrivano anche la Sistersbet e la Mediatelbet. Insomma dalle tasche dei cassieri dei clan a quelle di Renato Grasso per poi rifluire in una cascata di società che acquistano sale bingo nel nord Italia, piazzano migliaia di slot (praticamente in regime di monopolio) e gestiscono i flussi di scommesse sportive.
Tornando alla Betting 2000, spuntano i cognomi Mastella e Lonardo. Già perchè la Betting come è possibile verificare da semplici visure camerali, è socia della società Sgai betting nella cui compagine societaria figurano Italico e Carlo Lonardo, fratelli della ex presidente del consiglio regionale campano Sandra Lonardo e per un periodo anche Pellegrino Mastella, figlio della Lonardo e dell'ex guardasigilli ed attualeparlamentare europeo Clemente Mastella. «Nel campo delle scommesse sportive – spiega Aldo Burzo, amministratore giudiziario di alcune società sequestrate a Grasso - le società riconducibili a Renato Grasso, sono entrate acquisendo delle concessioni da una società che ne deteneva una notevole quantità, la Sgai, che aveva tra i suoi proprietari la famiglia Mastella o Lonardo». Che fine ha fatto la Sgai betting? Le concessioni risultano tutte vendute appena alcuni giorni prima del sequestro. Per il resto la società è svuotata e messa in liquidazione. La politica in senso lato si incrocia anche per altre vie con i destini dei Grasso: Massimo Grasso, fratello di Renato - anche lui accusato di vari reati -, è stato anni fa, il consigliere comunale del Pdl più votato a Napoli e in più convive con una delle gemelline De Vivo, aspiranti subrettine ma ormai più note per le serate del bunga-bunga ad Arcore (vengono citate e intercettate nel fascicolo della procura di Milano sul caso Ruby) che per la loro partecipazione all'”Isola dei famosi”.

I RETROSCENA - La storia di Renato Grasso si arricchirà di particolari se il suo protagonista continuerà a svelare i retroscena della sua «lavanderia» italiana e se gli inquirenti riusciranno a capire se un nuovo re dei giochi si sta affacciando sul panorama italiano al posto di Grasso. Per ora resta da raccontare ancora un paradosso: «Poiché le concessioni sono spesso legate alla personalità dell'imprenditore - spiega il pm della dda Antonello Ardituro - molto spesso assistiamo a delle revoche quali le sospensioni delle concessioni nel momento in cui interviene il sequestro delle società da parte dell'Autorità giudiziaria con l'evidente paradosso che l'impresa mafiosa è stata concessionaria per tanto tempo e nel momento in cui interviene lo Stato con l'amministratore giudiziario, questa concessione viene revocata perché non sussistono più i requisiti con l'effetto molto rilevante sul territorio di dare l'idea che finché l'impresa mafiosa è libera e lavora da la possibilità anche ai cittadini; quando interviene lo Stato con il sequestro, le imprese sono destinate miseramente a chiudere».

- Corriere della Sera - 17 febbraio 2012

Il dramma del lavoro oggi, assunzione con lettera di licenziamento

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Si discute tanto della riforma dell'art. 18 sui cui si stanno irrigidendo i sindacati, ma in realtà uno dei problemi più odiosi da affrontare è la pretesa (illegittima) dell'imprenditore di far sottoscrivere alle donne, all'atto dell'assunzione, una lettera di licenziamento, per cui se la dipendente rimane incinta viene immediatamente cacciata dal posto di lavoro. E' evidente la violazione dell'art. 3 della Costituzione pert l'evidente discriminazione (n.d.r.). Questo il racconto di Maria Novella De Luca su la Repubblica.

