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Come invecchiare bene, l'esempio che viene dal paese del Sol Levante

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L'oncologo Umberto Veronesi è una delle maggiori personalità scientifiche del nostro Paese. Ha 86 anni, è direttore dell’Istituto Europeo di Oncologia ed è stato senatore della Repubblica. Oggi esce da Bollati Boringhieri nella collana I Sampietrini il suo volume Longevità (pp. 94, 8). Pubblichiamo ampi stralci dal primo capitolo «Longevità: dove e perché?». È importante l’alimentazione, ma ancor più il senso di appartenenza a una comunità. In un nuovo libro Umberto Veronesi racconta come invecchiare. Nella foto le mani nodose di un ottuagenario che lavora ad Okinawa, in Giappone © Karen Kasmauski

Il Giappone è di per sé la nazione più longeva con venti centenari ogni centomila abitanti, tuttavia l’isola di Okinawa fa eccezione anche per i giapponesi. L’arcipelago di Okinawa si trova nel tratto di mare tra Giappone e Taiwan. È l’area geografica più longeva al mondo: la durata media della vita è 81,2 anni e i centenari sono circa il 20% della popolazione. Le malattie cardiovascolari sono ridotte dell’80% rispetto all’America, i tumori sono il 40% in meno, perfino l’osteoporosi è inferiore al resto del mondo. I livelli di colesterolo sono in genere bassi e il danno da radicali liberi è circa la metà rispetto a quello riscontrato nei settantenni di altre nazionalità. In più, negli Stati Uniti e in Giappone il rischio di sviluppare demenza diventa piuttosto alto a partire dagli ottanta anni, mentre a Okinawa l’aumento è molto contenuto.

Grande parte del merito è dello ishokudoghen , che in giapponese significa «il cibo è una medicina»: frutta, verdura, soia, e suoi derivati, pesce in una dieta integrata dall’alga konbu. La quantità di riso è inferiore a quella usata nel resto del Giappone, invece il pesce è il doppio.

Si tratta di un’alimentazione scarsa in calorie (fino a 1100 giornaliere) e ricca di aminoacidi, vitamine, sali minerali. Gli studi hanno mostrato che la popolazione è magra e consuma il 10% in meno di calorie rispetto al resto del Giappone e il 30-40% in meno rispetto alle aree geografiche occidentali.

C’è di più. Un altro termine usato per ciò che accade a Okinawa è yuimaru : indica il senso di appartenenza, la consapevolezza di essere ancora importanti e necessari per la famiglia e la società, la voglia di vivere e divertirsi e lavorare. Gli ultranovantenni non smettono di lavorare e praticano arti marziali, sono rispettati e onorati, e un senso di profonda solidarietà sociale fa sì che non manchi loro assistenza e aiuto anche quando vivono da soli nei villaggi. La spiritualità è molto sviluppata, insieme al senso dell’onore e alla certezza che la famiglia, intesa anche come gruppo sociale, non possa mai venire meno. Nello stile di vita mancano, o sono rari, l’abitudine al fumo e il consumo di alcolici. La vita all’aria aperta occupa la parte maggiore del tempo, soprattutto per la popolazione anziana.

Parleremo più avanti dei benefici legati all’alimentazione, vorrei però commentare subito, anche se brevemente, gli aspetti che riguardano il lavoro, il divertimento, il mantenersi attivi. Esistono studi che dimostrano che invecchiare senza perdere di vista gli interessi culturali, le suggestioni intellettuali e artistiche, la voglia di studiare, leggere, mettersi alla prova sia un modo per aiutare la mente a rimanere vigile e attiva. Salvo i casi di malattie neurodegenerative (l’Alzheimer, per esempio), possiamo applicare alla salute della mente le regole motivazionali. Soprattutto nel mondo occidentale, uno dei problemi maggiori dell’anziano è che apparentemente perde gli stimoli. Alludo agli svaghi per il corpo e la mente, alle opportunità di frequentare persone di età differenti e conoscere le novità, le bellezze dell’arte e della cultura. Eppure sono così importanti, fondamentali! Anzi, qualcuno ipotizza che arrivino a cento anni di vita gli artisti che sono stati capaci di esprimere al massimo la propria personalità e il proprio istinto senza rinunciarvi mai. Non so se sia vero (nella scienza la cautela è una precisa responsabilità), tuttavia sono certo che parte della longevità sia legata alla consapevolezza che non bisogna smettere di essere curiosi e dedicarsi alle passioni intellettuali.

«Non mi interessa più leggere il giornale»: quando mi si dice così sono preoccupato perché l’abitudine alla lettura dei quotidiani denota attaccamento alla vita, la voglia di sapere e seguire lo svolgersi delle vicende. Il livello culturale della persona può dare una mano, ma non necessariamente: trovo che gli ultranovantenni che giocano ogni giorno a carte con parenti e amici facciano per se stessi una cosa grande, senza il bisogno di cercare opportunità lontane di stimolo mentale. Insomma, basta poco ma quel poco va fatto: parole crociate, sudoku, lettura, programmi televisivi o radiofonici che presuppongano un minimo di impegno per seguire e comprendere, giochi di società, passioni artistiche come suonare uno strumento, scrivere, disegnare e dipingere.

