Questo racconto, apparso sul «Corriere della Sera» il 20 febbraio 1966, era uno degli elzeviri che Dino Buzzati scriveva regolarmente per le pagine culturali.
A Sparta ci si diverte, ma è una città dura. Il regime ha indirizzato il progresso in modo diverso che da noi. Anziché combattere le malattie, la miseria e le ingiustizie, combatte, con l' educazione, le paure relative. In questa direzione ha fatto uno sforzo immenso. I risultati sorprendono. La paura della morte, per esempio, solitamente così fastidiosa, è stata non dico abolita ma ridotta, nella generalità dei cittadini, di almeno il novanta per cento, rispetto a quella che proviamo noi. Di conseguenza la vita nel paese ha assunto una violenza e una risolutezza addirittura selvagge. La circolazione stradale ne offre un modello. Ogni weekend, i possidenti, che sono la maggioranza, si lanciano sulle autostrade che irradiano da Sparta verso le colline, le montagne, il mare. E ogni volta, prima di domenica sera, si è compiuta una carneficina. Non per questo i gitanti desistono. Anzi, l' automobilismo, portato alla iperbole delle alte velocità e dell' azzardo, è lo sport nazionale. Si direbbe che l' altissima percentuale di incidenti gravi accresca la soddisfazione di chi parte. Pure gli svaghi mondani hanno questo carattere forte e crudele. Racconterò la grande festa organizzata nei giorni scorsi per l' inaugurazione di un grande magazzino, in un palazzo del centro. Gli inviti erano ricercati perché sarebbe stato il ballo più grandioso della stagione. L' architetto Calascibetti, autore dell' arredamento e regista, è un personaggio di moda. Anch' io, benché favorito come straniero, durai fatica a ottenere un invito. Era di rigore l' abito da sera. Andai insieme con la pittrice Antonietta Tosi Banchi e il radiologo Tullio Brosada, comune amico. Alla vigilia, quelli del comitato fecero sapere che il clou della festa sarebbe stato un happening, all' uso di Nuova York. Si intende per happening qualcosa che succede, vale a dire un estroso spettacolo al quale viene fatto partecipare anche il pubblico: sono trovate scenografiche, pantomime, «sketches» di sapore bizzarro o surrealista, divagazioni di artisti. L' annuncio dell' happening accrebbe la curiosità. Non già perché la borghesia di Sparta sia ghiotta di eleganze intellettuali, ma perché era lecito supporre ci sarebbe stata una sorpresa eccitante. Già trecento metri prima del nuovo magazzino, quella sera, la circolazione restò bloccata. Molta gente, venuta in macchina, la riportò a casa per raggiungere poi il centro in tassì o con le varie linee della metropolitana. Cosicché agli ingressi della sotterranea si formarono capannelli di curiosi ad ammirare le belle donne e le toilettes. Si calcola fossero stati distribuiti cinquemila inviti. Poi, come succede, i partecipanti furono almeno settemila. Tutta Sparta era presente: le autorità, la nobiltà, il censo, la grande e la media industria, il foro, la banca, le assicurazioni, lo sport, le arti, tutti i vizi possibili e immaginabili. Per una felice catena di coincidenze, mai una festa, almeno a Sparta, era riuscita così bene. Mai tanta gente altolocata, allegra e decisa a divertirsi. Mai, soprattutto, tante donne giovani, belle, provocanti e di demoniaca eleganza. C' erano delle scollature che si estendevano ad almeno tre quarti della superficie corporea. C' erano delle pettinature folli, delle parrucche viola, verdi e ciclamino. La magnificenza dei tessuti e dei gioielli offuscava la vista. La gioventù scatenata si concentrò al secondo piano dove agivano alternativamente due orchestre. Ritmi massacranti. I ballerini dopo poco entravano in una sorta di trance. Prelevata da un giovanotto biondo coi capelli che gli scendevano a metà schiena, vidi scomparire Antonietta nel gorgo. L' happening si rivelò all' improvviso, senza preamboli. Un tubo trasparente di plastica, lungo centinaia di metri, era stato steso, chissà come, a guisa di biscia; dall' ultimo piano scendeva al pianterreno percorrendo tutte le sale. E rapidamente si gonfiava. «Cari amici» avvertì dai microfoni una simpatica voce d' uomo «le porte da basso sono state chiuse. Fino al termine dell' happening nessuno può uscire.» Che significava l' avvertimento? Mi guardai intorno. Nessuno pareva farci caso. Ben presto si capì in che cosa consisteva l' happening. Gonfiandosi a dismisura, il tubo di plastica avrebbe occupato via via l' intero spazio disponibile premendo gli astanti contro le pareti e il pavimento. Soffice com' era, non dava pensieri. Ma non sarebbe mancata l' aria da respirare? «Cari amici» fece ancora la cordiale voce «vi raccomando di non tagliare il tubo di plastica, di non forarlo e di non tentare di bruciarlo con le sigarette perché è gonfiato con un gas velenoso e infiammabile». Ripeté l' avvertimento in inglese, francese, tedesco e spagnolo, come sugli aerei intercontinentali. A questo punto