Prima arriva la promessa e poi l'inganno. Prima il contratto a tempo indeterminato e, pochi minuti dopo, la lettera di licenziamento. Si può essere "dimissionati" per decine di pretesti, ma i motivi più frequenti sono la nascita di un figlio, una malattia, l'età, i rapporti con il sindacato. Una prassi illegale che coinvolge in percentuale il 60% delle lavoratrici donne e il 40% dei lavoratori. Non riguarda solo la manodopera operaia, tessile e artigiana, ma si estende anche al personale impiegatizio di piccole e medie aziende. Nella foto un'operaia al lavoro in un'azienda

Accade nei cantieri, nei negozi, nei centri commerciali, nelle botteghe artigiane, nelle imprese. Tra le ricamatrici di abiti da sposa di Barletta come tra gli operai delle officine metalmeccaniche di Terni. Nelle aziende in crisi ma anche in quelle sane. Dove ci sono 10 dipendenti, ma anche 50. Al Sud e al Nord. Si chiamano "dimissioni in bianco" e  sono una delle piaghe più sommerse e invisibili del mercato del lavoro in Italia, la clausola nascosta del 15% dei contratti a tempo indeterminato, un ricatto che colpisce due milioni di dipendenti, in gran parte donne.

Ricorda Fabrizio B., meccanico specializzato di 34 anni, oggi a contratto in una grande acciaieria umbra: "Con un'unica penna ho firmato la mia assunzione e le mie dimissioni, la speranza e la condanna, sapevo che era un ricatto, sapevo che era illegale, ma avevo due figlie piccole, un mutuo, e il bisogno, disperato, di uno stipendio. Era il 2003: cinque anni dopo, quando mi sono opposto a turni di lavoro disumani, il mio principale dopo mesi di mobbing ha tirato fuori la lettera e ci ha messo la data. Sono stato cacciato, ma in realtà risultavo "dimesso". E dunque senza possibilità di oppormi, di avere né disoccupazione né altro... Ho impiegato anni per riprendermi, il mio matrimonio è fallito, ho rischiato di perdere la casa. E oggi ancora ne porto i segni".

Si annida dappertutto il fenomeno delle dimissioni in bianco,  rappresenta oltre il 10% di tutte le controversie di lavoro dei patronati Acli, il 5% delle vertenze degli uffici Cisl, spunta come una gramigna cattiva da ogni interstizio produttivo,  tra le commesse dei negozi di lusso come tra gli impiegati delle agenzie di servizi, nell'edilizia senza regole che cementifica le nuove periferie, ma anche nelle botteghe artigiane  dell'orgoglio made in Italy.

E nell'80% dei casi resta un reato impunito e taciuto. Ma che cosa è questa prassi illegale che coinvolge in percentuale il 60% delle lavoratrici donne e il 40% dei lavoratori maschi, la manodopera operaia, tessile e artigiana, ma si estende anche e con una percentuale del 25% , al personale impiegatizio di piccole e medie aziende? Come si fa a ricattare così un lavoratore, ma soprattutto una lavoratrice, (le donne spesso vengono "dimissionate" non appena tornano dalla maternità) con una distorsione delle regole tanto evidente che il ministro del Lavoro Fornero, su pressione di  diversi gruppi di donne, ha annunciato a breve un provvedimento per rendere impossibili le dimissioni in bianco?

La promessa e l'inganno "In pratica - spiega Pasquale De Dilectis, direttore provinciale del patronato Acli di Napoli  -  al momento dell'assunzione le aziende fanno firmare al lavoratore un foglio completamente in bianco, o magari una pagina già compilata ma senza una data, in cui il neo dipendente presenta le proprie dimissioni. Questa lettera viene custodita dal titolare che così può decidere, in ogni momento, di mandare via quell'operaio, quella commessa, o magari quell'impiegato, senza doverlo licenziare, e dunque scaricando se stesso da qualunque responsabilità e mettendosi al riparo da cause e contenziosi...". Perché è difficilissimo, una volta firmata una lettera autografa, dimostrare che si è stati costretti a quel gesto, e spesso patronati e sindacati non possono fare altro che "raccogliere" la storia di quell'uomo o quella donna ricattati e beffati da padroni senza scrupoli.