Retorico? Può darsi, ma i dati che arrivano da Okinawa sono chiarissimi. E i decenni spesi a contatto diretto con la malattia tumorale mi hanno insegnato che la vita non può essere solo un insieme di anni che strappiamo alla morte. La reazione al dolore e al trauma, alla tragedia, perfino, è tanto più valida quanto più esiste una ragione per reagire. Le donne sono l’esempio perfetto: forti e capaci di straordinario amore, proprio a questo amore si aggrappano per andare avanti anche se la malattia le colpisce. L’amore per le persone, per animali, per oggetti, per idee, per progetti, per passioni artistiche… Ogni amore sufficientemente forte e vero. Vale nella reazione alla malattia, al lutto, al dolore, e vale anche quando la vecchiaia sembra privare di ogni stimolo.

Ritorniamo all’isola più longeva del mondo. Gli studiosi hanno osservato che i benefici si perdono quando i residenti emigrano. I giapponesi di Okinawa stabilitisi in Canada, per esempio, hanno perso parte del vantaggio: ciò indica che l’indubitabile influenza del dna sulla possibilità di diventare ultracentenari da sola non è sufficiente. Servono le condizioni di vita e le abitudini, i comportamenti alimentari e culturali. Quando ci si trasferisce non sempre si mantiene lo stile di vita originario, e questo può essere dannoso.

A quanto pare quindi a Okinawa si invecchia bene. Ma cosa significa invecchiare bene? Stiamo parlando di persone che arrivano a età molto avanzate, è probabile che per loro non valgano i medesimi criteri di valutazione della qualità della vita di soggetti più giovani. La medicina possiede strumenti per valutare le capacità cognitive, l’autonomia e le abilità fisiche, ma la percezione di sé è un parametro fondamentale, anche se soggettivo, per stabilire quanto si stia bene. Ciascuno di noi può decidere in ogni istante se esistano motivi per continuare a vivere, se il quotidiano sia interessante oppure no e se le prestazioni del corpo e della mente sia all’altezza delle proprie aspettative. Come scienziato e medico ho sempre prestato la massima attenzione a ciò che la gente mi diceva di sé. Perfino le cure per le malattie sono più o meno efficaci a secondo della percezione del paziente. Per me è prioritario che nell’approccio alla longevità si tenga presente che l’opinione di ciascuno su se stesso debba condurre le decisioni, anche in ambito medico. Ho conosciuto una donna che, arrivata oltre i cento anni in perfetta salute fisica, un giorno ha deciso che fosse ora di smettere di esistere. «Alla televisione non danno più niente di interessante», non posso dimenticare questa frase. Ha quindi stabilito di non alzarsi più dal letto e non curarsi di ciò che accadeva intorno. In una settimana era morta. Tutto sommato, visto che tutto era accaduto con il massimo della serenità non sono riuscito a darle torto.

Umberto Veronesi - LA STAMPA - 16 febbraio 2012

Malocchio e jettatura esprimono situazioni differenti

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In un saggio Sergio Benvenuto ribalta i luoghi comuni su questa figura della cultura popolare. Non è un invidioso ma un "capro espiatorio". La credenza nella jettatura è

assai radicata in Italia, in particolare al Sud. Nel 1999 un siciliano ha ucciso i vicini di casa perché parlavano di lui come di uno jettatore; il cantante Marco Masini, invece, si è ritirato temporaneamente dalla scene perché perseguitato dalla fama di portar scalogna, come si diceva di Mia Martini. Ma non è solo questione di cantanti. Togliatti, segretario del Pci, teneva sempre in tasca chiodi di ferro contro il malocchio e Benito Mussolini sembra temesse gli jettatori più degli antifascisti. Sergio Benvenuto, psicoanalista e filosofo, nato a Napoli, ha scritto una breve storia della jettatura (Lo jettatore, Mimesis, p. 48, Euro 3,90) che è una discesa nei recessi dell’anima italiana, per non dire del Sud in generale. Nella foto 'O Jettatore di Andrea Petrone (tecnica mista su tela, cm.50x70) è una interpretazione della figura di Totò nell’episodio" La Patente" dal film "Questa è la vita" di Luigi Zampa del 1954

Benvenuto (cognome quanto mai adatto ad affrontare un simile tema) invita a non confondere la jettatura col malocchio, il quale riguarda piuttosto lo sguardo invidioso che provoca disgrazie in chi ne è oggetto. Il malocchio rivelerebbe la potenza soprannaturale del desiderio umano, tanto che in varie lingue le due parole - desiderio e invidia - si dicono con un medesimo termine. La jettatura nasce ufficialmente nel Settecento con il libro di un illuminista napoletano, Nicola Valletta, Cicalata sul fascino volgarmente detto jettatura (1787) e, come aveva indicato l’antropologo Ernesto de Martino, è dominata da personaggi maschili appartenenti al ceto colto, professori, magistrati, medici e avvocati. Valletta sancisce con il suo trattatello il divorzio tra psicologia e fisica, tra la forza del desiderio e le cieche energie naturali.

