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17 febbraio 1992 - 17 febbraio 2012, la frana di Tangentopoli

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MILANO - Tangentopoli compie 20 anni, la situazione della corruzione in Italia sembra addirittura peggiore rispetto a tanti anni fa. La relazione del procuratore generale della Corte dei Conti è stata illuminante in proposito. Certamente  ci sono ragazzi che sono convinti che il successo in politica, nell'imprenditoria, nella società si può conseguire solo con il ricorso alle mazzette. I governi finora poco hanno fatto per modificare la situazione (n.d.r.). Quello che segue è il commento di Michele Brambilla su La Stampa.

Vent’anni dopo che si ricorda di quella stagione? Un Paese in rotta coi partiti corrotti. Un pm straordinario. E una classe di industriali stufa di pagare il pizzo. La sera del 17 febbraio 1992,  quando nelle cronache dei giornali milanesi arrivò la notizia dell’arresto di Mario Chiesa, la prima sensazione fu quella di un falso allarme. Nessuno pensava che Chiesa potesse finire in manette. Era un uomo potentissimo. Presidente del Pio Albergo Trivulzio - che ogni milanese chiama «Baggina» e che è lo storico ospizio della città - gestiva patrimoni immensi, in gran parte frutto di donazioni. E poi era socialista. E il partito socialista, se in Italia era molto potente, a Milano era tutto.

Psi a Milano voleva dire la poltrona del sindaco quasi per diritto naturale; ma soprattutto voleva dire Bettino Craxi, il líder máximo non solo di un partito, ma di tutto un folto e influentissimo milieu di manager pubblici, imprenditori privati, giornalisti, uomini di cultura e di spettacolo. I socialisti a Milano, dopo aver governato, avevano finito con lo spadroneggiare, come spesso capita a chi ha successo da troppo tempo e arriva al punto di credersi invulnerabile. Craxi aveva l’ufficio in piazza Duomo e abitava in via Foppa in un condominio tutto sommato normale. Nella foto, Antonio Di Pietro si è dimesso dalla magistratura il 6 dicembre 1994. Entrerà poi in politica nel 1996 come ministro dei Lavori pubblici del governo Prodi

Ma il regno del Garofano era quella specie di Montmartre meneghina che è Brera: il bar Jamaica, il ristorante Matarel, la Pelota, l’ex Macondo. Giravano naturalmente anche belle ragazze, come Demetra Hampton, l’ex Valentina della tv, che si era legata con un assessore di qualche lustro più anziano di lei: quando si parlava dei socialisti, la cronaca politica si intrecciava con quella mondana. Giravano poi molte voci. Alcune erano senz’altro cattiverie generate dall’invidia. Ma altre erano sicuramente fondate, e tra queste c’era anche il fatto che nel Psi l’abitudine di chiedere tangenti - certo non nuova nel mondo della politica - era diventata una pretesa senza misura e senza vergogna.

La Procura di Milano aveva già avviato, negli anni precedenti, alcune inchieste: ma senza venire a capo di un granché. Di prove, ne saltavano fuori poche o punto. Di gente disposta a parlare, neppure l’ombra. Per questo sembrava impossibile, quella sera del 17 febbraio 1992, che avessero osato mettere in cella un intoccabile per definizione come Mario Chiesa. Bastarono tuttavia poche ore per capire che questa indagine - che i carabinieri, parlandosi in codice fra loro nelle comunicazioni via radio, avevano battezzato «Mani pulite» - era diversa dalle precedenti. Questa volta l’indagato era stato preso con le mani nel sacco. O meglio «nella marmellata», come disse il giorno dopo il pubblico ministero che l’aveva incastrato: Antonio Di Pietro.

Sul perché Mani pulite riuscì laddove non erano riuscite le inchieste precedenti, si sono sprecate molte teorie, naturalmente quasi tutte incentrate sul complotto, i poteri forti, gli intrighi internazionali eccetera. Ma comunque la si pensi non si può prescindere dalle straordinarie capacità investigative proprio di quest’uomo, voglio dire di Di Pietro. Molisano, ex segretario comunale di un paesino ed ex poliziotto, era arrivato alla Procura di Milano cinque anni prima. I colleghi pm lo avevano accolto con un certo snobismo: «un questurino», diceva qualcuno.