E si può essere "dimissionati" per decine di pretesti, ma i motivi più frequenti sono la nascita di un figlio, una malattia, l'età, i rapporti con il sindacato. O semplicemente, anzi cinicamente, raccontano ancora alle Acli,  "lo scadere dei benefici della legge 407 del 1990, che permette ai datori di lavoro che assumono a tempo indeterminato di non pagare per 3 anni i contributi al  neo-dipendente che viene coperto direttamente dall'Inps". Passati quei mille giorni la lettera salta fuori, e il lavoratore diventa carta straccia, avanti il prossimo per poter "rubare" i benefici di legge.
Maria Novella De Luca - la Repubblica - 19 gennaio 2012

Dimissioni in bianco

È un fenomeno sommerso che riguarda il 15% dei contratti a tempo indeterminato. Prima si firma la lettera di assunzione e, pochi minuti dopo, quella di dimissioni. Così quando i contributi sono finiti, o serve un taglio del personale, il datore è libero di licenziare chi vuole. Una prassi illegale che riguarda soprattutto le donne

Inchiesta italiana di MARIA NOVELLA DE LUCA
Assunti, ma col licenziamento in tasca una firma per ricattare i lavoratori

Prima arriva la promessa e poi l'inganno. Prima il contratto a tempo indeterminato e, pochi minuti dopo, la lettera di licenziamento. Si può essere "dimissionati" per decine di pretesti, ma i motivi più frequenti sono la nascita di un figlio, una malattia, l'età, i rapporti con il sindacato. Una prassi illegale che coinvolge in percentuale il 60% delle lavoratrici donne e il 40% dei lavoratori

LA NORMATIVA 2

Quella legge eliminata
dal governo Berlusconi

Prima veniva imposto che le dimissioni fossero presentate su moduli identificati da codici alfanumeri progressivi, e validi non oltre 15 giorni dalla data emissione. Purtroppo la legge entrò in vigore soltanto all'inizio del 2008, alla scadenza del mandato. Ma poi il ministro Sacconi l'ha cancellata

  • LA STORIA  3

    Cacciata dopo la maternità
    Adele, dimissionata a 25 anni

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    Pensava che lavorare molto le avrebbe garantito un lavoro certo. Adele sacrificava alla "ditta" amici, vacanze e domeniche. Ma a 23 anni si sposa, a 25 resta incinta. Il bambino però non le consente di fare straordinari e, dopo pochi mesi, il proprietario le dimissioni

  • LA STORIA 4

    Casa, 45 anni e quattro figli
    Antonio, un deluso del Sud

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    La proposta di un contratto a tempo indeterminato, a Somma Vesuviana, sembra un sogno. Quando arriva Antonio dice di sì. Ma il suo capo l'avverte: "Antò, devi firmare anche le dimissioni, senza data, perché quando finiscono i contributi dello Stato, te ne devi andare"

I NUMERI 5

800mila donne
'pronte' a licenziarsi

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I dati sul fenomeno delle dimissioni in bianco in Italia. Una realtà che un lavoratore su quattro ha conosciuto almeno una volta nella sua vita professionale. Ma nell'80% dei casi il torto subito è impossibile da perseguire

L'ALTRA INCHIESTA 6

Lavoro over 35
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Quando si perde il posto dopo i 35 anni è difficile ritrovarlo. Il mercato penalizza questa fascia d'età. A volte anche perché sono troppo qualificati. Funzionano di più le 'segnalazionì e i cv sono come un messaggio in bottiglia. Le tabelle, le interviste e i video

Lavoro nero nelle redazioni

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con un contratto, ma le loro retribuzioni sono da fame: ora una proposta di legge chiede che il finanziamento pubblico sia legato all'equità del loro trattamento economico

 

 

Il quotidiano La Voce di Romagna paga 2,5 euro ad articolo i giornalisti esterni, ma dallo Stato il giornale riceve 2,5 milioni di finanziamento. Il Tempo fissa un tetto massimo di 15 euro e ne incassa 840mila. E chi collabora alla Gazzetta di Modena non può sperare di spuntare oltre 4 euro ad articolo. Ne sa qualcosa Giovanni Tizian, che per i suoi pezzi sulla mafia in Emilia Romagna è finito sotto scorta (guarda il video). Questa la realtà di buona parte dell’editoria italiana. Una realtà che ora, però, potrebbe avere una svolta. Di mezzo, infatti, c’è una proposta di legge, firmata dal parlamentare Udc Enzo Carra, che subordina il finanziamento pubblico a un’equa retribuzione. Insomma, o gli editori iniziano a pagare meglio i cronisti oppure possono dire addio ai milioni dello Stato. La proposta è già stata approvata dalla Commissione cultura della Camera e ora per diventare legge attende il via libera del governo di Mario Monti. Che certo subirà le pressioni degli editori

