La polemica innestata un po' da tutti, sindacalisti di ogni sigla, politici appartenenti a tutti gli schieramenti, editorialisti di svariati giornali, è totalmente priva di senso. Forse negli anni passati si poteva puntare ad un posto inamovibile. Oggi non più e i nostri ragazzi lo sanno bene. Non solo, ma appaiono disposti a fare qualsiasi lavoro possa ritenersi dignitoso. Siamo noi, papà e mamme, che non capiscono ancora il mutamento dei tempi. Forse sarebbe più opportuno accettare il confronto con Monti e Fornero e pretendere in cambio della massima flessibilità che si pretende dai nostri ragazzi qualche garanzia economica che attualmente è del tutto inesistente, tant'è che si può parlare non di flessibilità ma di precarietà. Perso un lavoro, si è perso tutto. Così non funziona. Non può funzionare (nd.r.). Quelle che seguono sono le riflessioni in proposito di Paolo Franchi sul Riformista.
Nella foto: il primo ministro italiano Mario Monti
Da tempo l’assunzione non rientra nei sogni e nelle aspirazioni dei giovani. Ma per motivi che oggi sono profondamente diversi da quelli di ieri. Io vado in banca, stipendio fisso, così mi piazzo e non se ne parla più. L’utilitaria la compro a rate, e per l’estate mi faccio un vestito blu. Così cantavano i Gufi: grandissimi. Erano gli anni Sessanta, “gaudenti e volgari” nel giudizio di uno storico importante come Giuliano Procacci, fantastici secondo le interpretazioni più diffuse. Il Sessantotto era in incubazione. Non solo in Italia, certo. In Italia, però, in forma tutta particolare. Il centro-sinistra (quello vero, con il trattino) smarrì rapidamente gran parte dei suoi empiti riformatori, ma il titolo con cui l’Avanti! aveva salutato l’ingresso dei socialisti al governo, Da oggi ognuno è più libero, all’epoca sfottuto a più non posso, sì rivelò profetico. Caddero muri. Cambiarono, soprattutto, si capisce, tra i giovani, il costume, lo stile di vita, i gusti e le tendenze culturali. E cambiarono anche le aspirazioni, e l’atteggiamento verso il lavoro. La stragrande maggioranza dei nostri padri e delle nostre madri, gente che aveva conosciuto le ristrettezze vere e i sacrifici duri, tirava la carretta per farci studiare nella serena convinzione che il futuro ci riservasse un lavoro meglio retribuito e più sicuro del loro: per dirla in due parole, un buon posto fisso. Peccato che a noi, e in specie a quelli che di famiglia stavano, se non benissimo, almeno benino, il posto fisso sembrasse non una promessa, ma un incubo piccolo borghese da evitare, e prima ancora l’emblema di un modo di stare al mondo meritevole di essere sbeffeggiato. La vita ci avrebbe dato sicuramente di più e di meglio, anche se non si sapeva bene, e non si voleva neanche troppo saperlo, che cosa.
Tutto questo mi è tornato alla mente sentendo il professor Monti che chiosava la difficile trattativa (sempre che sia davvero una trattativa) sul mercato del lavoro facendo ironie sulla monotonia del posto fisso. Confesso di essermi chiesto pure se Monti, che sicuramente fin da piccolo è stato più serio, più studioso, più rigoroso di me, ricordasse anche lui la canzone dei Gufi, e magari in qualche modo vi si ispirasse: in fin dei conti, negli anni Sessanta era un giovanotto anche lui. Poi, però, mi sono come risvegliato. Non siamo nei Sessanta. E qualcosa in questi cinquant’anni è successo, anche per quanto riguarda il lavoro dei giovani o, per essere più aulici, quello che una volta si chiamava il futuro delle nuove generazioni. Qualcosa che neanche i Gufi avevano previsto.
Anche se poi Monti ha fortunatamente chiarito l’equivoco (o rettificato il tiro, fate voi), provo a scriverne rapidamente lo stesso. I nostri genitori (i nonni dei ragazzi di oggi) questo paese lo avevano ricostruito, e pensavano che la giusta ricompensa di tanti sforzi consistesse soprattutto in un buon futuro assicurato ai loro figli. Noi (i loro figli, nonché i genitori dei ragazzi di oggi) eravamo convinti che il nostro futuro sarebbe stato non buono, ma straordinario, senza precedenti nella storia: tutto stava a cominciare a prenderselo subito, corri compagno, il vecchio mondo è dietro di te. Poi scoprimmo (per motivi oggettivi e soggettivi, si sarebbe detto un tempo) che le cose erano parecchio più complicate, e lasciammo perdere. Prendendoci in cambio, in parecchi casi, molto più del famoso posto fisso, che abbiamo nei limiti del possibile difeso (quando si trattava del nostro) ma senza farne mai un’ideologia o una religione.
E i più giovani, quei figli e quei nipoti ai quali il professor Monti vuole risparmiare una vita monotona? Il posto fisso da tempo non rientra nei loro sogni e nelle loro aspirazioni. Ma per motivi che oggi sono profondamente diversi da quelli di ieri. C’ è stato un tempo non lontanissimo (prima della globalizzazione, prima della crisi) in cui ai più giovani, proprio come ai loro papà e alle loro mamme da ragazzi, la prospettiva di timbrare lo stesso cartellino nello stesso posto di lavoro per tutta la vita sembrava, più ancora che monotona, angosciosa. Meglio, molto meglio cambiare, meglio accettare le sfide, meglio girare il mondo, meglio fare il maggior numero possibile di esperienze diverse. Una parola in sé un po’ inquietante come flessibilità poteva avere anche una sua accezione liberatoria. Forse poteva essere anche contrattata e governata.
Il fatto è che quel tempo è scaduto da un pezzo. Se i più giovani non aspirano al posto fisso è perché nella loro esperienza di vita e nelle loro aspettative questa possibilità materialmente non esiste. Flessibilità e precarietà, nell’Italia con una quantità inaudita di rapporti di lavoro atipici, sono tornati ad essere dei sinonimi. Sul futuro noi, i papà e le mamme, avevamo clamorosamente equivocato, nell’immotivata convinzione che ci spettasse quasi per diritto divino. Loro, i figli e le figlie, pensano semplicemente di non averne. Di questo vuoto di futuro che bisognerebbe occuparsi, piuttosto che dibattere a vuoto sul posto fisso. Ci piacerebbe avere qualche buona ragione per dire che i ragazzi esagerano. Purtroppo non è così. Evitiamo almeno di fare i Gufi fuori tempo massimo.
Paolo Franchi - Il Riformista - 04 febbraio 2012