E poi questo Di Pietro aveva una strania mania: usava il computer. Strumento bizzarro, in uffici dove regnava ancora incontrastato - sui mobili, sulle scrivanie, negli scaffali - il classico «faldone», oggetto investito chissà perché di una sua sacralità burocratica, ma in realtà un obsoleto raccoglitore ottocentesco pieno di fogli, e spesso di scartoffie, che impegnava i magistrati in ricerche di ore e ore a conti fatti buttate via. Di Pietro, con i suoi videoterminali, immagazzinava nomi, cognomi, verbali, interrogatori: e poi incrociava tutto trovando informazioni, collegamenti, riscontri. Aveva cominciato a specializzarsi nella lotta alla corruzione, partendo da quella per così dire «piccola»: le mazzette sulle merendine nelle scuole comunali, quelle sull’acquisto delle maniglie dei pullman, quelle per comprarsi la patente di guida.

Quando si celebrò il processo per le «patenti facili», con centinaia fra imputati e testimoni, il tribunale dovette prendere in prestito una maxi aula della Corte d’assise perché Di Pietro aveva bisogno di uno schermo gigante per proiettare e commentare i suoi dati sul computer. L’avvocato Peppino Prisco, probabilmente il primo a cogliere il côté cabarettistico della parlata di Di Pietro (quella del poi celeberrimo «che c’azzecca»), chiese se sullo schermo sarebbero apparse anche le didascalie per tradurre in italiano.

Ma per pittoresco che fosse, Di Pietro andava accumulando un immenso patrimonio di dati, di nomi e di fatti sulla corruzione a Milano. Fu questo patrimonio a permettergli di mettere le manette a un potente come Mario Chiesa senza il timore di sbattere il muso. Di Pietro s’era infatti imbattuto in un piccolo imprenditore di Monza, tale Luca Magni, che faceva le pulizie a una sede staccata della Baggina a Merate, in Brianza. Magni disse a Di Pietro che Chiesa, in cambio della commessa, gli aveva imposto una tangente. Partirono le intercettazioni telefoniche, i pedinamenti, e infine la trappola: imbottito di microfoni, seguito dai carabinieri e ignaro di compiere un gesto che sarebbe finito sui libri di storia, lo sconosciuto Magni andò a portare la mazzetta a Chiesa.

I carabinieri entrarono nell’ufficio di presidenza della Baggina quando il manager socialista aveva ancora in mano il malloppo: sette milioni di lire. Non si trovarono, invece, i soldi di un’altra stecca che secondo Di Pietro Chiesa aveva incassato subito prima di ricevere Magni: pochi milioni anche quelli. Lo sventurato, interrogato da Di Pietro, disse che, vedendosi scoperto, era riuscito a far sparire almeno quella prima mazzetta, gettandola nel water e tirando lo sciacquone. Questa leggenda è resistita a lungo. In realtà quei soldi non erano spariti: avvolti in un giornale, erano lì in bella vista sulla scrivania, ma i carabinieri non se n’erano accorti. «Li utilizzai - raccontò Chiesa dieci anni più tardi - per pagare l’anticipo al mio avvocato».

Con Chiesa in galera - e blindato da prove schiaccianti - scattò a livello prima milanese e poi nazionale la polemica sul già chiacchieratissimo Psi. Craxi provò a liquidarla dando del «mariuolo» al suo ex boiardo, cercando di farlo passare per una mela marcia in un partito virtuoso. Partì un delirio mediatico, con assalti di cronisti all’ufficio di Di Pietro, divenuto all’improvviso inavvicinabile. In realtà i cronisti giudiziari che lo conoscevano sapevano che Di Pietro aveva, oltre all’uso dei computer, un’altra caratteristica che lo distingueva dai colleghi: lavorava anche dopo le ore quattordici. Così il pomeriggio, nei corridoi deserti del palazzo di giustizia milanese, quando il grosso della truppa dei cronisti era sparita, i «giudiziaristi» andavano a bussare alla porta di Di Pietro e raccoglievano quel che si poteva raccogliere.

Ma l’inchiesta, dopo il botto iniziale, languiva. Pochi ricordano che per due mesi l’unico indagato di Mani Pulite è stato Mario Chiesa. C’era molta paura, nel toccare altri nomi grossi del Psi milanese. Solo dopo le elezioni politiche - che segnarono un crollo dei partiti tradizionali e una sorprendente avanzata della Lega - la Procura trovò la forza per andare avanti: così arrivarono gli avvisi di garanzia agli ex sindaci socialisti Carlo Tognoli e Paolo Pillitteri (cognato di Craxi), poi gli arresti di manager pubblici e privati, e così via.