 

La proposta, firmata dal parlamentare Udc Enzo Carra, ha già avuto l'ok dalla commissione della Camera. E ora attende il via libera dal governo. Il testo prevede una commissione ad hoc per valutare le qualità retributive dei vari editori

Il quotidiano La Voce di Romagna paga 2,5 euro ad articolo i giornalisti esterni, ma dallo Stato il giornale riceve 2,5 milioni di finanziamento. Il Tempo fissa un tetto massimo di 15 euro e ne incassa 840mila di finanziamento pubblico. E chi collabora alla Gazzetta di Modena non può sperare di spuntare oltre 4 euro ad articolo. Ne sa qualcosa Giovanni Tizian, che per i suoi pezzi sulla mafia in Emilia Romagna è finito sotto scorta. Minacciato dalla ‘ndrangheta per quelle righe così malpagate. Questa la realtà di buona parte dell’editoria italiana. Una realtà che ora, però, arriva a una svolta. Di mezzo, infatti, c’è una proposta di legge, firmata dal parlamentare Udc Enzo Carra, e che subordina il finanziamento pubblico a un’equa retribuzione. Insomma, o gli editori iniziano a pagare meglio i cronisti oppure possono dire addio ai milioni dello Stato. La proposta è già stata approvata dalla Commissione cultura della Camera e ora per diventare legge attende solo il via libera del governo di Mario Monti che certo subirà le pressioni degli editori. Spiega lo stesso Carra: “Il governo deve dire se è d’accordo con il Parlamento o se intende negare questa opportunità ad un provvedimento tanto atteso”.

Il testo, in quattro articoli, prevede che una commissione ad hoc stabilisca i parametri retributivi minimi che gli editori dovranno applicare, pena la perdita non solo delle provvidenze (che nel 2012 ammonteranno a 137 milioni di euro) ma anche di tutti i contributi pubblici, compresi quelli accessori per carta, postalizzazione degli abbonamenti, telefono etc. Entro tre mesi dal suo insediamento, dovrà quindi individuare i “trattamenti economici proporzionati alla quantità e alla qualità del lavoro svolto, in coerenza con i corrispondenti trattamenti previsti dalla contrattazione collettiva di categoria in favore dei giornalisti con rapporto subordinato”.

La stessa commissione dovrà poi valutare le politiche retributive di quotidiani, periodici (anche telematici), agenzie di stampa, radio e tv e redigere un elenco dei datori di lavoro che garantiscono il rispetto dei requisiti minimi stabiliti. Una sorta di bollino blu per gli editori. Infine le due righe decisive, scolpite come pietra: “A decorrere dal 1 gennaio 2012 l’iscrizione nell’elenco di cui sopra è requisito necessario per l’accesso a qualsiasi contributo pubblico in favore dell’editoria”.

Insomma, il governo si trova di fronte a una decisione fondamentale per il futuro dell’informazione la cui condizione attuale, invece, conta un esercito di cronisti sottopagati, non tutelati e spesso minacciati. Ad oggi, infatti, precari, autonomi e freelance sono più numerosi degli assunti (24mila rispetto a 19mila) e contribuiscono per oltre il 50% alla realizzazione di quotidiani, periodici, radio, tv e informazione online. Eppure sono sottopagati, privi di tutele e sotto il ricatto continuo di perdere il lavoro da parte di editori che – per contro – fanno man bassa di provvidenze. A fotografare la situazione è il “tariffario dei compensi” realizzato dall’Ordine dei giornalisti sulla base di segnalazioni, note di pagamento e contrattini arrivati dai collaboratori di tutta Italia negli ultimi 18 mesi: Il Mattino paga 21 euro ma dopo 20 articoli non paga più anche se il quotidiano campano ha ricevuto 956.652 euro di contributi, La Repubblica Lazio ha ridotto da 50 a 30 euro i pezzi di 5-6mila battute e ha ricevuto sempre i suoi 16,1 milioni di euro di aiuti, Il Manifesto – che di problemi ne ha parecchi – non ha mai pagato a fronte di 5,3 milioni di contributi, Il Messaggero sotto le 800 battute non paga e i contributi incassati sono 1,44 milioni, Il Tempo, 840mila euro di provvidenze, paga 7,5 euro per articoli sotto i 40 moduli, 15 per quelli superiori; si ferma a 5-9 centesimi a riga il compenso per i collaboratori del Sole24Ore, dimezzato a inizio anno a fronte di 19,2 milioni di aiuti, mentre Libero paga 18 euro anche per un’apertura a chi ha protestato – segnala l’Odg – si visto rispondere “prendere o lasciare”. I contributi sono però 5,4 milioni.