notai intorno qualche segno di inquietudine. Le grandi vetrate dei saloni non si potevano aprire, erano lastre spesse almeno un centimetro. L' aria era condizionata. Il mostruoso vescicone lucido e teso poggiava ormai sulle teste. Gli orchestrali per poter continuare, issarono delle aste di legno a guisa di tenda. Ma i ballerini erano in difficoltà. Vidi l' architetto Calascibetti, con la graziosa consorte, contornato da una turba che chiedeva spiegazioni. Mi avvicinai. Specialmente eccitato era un signore alto in frac, sui sessanta, che parlava con accento italiano. Ma Calascibetti non faceva una piega. «Amici, sono anche io qui, non c' è niente da temere. Gli happening si sa come cominciano, non si sa come vadano a finire. Nella peggiore delle ipotesi...». «Cosa intende dire?» chiese il frac sui sessanta. «Intendo dire, amico mio, che nella peggiore delle ipotesi moriremo tutti soffocati. Il che sarebbe un risultato brillante, non le pare?». «Non capisco» fece l' altro cercando di alzare la pneumatica coltre che gli premeva sul cranio. «Io voglio uscire». «Mi dispiace, signore, è impossibile». «Questa è una pazzia... Io sono straniero... Io sono diplomatico... Farò scandalo...». «Niente paura» continuò l' architetto flemmatico. «Io scherzavo. Non moriremo asfissiati. Morirà uno solo». «Cosa?». «Un morto ci sarà. Uno solo. Un morto a caso. Procedimento interessante. Ideato dall' amico Florio. Tra poco vedrete». «Non accetto. Io sono straniero. Io sono diplomatico. Se voi siete dei barbari io... Mi faccia accompagnare all' uscita!». «Al contrario, signore. Lei è un invitato di riguardo, noi dobbiamo trattenerla». «Basta! Dovevate avvertirmi prima!». «Al contrario, signore. La sorpresa è il sale della serata. Senza la sorpresa, lei...». «E l' autorità permette?». «L' autorità, signore, si è mostrata comprensiva. Data la importanza della festa, da principio chiedeva almeno dieci morti, cinque uomini e cinque donne. Sarebbe stato magnifico... Tuttavia, considerata la presenza di numerosi stranieri... hanno accondisceso... Insomma tutto si ridurrà a una inezia». «Lei è pazzo, signore. Io, io... Mi faccia accompagnare all' uscita». Un movimento della folla separò i due altercanti. Alquanto soffocate dal vescicone, voci di entusiasmo si levarono e mani si agitarono ad applaudire nell' esiguo spazio superstite. Faceva un caldo terribile. Cominciava a mancare il fiato. «Magnifico! Divino! Favoloso! Che idea!» erano i commenti. Un grosso insetto alato, colore nero pece, l' inconfondibile Sagitta crustularia (per la sua propensione ai dolci) era stata immessa nel tubo di plastica e vi stava scorrazzando su e giù col ronzio caratteristico. Si distingueva l' aculeo mortale protendersi dall' addome. La Sagitta temuta nel restante mondo per il veleno capace di abbattere un bue in dieci minuti secondi, qui, nella ferratissima Sparta, era un cotillon di Carnevale. Il gas entro cui volava doveva darle fastidio, sibilava su e giù come impazzita, urtando nelle protuberanze del tubo, corrispondenti a teste umane, a spalle, a teneri fianchi femminili. Via via che il dittero si trasferiva da una sala all' altra, da una sala all' altra si spostava anche l' urlo della folla; il quale non era tanto di terrore quanto di isterica esaltazione. «Scegli, scegli, bell' angioletto!» incitava accanto a me una giovane dai capelli bianchi paludata in una tunica d' oro. Il signore in frac trasse dalla tasca interna una penna stilografica, la scoperchiò e col pennino fece atto di pungere la superficie di plastica. Ridendo, lo trattennero: «È impazzito? Vuol farci crepare tutti quanti? Calma, calma signore!». L' epilogo avvenne proprio nella sala dove mi trovavo. La Sagitta, dopo avere ondeggiato a scatti come indecisa, all' improvviso schizzò in linea retta come proiettile, urtò la elastica parete del tubo, o almeno così parve. Ricadde quindi senza vita al fondo. Intravidi laggiù un sommovimento. Subito l' involucro di plastica cominciò ad afflosciarsi. Quindi dal tumulto emersero due giovanotti che trascinavano una donna formosa, in pantaloni lamé d' argento. Morta. Era una principessa Van Der Lohe, che negli anni Trenta aveva fatto parlare molto di sé. La Sagitta, come poi si seppe, la aveva punta a una spalla, trapassando con l' aculeo la vescica di plastica. Due hostesses in calzamaglia pop bianca e viola accorsero sorridendo con un sacco polimerico colore arancione dove fu infilata la salma. Una aprì a filo del pavimento uno sportello per lo scarico dei rifiuti, la seconda vi infilò il cadavere lasciandolo precipitare. Dopo alcuni secondi si udì il tonfo. Non ci fu un grido, un singhiozzo, una celebrazione. Anzi, passato il rischio la gaiezza riprese fiato. «È stato forte» commentò la marchesa Paturno. «Divertente da morire. Quel Calascibetti è un tesoro!».
Buzzati Dino Buzzati - Corriere della Sera - 20 febbraio 1966L'ultima lezione di Buzzati