Una valanga che i partiti ebbero il torto di sottovalutare, convinti com’erano che la politica avrebbe presto ripreso in mano il pallino, e che tutto sarebbe finito come gli scandali precedenti: cioè nel nulla o quasi. I cronisti giudiziari si sentivano dire, dai loro colleghi che seguivano la politica: abbiamo parlato con tizio e con caio del Psi e della Dc, state attenti perché presto Di Pietro finirà a fare il vigile urbano e i partiti regoleranno i conti anche con voi. Ma i cronisti giudiziari vedevano una cosa che gli altri non vedevano: le code degli imprenditori che andavano da Di Pietro a confessare le corruzioni.

Al di là delle molte dietrologie, spesso cervellotiche, che si sono fatte sul perché Mani Pulite ha finito poi per spazzare via tutta una classe dirigente, ci sono questi due fatti: il popolo che alle urne ha voltato le spalle ai vecchi partiti e una classe imprenditoriale che era stufa di pagare il pizzo. Dopo quei primi mesi successe di tutto. Arresti a raffica, dimissioni eccellenti, fughe all’estero, molti suicidi. La storia che seguì a quel 17 febbraio 1992 è troppo lunga e complessa per essere raccontata qui. Di certo da quei sette milioni di lire una miseria già allora - trovati in mano a Mario Chiesa partì una slavina che ha seppellito la Prima Repubblica, favorendo la nascita di una seconda che non può dirsi migliore.

Fu una rivoluzione o un colpo di Stato? Una concatenazione naturale di eventi o una strategia studiata a tavolino? Un’inchiesta finalmente non bloccata dalla politica o una forzatura favorita da un clima popolare forcaiolo e moralista? Fu una guerra alla corruzione o al finanziamento dei partiti, e quindi ai partiti stessi? E perché il Pci-Pds fu di fatto risparmiato, mentre Dc e Psi vennero spazzati via? I giornali fecero bene ad appoggiare l’inchiesta o finirono con il diventare megafoni di una parte sola, la Procura?

È ragionevole pensare che ci furono luci e ombre come in ogni altra vicenda umana; che ci furono eccessi nella caccia all’untore ma che davvero la corruzione era arrivata a un punto non più tollerabile. Purtroppo però ancora oggi a quella serie di domande che abbiamo elencato si risponde quasi sempre con lo stile del bipolarismo isterico che ha segnato i nostri ultimi vent’anni: si sceglie anzi si parteggia in modo tranchant per la prima o la seconda risposta, dividendo il mondo e la storia in vittime e colpevoli, in buoni e cattivi, in bianco e nero. E questa è - tra le tante eredità di quella stagione - una delle peggiori.

Michele Brambilla - LA STAMPA - 17 febbraio 2012

Giochi d'azzardo, rovina per gli italiani, non per il fisco

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Ci sono dentro tutti: da Berlusconi alle Poste. A spartirsi una torta da dieci miliardi di euro l'anno. E con la crisi si scommette di più. Ma il settore piace anche allo Stato, che ci guadagna. E alle mafie, che riciclano denaro. La legge italiana prevede alcuni vincoli, come la licenza di polizia. Ma prospera il mercato nero dei siti illegali, così come quello 'grigio' con sedi a Malta e a Gibilterra

Nel 2011 l'azzardo on line in Italia ha raccolto 9 miliardi e 850 milioni euro: per capirci, dieci volte tanto la spesa per l'intero consumo di pasta. E la crisi economica non sta frenando il fenomeno: anzi, quando si è in recessione si scommette di più. Una manna per lotterie, concorsi, pronostici, giochi di carte, e così via. Il business insomma è ricco e fa gola a molti, imprenditori italiani e stranieri, che si muovono spesso in bilico tra legalità e illegalità. Basta pensare che l'Aams (Amministrazione autonoma monopoli di Stato, che gestisce le autorizzazioni per i siti web) ha già 'bannato' 3.745 siti.

Poker superstar

Il bottino del gioco on line è solo una parte dei 72 miliardi fatturati nel 2011 dal gioco d'azzardo nel suo insieme, in Italia. Però è il settore più in crescita, con un balzo del 100 per cento rispetto allo scorso anno, quando il fatturato non raggiungeva i cinque miliardi. A sparigliare le carte è stata l'introduzione, il 18 luglio 2011, dei vari cash games online, poker cash e casinò. Vale a dire: non si giocano più solo soldi finti, comprati come fiches all'inizio del gioco, ma ogni puntata diventa indipendente, dal momento che si giocano soldi veri ogni volta. I cash games - poker, baccarà e altri giochi da casinò - hanno portato da soli più di cinque miliardi di euro di raccolta in sei mesi.