Un blitz degli editori, però, è ancora possibile. Prevedibile che gli associati Fieg marcheranno stretto il governo Monti perché respinga in toto la legge. A spiegare perché è il direttore generale della Federazione degli editori, Fabrizio Carotti: “La materia è già regolata da un contratto collettivo e la sua definizione avviene attraverso il confronto delle parti. Imporre tariffe minime per legge equivale a esercitare un’indebita interferenza tra le parti. Ci chiediamo poi come questo indirizzo sarà accolto dal governo, visto che l’orientamento degli ultimi provvedimenti assunti sulla tariffazione delle attività professionali va nella direzione esattamente contraria. Subordinare le spettanze di contributo pubblici a queste tariffe sarebbe un esercizio poco rispettoso dell’autonomia contrattuale della parti”.

“Ma quali parti? Quale autonomia?” Risponde il presidente dell’Ordine Enzo Iacopino. “I due euro ad articolo non sono il prodotto di una negoziazione tra le parti in condizioni di parità. L’editore semplicemente sfrutta lo stato di necessità del lavoratore e questo è contrario alla Costituzione”.

I prossimi giorni saranno tesissimi e decisivo sarà l’orientamento di Giulio Anselmi, neopresidente Fieg al posto del dimissionato Malinconico. “Non vorrei dover rimpiangere Malinconico – avverte Iacopino – ma non posso non notare come il nuovo orientamento della Fieg coincida con il cambio al vertice. Per un anno la federazione ha avuto un atteggiamento di disponibilità e per due volte, pur eccependo criticità, si è espressa favorevolmente alla legge. Ora il vento sembra cambiato e mi sorprende perché a guidare la federazione è un giornalista professionista di lungo corso come Anselmi”.

Un segnale però c’era stato, ricorda Jacopino, all’ultimo festival del giornalismo di Perugia. “Anselmi era ancora presidente dell’Ansa e ha chiesto a freelance e collaboratori di smetterla con la lamentazione sul precariato, perché i giornalisti che stanno fuori dalle redazioni altro non desiderano che assumere per sé i privilegi dei colleghi contrattati che già li hanno. Proprio lui che può rendere ampia testimonianza dei privilegi collegati ai ruoli che ha avuto nella sua meritata carriera”. Tra giornalisti ed editori, insomma, volano stracci. Ora tocca al governo decidere di quale fare bandiera.

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L'omino coi baffi della Bialetti se n'è andato, la modella della Omsa pure. Se si cercano simboli della fine di una certa industria italiana, il passaggio della crisi ne lascia a decine. Un triennio di recessione ha sconvolto il tessuto produttivo nazionale, travolgendo grandi e piccoli marchi, cancellando aziende storiche della tradizione italiana e lasciando, infine, sul terreno quasi un milione di persone senza più lavoro. Nella foto un corteo di dipendenti Fincantieri a Genova