L’illuminista napoletano istituisce la figura dello jettatore che non vuole, come l’invidioso tradizionale, il male altrui. La jettatura, scrive Benvenuto, sospende la separazione tra realtà e illusione, e sopratutto quella tra Bene e Male. Cosa significa? Che lo jettatore non è più una figura malvagia, un mago o uno stregone, bensì un brav’uomo che porta male. Tutto questo sarebbe l’effetto del razionalismo settecentesco che, come ha mostrato Todorov, separando razionalità da irrazionalità, realtà da fantasia, provoca la nascita della stessa letteratura fantastica. E qui spunta lo jettatore, ben incarnato da Totò nel film di Zampa, Questa è la vita, dove interpreta il personaggio creato da Pirandello nel racconto La patente: un uomo per bene, morigerato, disoccupato, un menagramo che decide di fare di questo un mestiere per campare, e pretende la patente di jettatore, al fine di ottenere compensi dai negozianti che minaccia con la sua presenza.

Cosa significa? Lo jettatore moderno non è dunque l’invidioso della tradizione, bensì il suo contrario: uno privo d’invidia. Si tratta di un personaggio privo di desiderio, e proprio per questa carenza in grado di far convergere una forza indesiderabile su chi fissa. Se si segue René Girard, il creatore del paradigma del «capro espiatorio», il desiderio umano è mimetico, imita, e tende alla rivalità: si desidera quello che l’altro possiede. Questa dinamica ha bisogno di un capro espiatorio, un individuo o un gruppo, su cui far cadere, nei momenti di grande tensione collettiva e di crisi, la colpa del Male. Lo jettatore sarebbe secondo Benvenuto un capro espiatorio. Ma cosa c’entra tutto questo con l’Illuminismo? Separando razionalità da irrazionalismo, scienza da spiritismo, i Lumi della Ragione hanno creato involontariamente i presupposti per un doppio regno che prima non esisteva, essendo il pensiero pre-illuminista mitologico e simbolico: la realtà è una sola, l’Anima Mundi che pervade sia il micro come nel macrocosmo.

La psicosi della jettatura nascerebbe qui, come una forma di paranoia, l’unica malattia mentale che, come ci ricorda Luigi Zoja in Paranoia (Bollati Boringhieri), si comunica agli altri, e che può avere perciò una dimensione collettiva. Benvenuto arriva a supporre che nel Settecento e nell’Ottocento la jettatura sia stata addirittura una forma di xenofobia. Il passaggio dal malocchio alla jettatura ha significato il passaggio dal primato dello sguardo a quello della parola, dalla magia visiva alla magia del linguaggio. E oggi? Viviamo nel regno del «non è vero, ma ci credo». Lo jettatore non esiste per il sapere scientifico, ma quando il napoletano - e non solo lui - incontra una «certa persona» si tocca le palle e fa il segno delle corna. Esiste, ma a livello viscerale, che è poi quello di cui si occupa la psicoanalisi. Siamo divisi, proprio come il feticista o il perverso di cui parla Freud: crediamo in certe forze in virtù del sapere empirico, ma temiamo, oppure desideriamo intensamente, altre forze che manifestano il nostro lato infantile, quello primordiale e irrazionale. Le superstizioni apparterrebbero, dice Benvenuto, a una area ambigua tra razionale e irrazionale: «sono saperi desideranti, e desideri in forma di saperi».

Come nel caso delle credenze intorno a Babbo Natale e alla Befana, si scopre ben presto da bambini che non esistono, e subito si capisce, più o meno chiaramente, che sono proprio gli adulti ad alimentarle: «la credenza puerile serve a far sopravvivere la fede mistica degli adulti». Serve, proprio come la jettatura, così che è il bambino ad essere il padre dell’uomo, come diceva Wordsworth. Siamo divisi. Che male c’è? Nessuno, ovviamente. Si sa che non si dovrebbe credere nel potere dello jettatore, ma ci si comporta come ci si credesse. Una volta Umberto Eco ha detto: «Non siate superstiziosi! La superstizione porta iella». Sergio Benvenuto replica: la credenza nello jettatore contesta la razionalità dominante e afferma, sì credenze superate, ma dimostra che razionalismo, scienza e tecnologia portano iella e ci rendono infelici. Sarà vero? Meglio toccarsi.

Marco Belpoliti - LA STAMPA - 14 febbraio 2012

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