All'annuncio delle nuove liberalizzazioni si sono buttate nel settore anche la Mondadori di Silvio Berlusconi con Glaming.it, e Poste Italiane. A spartirsi la torta del gioco on line sono comunque 68 società concessionarie, che gestiscono 247 siti web. Sui nove miliardi e passa di "raccolta", come viene definita in gergo tecnico, il 10 per cento circa rimane agli operatori mentre il resto viene redistribuito in vincite, anche se la percentuale varia di gioco in gioco. Le vincite possono essere lasciate lì per rigiocarsele oppure riscosse. In questo caso il bonifico arriva dopo almeno 15 giorni, in cui le giocate restano sui conti degli operatori che ne ricevono così gli interessi. Ogni mano può arrivare a contare decine di migliaia di euro, anche se le norme antiriciclaggio costringono gli operatori a monitorare le partite. «La soglia di accesso ai giochi varia a seconda del prodotto», spiega Paolo Di Feo, direttore di Bwin Italia: «Ad esempio nel poker si parte da tornei free o con un costo d'iscrizione di 10 centesimi fino ad arrivare a 250 euro». Bwin.party è una delle maggiori aziende di gioco online, quotata in borsa. Il gruppo ha sede a Gibilterra e occupa oltre 3.100 addetti, di cui un centinaio in Italia. Nel 2010 ha generato ricavi di 814 milioni di euro. «Il poker continua a essere il prodotto più importante del mercato on line», dice Di Feo, «seguito da casinò, scommesse, dal bingo e dai giochi di carte tradizionali, che soprattutto in Italia hanno notevole successo, mentre le lotterie on line hanno ancora poco seguito».

Per giocare, sui siti legali, bisogna fornire nome e codice fiscale, di modo che il gioco venga tracciato. Questo, e il monitoraggio delle partite da parte della centrale operativa della Sogei, dovrebbe ridurre al minimo il rischio di frodi. «In realtà alcune truffe avvengono lo stesso, seppur non muovano grosse cifre», racconta un insider: «La più frequente è che due o più persone si mettano d'accordo per fregare il resto del tavolo, sentendosi al telefono durante la partita». .

La mano delle mafie

Ma nonostante tutti gli accorgimenti, le preoccupazioni sulla sicurezza sono molte e vanno ben oltre i piccoli o grandi imbrogli: «L'uso telematico permette di spostare con qualche colpo di clic cifre ingenti in paradisi fiscali riconosciuti», dice Daniele Poto, autore del dossier "Azzardopoli" per Libera, «oltre che promuovere scommesse taroccate. Si apre un nuovo immenso campo di investimento in cui le mafie metteranno in campo nuove infrazioni alle leggi. Con un ventaglio di soluzioni al momento ancora in parte imprevedibili. E il sistema non sembra pronto per parare tutti i colpi». D'altronde le mafie sono sempre state legate al mondo del gioco d'azzardo, il cui fatturato illegale si stima di dieci miliardi di euro. On line la partita è più complessa, anche se le società concessionarie sono le stesse che hanno in onere macchinette e slot, su cui gli interessi della mafia sono stati più volte accertati. Dice il Oreste Pollicino, professore di diritto dell'informazione alla Bocconi e codirettore di Medialaws.it: «In un settore di mercato che ha conosciuto una tale espansione e dove la circolazione di capitale ha raggiunto cifre sempre più importanti è facile immaginare in agguato gli appetiti di organizzazioni e gruppi criminali. Soprattutto, tali attività si prestano agevolmente a fenomeni di riciclaggio. Fortunatamente, a questo scopo ci sono alcune norme della legge antiriciclaggio (d. lgs. 231/2007) dedicate proprio al gioco d'azzardo, che stabiliscono delle soglie di rilevanza in corrispondenza delle quali scattano obblighi di verifica della clientela per gli operatori»..