Distretti al tappeto
- La crisi ha colpito tutti i distretti: dalle piastrelle di Modena al mobile imbottito della Murgia (Puglia e Basilicata), dalle scarpe e le pelli della valle fra Civitanova e Macerata al mobile in legno di Brugnera in Friuli, dalla chimica industriale sull'asse Sardegna-Adriatico (Vinyls, Alcoa, Eurallumina, Nuova Pansac) fino ai casalinghi d'autore della Val d'Ossola. Qui a Omegna, esempio classico di come la maestria artigianale e il design italiano si fanno industria, quando è andata bene si è salvata la "testa" (la progettazione), come dicono i manager per addolcire le delocalizzazioni. Il resto, la produzione, è andato: in Cina le pentole Lagostina, in Cina e Romania la storica Moka dell'omino coi baffi. I lavoratori della Bialetti si sono visti presentare un piano industriale con 85 esuberi su 130 posti e la produzione di cialde da caffè al posto delle caffettiere. Morale, stabilimento chiuso dal 2009, tutti in cig fino al prossimo giugno. Poi si vedrà.

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Nessun settore si salva - Ha chiuso la Streglio che a Torino faceva cioccolata da un secolo e hanno chiuso o sono fallite la Moto Morini e la Malaguti. Tutti i comparti hanno pagato prezzi pesanti. Dall'industria ai servizi, in ogni angolo d'Italia, il passaggio della crisi ha lasciato a terra ogni volta, con i suoi simboli, i destini di singoli, di decine o di centinaia di lavoratori, donne, uomini, famiglie. Cosa è cambiato rispetto al passato? Che a uscire dalla società del lavoro, con i giovani dal contratto a termine, sono stati molti padri e madri "adulti" e persino nonni, finiti in un limbo temporale sempre esposto alle riforme previdenziali, troppo vecchi per trovare nuovo impiego, troppo giovani per la pensione, sospesi in quella mobilità che è quasi sempre statica perché non porta in alcun luogo dove a una prestazione corrisponde un civile salario, ma solo fuori.

Le ripercussioni sociali - Quel fuori è solo in parte nelle cifre di Confindustria o dei sindacati. Lo si coglie semmai nei conteggi della Caritas sulle presenze italiane cresciute alle mense dei poveri o nelle file per il ritiro dei pacchi alimentari. Presto, quando le statistiche saranno pronte, lo si coglierà nel "ritorno" degli italiani in cronaca nera. Quel fuori sono le storie private - parte del Tutto seppure sparse e distanti come le "piccole crisi senza importanza" da cui era iniziato il viaggio di Repubblica.it nella recessione - di chi deve campare con 800 euro di assegno di cassa integrazione, spesso in ritardo di mesi e mesi e i suicidi dei licenziati e degli imprenditori rimasti appesi a crediti inesigibili (perché dovuti da altre vittime della crisi) e a debiti ineludibili perché inseguiti dalla spietata burocrazia delle banche.

La crisi della Pm al Nord - Di tutto ciò non esiste dato nazionale. Servono certezze per attribuire ragioni a un gesto così privato, ma Luciano Cagnin, senatore della Lega Nord, per attaccare il governo Monti afferma che nell'ultimo periodo solo nel Nord Est si sono uccisi 50 imprenditori, "gettati sul lastrico dal sistema bancario e politico". La fonte è ignota, i casi singoli però emergono dall'attualità locale e fanno fenomeno nel Nord Est dove la piccola e media impresa - il miracolo italiano - ha prosperato anche su relazioni aziendali che sono di vicinanza, di paese, quando non parentali e dove la crisi ha imposto il licenziamento di amici e familiari e una sorta di trasmissione comunitaria della rovina.

I numeri freddi -  Poi ci sono le cifre ufficiali, fredde, quelle su cui si fanno le statistiche. Cominciando dagli espulsi, i numeri non sono così certi. Parlando di lavoratori, il triennio della crisi avrebbe portato all'espulsione dal lavoro di quasi 400mila italiani. Secondo la Fillea Cgil, solo nell'edilizia si sarebbero persi 300mila posti di lavoro. Secondo Confindustria, invece, con un calo del Pil dell'1,6%, a fine anno saranno oltre un milione i posti cancellati e 800mila i lavoratori che avranno perso il posto dal 2008 a oggi. Il tasso Istat di disoccupazione è all'8,9% che secondo i calcoli della Cgil diventa dell'11% se si considerano i lavoratori in cassa straordinaria e senza speranza di rientro. Nel 2010 le aziende italiane hanno richiesto un miliardo e 200mila ore di cassa integrazione; nel 2011 si è "calati" a oltre 900 milioni. L'Inail rileva un calo degli incidenti sul lavoro con esito mortale. Secondo i sindacati, il dato è connesso al minor numero di persone al lavoro.