Se i soldi finiscono a Malta

«Rispetto ad altri Paesi europei» spiega ancora Pollicino, «la legislazione italiana prevede vincoli maggiori, per esempio obbligando i soggetti che intendano operare nel settore ad avere anche una licenza di polizia, che può essere rilasciata soltanto a chi è già titolare di una concessione». Ogni mese vengono presentate all'Aams almeno cinque domande per autorizzare nuovi siti di gioco d'azzardo. Prima di autorizzare un sito vengono verificate la stabilità del software di gioco e la tracciabilità delle transazione. «La blacklist dei siti di gioco non autorizzati viene aggiornata ogni trenta giorni», spiegano all'Aams, «con un provvedimento amministrativo che viene trasmesso ai principali fornitori dei servizi di rete nazionali e agli organi di Polizia: Guardia di Finanza e Polizia Postale». Ricevuto l'ordine, i provider devono oscurare immediatamente il sito agli utenti italiani. I siti illegali però spuntano come funghi: sia quelli semplicemente in nero, sia quelli che operano dall'estero senza autorizzazione per l'Italia.

I principali "paradisi" dell'azzardo on line sono Gibilterra e Malta, dove prospera un "mercato grigio" di operatori che incassano in un Paese e restituiscono in un altro. A Malta in particolare hanno sede le più grandi compagnie di online gambling d'Europa: Unibet, Expect e Interwetten fra le altre. Dal 2004 infatti La Valletta garantisce libero gioco alle società dell'azzardo. Nel resto d' Europa ogni Paese fa un po' a modo suo, e questo porta spesso stati e società di fronte ai giudici. I monopoli infatti sembrano in alcuni casi andare in contrasto con la libera circolazione dei servizi in ambito europeo. Naturalmente nessuna nazione vuole fare un passo indietro, rinunciando agli importanti incassi per l'erario: «Tutti questi problemi, legati soprattutto al segmento delle scommesse, sono causati da un peccato originale», continua Pollicino, «Non esiste una disciplina a livello europeo che consenta l'armonizzazione delle normative nazionali. Ogni Stato così obbliga gli operatori stranieri a conseguire le concessioni necessarie per organizzare e offrire giochi al suo interno».

Dalla parte del giocatore

Ma chi sono i giocatori online, persone pronte a perdere più di cinquanta euro in pochi minuti? Per Di Feo, direttore di Bwin Italia, il loro giocatore tipo «è un uomo di livello socio economico e culturale tendenzialmente più elevato dei giocatori dei punti vendita, con distinzioni a seconda del gioco; ad esempio nel bingo e nei giochi di carte come il burraco abbiamo una maggiore presenza di donne». Per Cinzia Stellato, responsabile della sede del Sert di via Boifava 25, a Milano, «si tratta soprattutto di studenti, casalinghe e pensionati, pronti a giocarsi tutto nella speranza di far cassa. Se al casinò c'era una barriera di ingresso molto forte, online si può iniziare a giocare con pochi centesimi, per arrivare a perdere centinaia di euro». Non solo, «L'online ha catturato una nuova utenza - continua la dssa Stellato - quella dei professionisti, lavoratori normali. Che ora possono accedere al gioco d'azzardo quando e come vogliono, senza mettere in gioco la propria reputazione». Spiega David Micheli, educatore del Sert specializzato nel gioco online: «Se la raccolta di denaro incide su tutti i giocatori, la restituzione in vincite cade solo su alcune teste. Ma leggere le cifre sul sito dell'Aams aumenta l'illusione dei giocatori che sia così facile vincere».
Altro nodo è la distinzione fra giochi d'azzardo e d'abilità, come viene definito ad esempio il poker. Ma il Texas Hold'em, il poker più diffuso in rete, è una specialità che si basa molto di più sulla fortuna. Secondo un sondaggio di Skuola.it almeno il 68 per cento dei minorenni avrebbe giocato almeno una volta online. Come iniziativa di prevenzione l'Aams ha promosso una campagna di informazione nelle scuole italiane intitolata "Gioco on-line: rischi e pericoli". Da anni invece la Ferderserd, federazione degli operatori dei dipartimenti e dei servizi sulle Dipendenze d'Italia, chiede al governo di investire anche una minima parte degli incassi da gioco in campagne di sensibilizzazione e servizi di prevenzione e d'ascolto. Dagli esecutivi, nessuna risposta. L'unica iniziativa, sponsorizzata da Lottomatica, è il telefono verde di Gioca Responsabile, che nel 2011 ha ricevuto 1.900 chiamate, di cui il 55% da persone cui è stato poi diagnosticato il Gap (Gioco d'Azzardo Problematico) e il restante da familiari e amici preoccupati.
Francesca Sironi - L'Espresso - 15 febbraio 2012
Ultimo aggiornamento Mercoledì 15 Febbraio 2012 17:48

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