Imprese, società e famiglie -  Stesso scenario dai numeri sulle imprese e le società. Nel 2011 i fallimenti sono aumentati del 7% rispetto all'anno prima (dato Cerved) ed hanno riguardato soprattutto le piccole e medie imprese. Le sofferenze bancarie, i crediti diventati difficilmente esigibili, sono cresciute in un anno del 40%, toccando quota 102 miliardi. L'effetto inevitabile è stato una stretta sul credito, da parte delle banche, che ha contribuito ad accentuare le difficoltà e i tentativi di ripresa delle imprese. In questo contesto si sono mossi anche squali e volpi e dietro i casi estremi come quello Eutelia-Agile-Omega il triennio registra un aumento deciso anche delle bancarotte fraudolente, spesso in danno dei lavoratori oltreché dei soci e del fisco.

Il ruolo della politica - Nel procedere dello tsunami che ha travolto l'economia italiana, in generale la politica si è mossa, tra presenzialismi locali e assenza nazionale, con un'attenzione insufficiente, quasi che non fosse ben consapevole di quello che ogni giorno, in piccole imprese e grandi aziende, stava accadendo. L'esempio dall'alto: il governo Berlusconi è rimasto per mesi senza ministro per lo sviluppo economico, per le dimissioni di Claudio Scajola, nel momento in cui la crisi era al suo apice (maggio 2010) e chiusure, ristrutturazioni, annunci di cassa e licenziamenti diventavano un bollettino di guerra quotidiano. L'interim assunto dal premier aveva scarso valore mentre al Mise si moltiplicavano i tavoli di crisi. Senza un'autorità di riferimento, molte aziende potevano permettersi di ignorare l'invito a partecipare a quei tavoli, a rendere conto delle decisioni annunciate, a trattare e ritrattare. Come fece per mesi, per citarne solo una, la Federal Mogul, multinazionale americana che decise la chiusura del sito di Desenzano per spostare la produzione in Polonia, Russia e India. Gli oltre 180 dipendenti lasciati a spasso rimasero per 596 giorni a presidiare la fabbrica fino ad ottenere, se non altro, un impegno alla reindustrializzazione del sito "sostenuta" finanziariamente anche dal padrone in fuga.

La vertenza cerca media - In questo vuoto di espressione e rappresentanza politica e mediatica, lavoratori e sindacati hanno cercato sul web modi alternativi per far conoscere le proprie vertenze. Il caso più noto è quello dell'Isola dei cassintegrati, racconto in diretta dell'occupazione dell'ex carcere dell'Asinara, attuata per mesi dai lavoratori sardi del polo chimico di Porto Torres davanti allo spettro della chiusura della Vinyls. Ma di molte lotte di questo triennio resta traccia in siti e blog tematici tenuti dai lavoratori come quello di Agile-Eutelia. Il fenomeno è cresciuto soprattutto fra i precari e i giovani e in settori come quello dei call center, altro terreno sul quale  -  a partire dal crac Phonemedia -  gli effetti della crisi si sono accompagnati ad operazioni spregiudicate spesso per beneficiare di fondi pubblici e comunque sempre in danni dei lavoratori.

Riforme in arrivo - E' dunque questo lo scenario in cui si trova a operare il governo Monti e sul quale piomberanno le annunciate riforme del lavoro ed è questo scenario di precarietà contrattuali ed esistenziali a spaventare sindacati e lavoratori se il futuro porterà maggiore flessibilità in uscita con la fine dell'Articolo 18. Né è così semplice pensare di fare come l'omino della Moka: piantare tutto e andare all'estero.
Salvatore Mannironi - la Repubblica - 07 febbraio 2012
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http://inchieste.repubblica.it/it/repubblica/rep-it/2012/02/08/news/lavoro_la_grande_crisi-29273673/?ref=HREC1-10#1

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